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Chi entra nel privè di Gué?

Un nuovo album, senza i Club Dogo. Dove racconta il suo mondo "ignorante e sofisticato", in attesa di mettere su famiglia

Guè nel backstage di Estahè Market Sound, prima del concerto con i Club Dogo - Foto Robert Shami

Guè nel backstage di Estahè Market Sound, prima del concerto con i Club Dogo - Foto Robert Shami

Gué Pequeno si è trasferito a vivere a Lugano, pare in ottima forma e contento del disco nuovo – Vero – che ha in mano mentre siamo seduti a tavola in un ristorante giapponese di Milano. Uno di quei sushi bar con il nastro trasportatore e i piattini colorati che girano, ogni colore corrisponde a un prezzo. Il Gué risponde alle domande e si distrae solo per cercare il piattino d’oro, quello più caro, che sembra non passare mai.

Ascoltando i testi di Vero mi sembra che tu abbia fatto un lavoro da regista partendo dal lessico, dal linguaggio. Come se avessi costruito un set immaginario – un privé eccessivo, argentato, con buttafuori enormi – dove fare vivere i tuoi pezzi. Questo mondo nasce sempre e solo dall’osservazione della realtà o c’è dell’altro?
Ci ho lavorato tanto. Dopo aver attraversato un periodo della mia vita abbastanza movimentato, mi è venuto naturale scrivere questo tipo di testi. Volevo creare un disco che avesse delle liriche estreme, che fosse una reazione alla cristallizzazione della musica rap italiana, che ormai è diventata una cosa da teen idol. Sono cresciuto ascoltando Wu-Tang Clan, Jay-Z, Notorious B.I.G. e mi sono buttato su una cosa che faccio sempre, cioè pezzi cinematografici, sempre un po’ ispirati ai film gangster. Tutto il resto è rappresentato dal titolo. Il titolo non significa che io sono il più vero, il più figo: significa che quello che ho creato è autentico. Ho concepito questo album nel corso di un anno, mentre viaggiavo tra il Sud America, Cuba, Santo Domingo, Panama, l’Europa dell’Est, Los Angeles e Zurigo, tutti luoghi in cui ho frequentato una serie di situazioni e persone che mi hanno portato a realizzare un disco vagamente cupo, che ricorda un po’ un film noir. Sono contento del risultato. La mia scommessa personale ora non è quella di andare a fare il pirla a Porta a Porta o di finire in copertina su GQ, ma di arrivare a oltrepassare quel punto di non ritorno che ti permette di diventare una figura fuori dalle mode, fuori dal litigio con il politico, fuori dalla hit su RTL. Vorrei diventare tra quattro anni come Bushido, lavorare con produttori internazionali e fare featuring internazionali. Ho la fortuna di avere un pubblico di giovani, anche donne, che mi segue, ma, a differenza di altri, non ho solo loro. Se la ragazzina dopo il liceo va all’università e non mi vuole più, io ho un anche sacco di ragazzi di strada, di balordi, che mi supportano.

Dici che della politica non te ne frega nulla. E forse – io dico purtroppo – non frega nulla neanche al tuo pubblico.
Ho le mie opinioni, ma non credo alla pratica italiana che per guadagnare credibilità si debba andare oltre la musica, e non sarei sincero – non sarei “vero” – se facessi una cosa che non è la mia: non posso fare il musicista impegnato se non lo sono. Non è perché voglia essere stupido o ignorante – il disco è anche scritto in un certo modo, con qualità, non è un disco in cui faccio le scorregge con le ascelle, è comunque arte – semplicemente non sono un cantante impegnato e non mi interessa esserlo.


In questa visione, dove posizioni il concetto, tanto in voga nel rap, di “credibilità di strada”?
Se parlassi di cose finte, se dicessi che ti taglio la testa con un machete, che ti sparo in bocca o che muovo cento chili di cocaina, forse la gente non mi rispetterebbe. In questi ultimi due anni mi è capitato di trovare l’ispirazione in molti Paesi diversi, di vedere cose cui forse altri rapper non hanno accesso, perché magari vivono solo in casa, solo in studio o solo cercando di andare sui giornali; io invece vivo andando in giro, e credo che questo nel disco si senta. Molti mi chiedono perché nei dischi parlo sempre di puttane e di soldi, purtroppo non è una glorificazione, ma non mi devo nemmeno giustificare, ognuno ha il suo mondo. Io vedo quello, ed è quello che mi piace. Se vivo nei night, se conduco quella vita, cosa devo fare? Ne parlo. Un mio collega mi ha detto una cosa che mi ha fatto piacere su Vero: dice che c’è uno humour nero, un riso amaro che si trova in pezzi come Il Pappone e Nouveau riche. È bello quando le persone colgono anche questo lato, mi piace pensare che sia ignorante, ma sofisticato.

Il tuo concetto di “non dover piacere a tutti” è un retaggio punk. Poi, quando il punk è esploso commercialmente, come il rap ora, si è disgregato tutto velocemente.
Io non dico di piacere a pochi, grazie a Dio, perché ho venduto 70mila copie. C’è questa concezione sbagliata attorno a me per cui, nonostante abbia 34 anni, i famosi haters mi inseriscono comunque sempre tra i rapper nuovi che hanno successo. Molta gente in Italia pensa veramente che io sia Puff Daddy, però la mia estetica è molto più underground. Altri dicono che io sono la rovina dell’hip hop perché sono commerciale, ma la verità è che io sono molto più hip hop di altri, nell’uso delle basi o delle figure retoriche. C’è molto studio dietro. Da quando lavoro nel mainstream e nelle major, dopo anni di frustrazioni, con e senza i Club Dogo, è cambiata una cosa fondamentale: ho avuto la gioia di aver percorso la mia carriera da solista dal primo disco ad adesso riuscendo a trovare il mio stile. Non ho mai avuto un singolo nazionalpopolare, non ho mai avuto un P.E.S., mi piacerebbe eh, però non l’ho mai avuto, eppure ho funzionato anche di più da solista, come numeri e in genera- le. Magari non avrò quella popolarità da giostre, però per me questo è importante, perché è il percorso che voglio fare. Questo disco l’ho fatto proprio con gusto, con piacere.

C’è un passaggio nel disco che è sicuramente ironico, però è come se fosse un messaggio: dici che “dovresti vincere il Premio Strega”. È una sorta di rivendicazione del fatto che il genere non sia solo per ragazzini zarri?
Il Premio Strega è un’esagerazione, però trovare almeno uno stronzo che si accorga che i miei testi hanno un valore non mi dispiacerrebe. Gli unici che nella mia carriera abbiano detto qualcosa a riguardo sono stati Nicola Savino e Linus, non c’è mai stato un giornalista che abbia apprezzato. Quindi dopo un po’, invece che lottare per far sì che arrivi un giornalista radical chic a farti i complimenti, lasci perdere e smetti di agognare questo riconoscimento.

In Italia per star simpatico alla gente devi essere un po’ sfigato

C’è spazio, nel tuo modo di intendere il rap, per raccontare le abitudini della middle class? Intendo alzarsi alla mattina, il caffé, la spesa, le bollette oppure deve essere tutto sempre declinato all’eccesso?
Se io scrivessi un pezzo come Caparezza su un tipo che si sveglia e va a lavorare – che comunque è un bel pezzo – non sarei credibile. In Italia per star simpatico alla gente devi essere un po’ sfigato, un po’ umile, ma ti assicuro che tutti quelli che lo sembrano sono finti umili, li conosco di persona. A me di questa finta umiltà non me ne frega un cazzo, perché non sono così. Non perché io sia altezzoso, comunque frequento persone di ogni tipo, ma non vedo perché io debba fare la parte di quello che si beve il caffè la mattina. Però vedi, ieri ero su una Bentley e oggi sono con il mio amico che canta il neomelodico, gioca a calcio e ha la Fiesta: questa è la mia vita, più popolare di così!

Cosa fai la sera, adesso che sei adulto?
Lavoro tanto, mi divido tra grandi feste ed enormi castigazioni. Se devo lavorare, sono molto metodico, vado a letto presto, mi sveglio alle otto del mattino, faccio un sacco di sport, running, crossfit, pesi, nuoto.

Fai ancora fatica ad addormentarti?
Quando sono a casa che sono tranquillo mi addormento come un bambino. Invece se sono a lavorare, se sono in giro, non vado neanche a letto.

Poi i rapper mettono su famiglia, come Kanye West o Jay-Z.
Beh, Jay-Z ha 45 anni… Sì, è immaginabile. Io sento che farò ancora molto. Nella musica ancora tre o quattro dischi. Quindi probabilmente quando sarò un po’ più tranquillo potrò anche pensare ad avere una famiglia e fare il mio lavoro. Per me ora è difficile soprattutto per ragioni geografiche, sono tanto in giro, non ho una casa mia. Molte volte ci penso, sarebbe bello avere un punto di riferimento. Mi piacerebbe avere un bambino, portarmelo in giro. Poi sono svegli i bambini di adesso, a 5 o 6 anni già te lo puoi portare in viaggio, ai concerti.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di luglio-agosto.
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