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Chester Thompson e la sua esperienza nei Genesis: «Non parlo con Phil Collins da 10 anni»

I concerti negli stadi con la band, i tour solisti della star di ‘In The Air Tonight’, una litigata lunga un decennio: «Amavo suonare con loro, ma non mi sono mai sentito parte della band»

Chester Thompson dal vivo con i Genesis

Foto: Michael Putland/Getty Images

Nel 1977 Chester Thompson ha cominciato a suonare con i Genesis nel tour di Wind and Wuthering. Aveva buoni motivi per pensare che l’esperienza sarebbe finita in fretta. Si era messo alle spalle le collaborazioni con Frank Zappa e i Weather Report, entrambe durate due anni, e il precedente turnista dei Genesis, Bill Bruford, aveva mollato dopo appena quattro mesi on the road.

E invece il batterista è rimasto con la band fino al reunion tour di Turn It On Again, nel 2007. Non solo, ha anche accompagnato Phil Collins nella sua carriera solista: ha suonato in praticamente tutti i suoi tour tra il 1981 e il 2010. Nel frattempo, il batterista ha anche trovato il tempo per suonare con Santana e i Bee Gees e lavorare ai suoi dischi da solista. Negli ultimi anni ha anche insegnato alla Belmont University, a Nashville, ed è stato in tour con il Chester Thompson Trio.

Ci ha raccontato i primi anni con i Genesis, la svolta solista di Collins, la fine della loro amicizia, la reunion del 2007 e cosa farà quando torneranno sul palco.

Prima di entrare nei Genesis, quanto conoscevi le band prog? 

(Ride) Non molto. All’epoca suonavo in The Wiz, una produzione di San Francisco. È così che ho incontrato mia moglie. Lo spettacolo doveva andare in scena a Chicago, ma c’erano dei problemi con il mio contratto. A quanto pare erano questioni sindacali. Un tempismo perfetto: ho scoperto che non sarei partito e Phil mi ha telefonato per offrirmi il posto nei Genesis.

Come ti ha trovato?
Aveva visto il mio ultimo concerto con i Weather Report e conosceva le cose che avevo fatto con Zappa. Il primo giorno di prove mi ha chiesto di spiegargli un lick che io e Ralph Humphrey suonavano alla fine di Trouble Every Day. Era una cosa col doppio pedale, ed è finita nella versione live di un pezzo dei Genesis.

Hai fatto un corso accelerato di prog prima di iniziare a suonare con loro? 

Mi avevano mandato delle cassette. Stavo andando via da San Francisco e anche se le avevo ascoltate non ero riuscito davvero a capire cosa sarei andato a suonare. Era la prima volta che si ritrovavano a cambiare batterista. Avevano lavorato con Bill Bruford, è vero, ma era un tour relativamente breve. E poi lui e Phil erano cresciuti insieme, si conoscevano bene.

Bill conosceva quel mondo. Non sapeva tutte le canzoni, ma aveva familiarità con l’universo del prog. Hanno scoperto all’ultimo momento che non ci sarebbe stato nel tour successivo. Avevano dato per scontato che avrebbero continuato con lui. Quando mi hanno contattato, avevamo a disposizione 10 giorni di prove per preparare uno show di due ore e mezza. Dopo il primo giorno ho detto: se vogliamo che questa cosa funzioni, ho bisogno di una lista di pezzi da preparare per domani. Fatemela avere e mi farò trovare pronto.

In pratica ho trascritto tutto quello che Phil suonava nei primi dischi. Per loro era una cosa nuova, perché nessuno sapeva leggere la musica. Pensavano fosse interessante ed era anche l’unico modo per farcela. Stavo in piedi tutta la notte a scrivere spartiti.

Hai fatto un’audizione? 

No. È la prima cosa che mi ha detto Phil al telefono: «Nessuna audizione, ho fatto sentire le tue cose agli altri. Se vuoi il lavoro, è tuo».

Com’è stato per te, culturalmente? Loro sono davvero… inglesi. 

Assolutamente. Di sicuro non erano neri americani (ride). Culturalmente venivamo da due mondi opposti. Ci è voluto un po’ per abituarmi. Forse è stato l’adattamento più impegnativo della mia carriera, musicalmente e culturalmente.

Come hai fatto a colmare quella distanza? 

Tenevo la bocca chiusa e gli occhi aperti (ride). È stato interessante. Probabilmente ho assorbito più elementi della loro cultura che loro della mia, all’inizio ero molto a disagio.

Abbiamo iniziato con le date in Inghilterra. C’erano quattro tizi con l’accento inglese (Collins, Tony Banks, Mike Rutherford e Steve Hackett), più quelli del management, anche loro inglesi. Dopo ogni concerto passavamo la serata insieme. Nelle prime due settimane facevo fatica a capire quello che dicevano. Presi singolarmente me la cavavo bene, ma tutti insieme era difficile stargli dietro. Stare in una stanza con persone che parlano la tua lingua e non riuscire a capire niente ti lascia una sensazione strana. Ti senti solo.

Musicalmente erano concerti molto particolari. Tu suonavi la batteria per quasi tutto il concerto, ma in molte parti strumentali c’era anche Phil dietro la batteria. È stato difficile?
Per niente. Io e Phil ci siamo trovati subito, già dalla prima prova. Era già tutto pronto. In fondo, abbiamo le stesse radici. Lui era fissato con i grandi batteristi jazz americani. Io, invece, non sapevo nulla di quelli inglesi, come Keith Moon. Ma la musica americana faceva parte del suo background, e su questo ci siamo trovati subito.

Dopo il 1978 avrai pensato che la collaborazione sarebbe durata a lungo… 

Ero convinto che sarebbe finito tutto dopo un paio di tour. Mai mi sarei mai sognato di pensare che saremmo andati avanti tanto a lungo.

Ti hanno detto subito che la collaborazione era solo per i concerti? In studio Phil suonava tutte le parti di batteria…

Beh, dopo il primo tour mi avevano detto che avrei partecipato al disco successivo. Phil ne era entusiasta. E c’è una cosa che mi ha sconvolto. Hai presente i primi dischi del gruppo? Phil sovraincideva due volte tutte le parti di batteria. Duplicava tutto. E suonava parti intense, complesse. L’ha fatto due volte per ogni disco.

Ero sconvolto. Mi ha detto: «Io sovraincido tutto, ma sarebbe grandioso se potessimo farlo insieme». Il problema è che loro vivono tutti nello stesso quartiere e decidono di scrivere in periodi molto specifici. Lo facevano separatamente, poi si ritrovavano e mettevano tutto insieme. Lavoravano così.

Questo accadeva prima che avessero uno studio tutto loro. Quando l’hanno messo a punto, erano liberi di scrivere quando avevano voglia. Insomma, non siamo mai riusciti a farlo insieme.

Dev’essere stato interessante vedere l’evoluzione da …And Then There Were Thre… fino a Duke e Abacab, quando la new wave ha influenzato il loro sound. 

È stato straordinario, assolutamente. Allo stesso tempo, però, è stato strano investire così tanto tempo in qualcosa di cui non ho mai fatto davvero parte. Ho sentimenti contrastanti su tutta l’esperienza.

Dev’essere stato frustrante.

[Fare solo i concerti e non i dischi ] non era particolarmente frustrante. Il problema era che in quel tour io e Daryl (Stuermer, nella live band dal 1978, ndr) venivamo trascinati agli incontri con i media. Eravamo sempre in una stanza a parte, perché volevano parlare solo con gli altri tre. Dopo è diventato tutto più semplice. Ne abbiamo discusso, ci siamo detti: «Se non serviamo qui, continuate pure voi» (ride).

Non ho mai auto la pretesa di pensare che fosse qualcosa di diverso [da una collaborazione live]. Con il tempo, ho capito che non aveva senso avere aspettative diverse da suonare dal vivo le parti che Phil faceva in studio. Durante i concerti io ero lì per supportarlo. Non c’è mai stata competizione, non pensavo che avrei dovuto fare io quei dischi. Niente del genere.



È raro che il cantante della band suoni anche la batteria…

Esatto. Ed è eccezionale a fare entrambe le cose.

Quando hai scoperto che avrebbe fatto il solista, pensavi che avrebbe funzionato?

L’ho saputo piuttosto tardi. Non ricordo di aver avuto aspettative particolari. Il suo successo non mi ha sorpreso. La sua etica del lavoro… lui non si ferma mai. Ci mette tutto se stesso.



Ricordi la prima volta che hai sentito In the Air Tonight? 

Sì. Ci ha fatto ascoltare la demo prima di un concerto. Era un brano inquietante, molto figo. Si capiva che aveva qualcosa di speciale. Poi è arrivata la batteria e non c’era più niente da aggiungere. Eravamo in macchina, sulla strada per il primo concerto del tour in Giappone. Ci ha fatto sentire diversi pezzi, ma quello spiccava.

Cosa ricordi della reunion con Peter Gabriel per il concerto del 1982 al Milton Keynes Bowl? 

(Ride) è stato divertente. Credo che non l’abbiano mai pubblicato perché Peter fece impazzire il fonico. Avevamo fatto un soudcheck molto dettagliato. I microfoni erano posizionati sul punto del palco scelto da Peter, ma una volta arrivato il concerto… lui si muoveva ovunque, ma mai nel punto in cui sarebbe dovuto essere. Purtroppo, non avevano registrazioni abbastanza buone della sua voce per pubblicarlo.

Ho sentito i bootleg registrati dal pubblico, ma diluviava e suonano tutti abbastanza male. 

Sì. Ma è stato molto divertente. L’hanno organizzato per aiutare economicamente Peter, che era al verde dopo il primo Womad. Erano tutti amici, c’era un’atmosfera fantastica.



Com’erano i tour solisti di Phil? Musicalmente dev’essere stato diverso, c’erano i cori e una sezione di fiati. 

La band era molto più grande. Anche se tecnicamente io e Daryl non facevamo parte dei Genesis, nei tour ci comportavamo come una band. Con Phil, invece, ero solo un attore di un cast gigantesco. Non c’era lo stesso lusso, ma andava bene così. I Genesis erano molto bilanciati. Non c’era nessun leader. Tutti potevano dire la loro.

Il primo tour con Phil non è andato tanto bene. Lui si interfacciava solo con la batteria. Se i fiati sbagliavano una parte si girava e mi fissava (ride). Lui capiva tutto molto in fretta, ma in quel tour mi capitava di pensare: dai, amico, sai che non è colpa mia. Detto questo, per 14 anni abbiamo alternato i suoi tour con quelli dei Genesis.

Il picco commerciale dei Genesis è arrivato nel periodo di Invisible Touch. Avete fatto quattro sold out a Wembley. Com’è salire su quel palco e vedere un oceano di persone? 

È incredibile quanto sia facile abituarsi a esperienze assurde. Quando suoni per la prima volta negli stadi, sei sopraffatto. Poi inizia a sembrarti normale. Ricordo di aver fatto un’arena, dopo una serie di live negli stadi, e mi sembrava un’esperienza intima. Siamo esseri umani, ci adattiamo.

Durante le date del tour di We Can’t Dance, nel 1992, avevi capito che Phil non avrebbe continuato con i Genesis?
No, non l’avevo capito. Non sapevo cosa succedeva dietro le quinte. Ma c’era un’atmosfera strana. Ricordo che dopo Invisible Touch parlavano di prendersi cinque anni di pausa. Non mi sembrava una grande idea. Ma eravamo arrivati al punto che nelle prime file dei concerti c’erano celebrità di Hollywood. Erano lì seduti con l’aria di chi pensa: «Sono qui, impressionatemi». Il fatto che quei concerti fossero eventi e non occasioni per suonare per i fan gli dava molto fastidio.

Così si sono presi una pausa. Nel tour di We Can’t Dance c’era un’atmosfera completamente diversa. Credo che la vita si fosse messa di traverso. Phil aveva problemi in famiglia, non stava passando un bel periodo. Probabilmente la cosa ha influito. Quando se n’è andato, però, ero comunque sorpreso. Non me lo aspettavo.

La notizia non è uscita fino al 1996…
Esatto. Ma nell’ultimo tour dei Genesis gli avevo detto che mi sarei preso una pausa dai suoi tour, ero convinto che avrebbe continuato ad alternare gli uni e gli altri. Credo che fosse arrabbiato, in un’intervista mi avevano chiesto cosa preferissi tra i Genesis e i suoi tour, e io avevo risposto diplomaticamente che erano entrambi fantastici e che la musica dei Genesis era più sfidante e interessante. Non avevo mai suonato in tour con un gruppo R&B, ma ho suonato quelle cose per tutta la vita. Phil era scioccato dal fatto che non considerassi la sua musica come la più divertente.

In quella stessa conversazione gli ho detto che mi sarei preso una pausa da tutto, perché non potevo stare via da casa così a lungo. Poi, nel 1999, sono tornato. Ero andato con mia moglie a vedere la sua band a Birmingham. Quando l’ho incontrato, la prima cosa che mi ha detto è stata: «Ti andrebbe di tornare a suonare con noi?». Era il momento perfetto. Mio figlio era appena entrato al college e durante l’estate partiva per i suoi tour.

Quando nel 2004 Phil ha detto che quel tour sarebbe stato l’ultimo, gli hai creduto? 

(Ride) Mmm, non ero convinto che fosse la fine. Ma è stato un grande tour, con una grande band. Non so, di sicuro si è fermato per un po’. E anche se non collaboriamo più insieme, sono felice che sia tornato al lavoro.

Com’è stato il tour dei Genesis del 2007? Il fatto che ti abbiano richiamato ti ha sorpreso? Erano passati anni…

No, non mi ha sorpreso. In realtà, tutto è iniziato alla fine del tour di Phil del 2005. Abbiamo suonato a Londra e c’erano tutti gli altri della band. A un certo punto hanno chiesto a me e Daryl di andare in una stanzetta dietro le quinte. Stavano festeggiando i 30 anni di management di Tony Smith.

Io e Daryl siamo tornati in gioco così. E devo dire una cosa: nonostante mi fossi sempre sentito separato dal gruppo, vedere tutti insieme è stato fantastico, mi ha fatto sentire bene. Mi ha fatto capire che eravamo davvero una band. Non sono mai stato un vero partner creativo, ma non c’è dubbio che fossimo una band. Eravamo là fuori tutti insieme e ha significato molto per tutti.

Non lo dimenticherò mai. Ci siamo fatti una foto insieme, tutti e cinque, e Phil ha scherzato: «Beh, siamo tutti qui. Quando inizia il tour?». Gli occhi di Tony Smith si sono illuminati, non l’avevo mai visto così. Dio mio.

Aveva sentito l’odore dei soldi… 

Dio mio! Gli avevano appena fatto un regalo straordinario. Non so come descriverlo, ma era basato sulla tecnologia degli ologrammi. Era una gigantesca cornice con le copertine di tutti i loro dischi. Era geniale. Dopo quell’incontro, hanno iniziato a vedersi. Hanno iniziato a pianificare tutto durante il tour di Phil del 2005.

A un certo punto si parlava di coinvolgere anche Peter Gabriel e Steve Hackett. 

Sì, esatto. Non so i dettagli, ma credo che Peter fosse impegnato con qualcos’altro. Prima di partire, ci siamo incontrati a New York e abbiamo passato due settimane a suonare e vedere se fossero interessati. Non credo di aver mai riso così tanto come in quelle due settimane. Non facevamo altro, giorno e notte.

Anche il tour è stato così. Amico, è stato esilarante. Ormai era passata tanta acqua sotto i ponti e stare insieme era semplicemente divertente. Non so cosa succedesse dietro le quinte, ma il tempo che abbiamo passato insieme è stato grandioso.

Continuavate a riempire gli stadi…
Esatto. E quando abbiamo smesso, dopo quel tour, tutti erano sotto shock. Poi ho fatto il progetto Motown di Phil e non è andato bene (Nel 2010 Collins ha fatto un piccolo tour per promuovere un disco di cover della Motown, Going Back, ndr).

Perché non è andato bene? 

Beh, non mi ero preparato così nel dettaglio come facevo di solito. Anche perché Phil faceva sempre cambiamenti piuttosto importanti. In più, io sono cresciuto con la roba di Motown e forse la davo per scontata. Ma Phil è Phil, aveva stabilito ogni singolo fill, ogni dettaglio di ogni canzone.

Quando siamo andati alle prove, non sapevo cosa stesse succedendo nella sua vita. Non ne avevo idea. Sapevo solo che era una persona radicalmente diversa da quella che conoscevo. Un giorno era particolarmente arrabbiato e mi ha insultato davanti a tutti. Mi ha detto che suonavo di merda e cose del genere. L’atmosfera era cambiata. Non abbiamo fatto molti concerti, ma all’ultimo – al Montreux Jazz Festival del 2010 – non era di certo felice.

A un certo punto, durante quel concerto, dovevo suonare un backbeat per introdurre l’ultimo brano. Lui si è girato e ha iniziato a fissarmi. Io ho pensato: e ora che ho fatto? Ero immobile. Per fortuna, il bassista Bob Babbitt ha iniziato a suonare il brano. Poi, alla fine dello show, ha perso la testa. Io gli ho detto: amico, quando ti sei girato ci sono rimasto male.

Di solito durante i concerti ci guardiamo molto. In quel tour non è mai successo. Quando si è girato in quel modo mi ha spaventato, non sapevo cosa sarebbe potuto accadere. È stata un’esperienza molto intensa, per niente divertente.

Dopo quella sera, sono stato arrabbiato con lui per un bel po’. Ora mi è passata. Gli auguro il meglio. E credo sia fantastico che suo figlio possa suonare con lui, perché lo faceva dietro le quinte già a 5 anni. Sapevamo tutti che sarebbe diventato un gran musicista. Si capiva già quando aveva 5 anni.

Hai mai parlato con Phil negli ultimi 10 anni? 

No. Mai. Neanche una volta. E va bene così. Non provo rancore. Ci è voluto un po’ per superare la rabbia, ma davvero gli auguro il meglio. Ripeto, è fantastico che possa suonare con il figlio. Vorrei essere abbastanza ricco per poter pagare il mio (ride). Se potessi, andrei in tour con lui anche adesso. È diventato un musicista mostruoso.

Nel suo libro, Phil dice che in quel periodo aveva grossi problemi con l’alcol. Il suo matrimonio cadeva a pezzi…

Non ne sapevo nulla. Continuavo a pensare: ma che diavolo sta succedendo?

Immagino che un giorno tornerete a parlarvi.
Mi starebbe bene anche non farlo più. Non credo che ce l’abbia con me. Non ne ho idea (ride). Ma mi sto godendo la vita. E devo essere onesto: nella mia carriera ho sempre cercato di suonare stili diversi di musica. Cerco sempre qualcosa di nuovo, il prossimo progetto. Parte di me non è particolarmente delusa all’idea di non suonare quei pezzi per altri 30 anni (ride).

Se i Genesis dovessero tornare in America, andrai a vedere il concerto? 

Probabilmente no. Forse sì. Non lo so. Non ho visto il tour di Phil. So che ci sono andati tutti, ma ero ancora arrabbiato. Adesso invece sarei curioso. Non so dove potrebbero suonare. So che stavano lavorando a delle date in Europa.

E dio mio, non sai che e-mail ricevo! È interessante vedere quanto sia diversa la realtà dalla percezione della gente. Come ho detto, non c’è mai stata una band vera e propria. Per molti fan, però, c’era. È bello ricevere quei messaggi, ma allo stesso tempo sono andato avanti, e mi costringono a tornare indietro e affrontare quei momenti.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.