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Chi è Beabadoobee, la ventenne che guida il revival del rock alternativo anni ’90

A scuola era un’emarginata, ora è una indie rocker presa a modello dalle coetanee. La nostra intervista alla cantautrice inglese diventata per caso un fenomeno. «Usa lo stesso metodo di Cobain», dice il suo produttore

Beabadoobee

Foto: Blackksocks per Rolling Stone

Tre anni fa, Bea Kristi ha caricato su YouTube una canzone lo-fi chiamata Coffee. Pochi sapevano che era il primo pezzo in assoluto che aveva scritto. «Sono tornata a casa da scuola un giorno» ricorda la cantautrice londinese, 20 anni «e ho trovato mio padre con una chitarra elettrica. Immagino avesse capito che ero un po’ depressa, che m’annoiavo». E così, Kristi ha preso la chitarra, ha scritto Coffee senza darci troppo peso («a metà del pezzo il tempo cambia, è tutta sballata») e l’ha caricata per farla sentire agli amici. Con sua sorpresa, è stata ascoltata 300 mila volte.

A quel punto si sono fatte vive le etichette discografiche e sono spuntati fuori fan che volevano sentire altra musica. Lei ha firmato un contratto con la Dirty Hit, l’etichetta di 1975, Wolf Alice e Rina Sawayama, e ha sfruttato intelligentemente la cosa e collaborando durante la quarantena con Matty Healy e George Daniel, rispettivamente cantante e batterista dei 1975. «Matthew mi ha mandato un sacco di musica. Spero proprio che quando tutto questo sarà finito, faremo qualcosa assieme, io, loro e i membri della mia band».

Kristi, che incide e si esibisce come Beabadoobee, nome di un suo vecchio account Instagram falso, ne parla al telefono dalla casa del suo ragazzo a Londra. È abituata a scrivere nella sua camera da letto, ma il lockdown l’ha comunque messa alla prova. «Avevo il blocco dello scrittore e la quarantena l’ha peggiorato, perché non puoi nemmeno distrarti». Passa il tempo su Instagram, scattando selfie con chitarra e felpe oversize. Teme per i genitori, che lavorano per il servizio sanitario nazionale britannico, e non vede da un pezzo gli amici anche se si trovano tutti in città.

In questo periodo, Kristi avrebbe dovuto essere in giro per il Nord America ad aprire i concerti dei 1975. Sarebbe stata una strana coppia: da una parte un’adolescente introspettiva che suona come una miscela di Dinosaur Jr. e Moldy Peaches, dall’altra un gruppo di synth pop appariscente che suona canzoni politiche satiriche che neanche i Radiohead. Una cosa li unisce: il seguito affezionato. Coffee ha vissuto una seconda vita in febbraio quand’è stata campionata dal rapper canadese Powfu nel singolo Death Bed (Coffee for Your Head). La canzone è diventata virale di TikTok, dove è stata suonata oltre quattro miliardi di volte in un mese, ed è uscita in una versione remixata coi Blink-182. «Ecco, lì ho capito che la gente voleva sentire dell’altra musica».

Nella scuola cattolica che ha frequentato, Kristi era l’unica studentessa filippina. Integrarsi non era facile. «Non sapevo nemmeno come vestirmi», ricorda. «Non ero a mio agio con la mia identità». Ha scoperto il folk di Kimya Dawson dopo aver visto il film del 2007 Juno durante l’ora di religione. «Gli insegnanti dicevano “è un film su che cosa succede quando un’adolescente resta incinta, non dovete seguire suo esempio”, e io pensavo: questo è un gran film e la musica è una figata».

Era proprio la musica a darle conforto in quel periodo. Col tempo, è diventata un modo per accettarsi. I primi due EP a nome Beabadoobee seguivano la formula di Coffee e dell’altra sua canzone diventata virale, una cover di The Moon Song di Karen O: accordi semplici, produzione carica d’eco, testi malinconici ai limiti dell’affettazione. Di quando in quando inseriva nuovi elementi, ad esempio in If You Want To, dall’EP Patched Up. Nell’EP del 2019 Loveworm ha sperimentato maggiormente coi suoni anni ’90, evocando i riverberi di My Bloody Valentine e Sonic Youth, ma anche il songwriting acuto di Life Without Buildings e Elliott Smith. Del resto, su un braccio ha tatuato “XO”, il titolo di un album di Smith.

Kristi era oramai una vera alternative rocker quando, nell’ottobre 2019, ha pubblicato l’EP Space Cadet e ha aperto il tour di Clairo. L’EP trae ispirazione tanto dai pensieri della ragazza, tanto dai meme sull’Area 51 popolari in quel periodo. «Vedi tutti quei meme e senza neanche rendertene conto cominci a scrivere di spazio», dice ridendo. Canzoni come She Plays Bass e Sun More Often non sfigurerebbero suonate in una stazione radio alternativa tra un pezzo degli Smashing Pumpkins e uno dei Silversun Pickups. In I Wish I Was Stephen Malkmus Kristi arriva a citare uno dei suoi eroi anni ’90, anche se il pezzo non è affatto un’imitazione dei Pavement.

Fa musica in modo istintivo e ha buon gusto, dice di lei il produttore Pete Robinson, che ha lavorato su Loveworm e Space Cadet. «Non è diverso da come scriveva Kurt Cobain. Non ha preso lezioni, ma le sue mani si muovono sulla chitarra e tira fuori i suoni che ha in testa, che a volte sono complicati».

Robinson stava lavorando all’album di debutto di Kristi, che uscirà a fine anno, quando nel Regno Unito è arrivato il Covid-19. Fortunatamente, gran parte del lavoro era finito. Non restava che mixare e masterizzare le tracce, un lavoro che può essere fatto anche a distanza (il primo singolo uscirà domani, si intitola Care).

Nemmeno ora che ha avuto successo, Kristi pensa alla musica come a una carriera. È convinta che farà l’insegnante, al limite che scriverà canzoni per l’infanzia. «Comunque non voglio smettere di suonare, ma magari scriverò un libro per bambini. Sarebbe forte».

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