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Che hai fatto nel 2020, Lars Ulrich?

Il batterista dei Metallica ha visto documentari, inventato un cineforum coi figli, ascoltato i Thin Lizzy, letto la biografia di Matthew McConaughey. Nel 2021 vuole fare una sola cosa: suonare dal vivo

Lars Ulrich

Foto: Amy Harris/Invision/AP

I Metallica avevano concerti programmati in tutto il mondo, ma il Covid aveva altri piani. Dopo la cancellazione di tutte le date, hanno donato centinaia di migliaia di dollari a organizzazioni benefiche attraverso la loro fondazione All Within My Hands, raccolti grazie ai video in streaming di vecchi concerti. Alla fine, i membri della band hanno trovato un modo per suonare insieme: in una versione acustica e registrata a distanza di Blackened, riunendosi di persona per un concerto che hanno proiettato nei drive-in, ancora in unplugged per uno streaming di beneficienza, oltre ad avere pubblicato l’album S&M2. Il batterista Lars Ulrich ha anche rivelato, in un’intervista con Phoebe Bridgers, che la band è tornata a scrivere musica per il seguito di Hardwired… to Self-Destruct, l’album del 2016.

Nelle pause tra gli impegni dei Metallica, Ulrich ha trovato modi creativi per passare il tempo nell’anno della quarantena. Ha inventato un cineforum per i figli, che hanno improvvisato una versione heavy di Eleanor Rigby dei Beatles. Lui e i suoi famigliari si sono alternati a scegliere classici del cinema da vedere. Ha fatto volontariato per un’organizzazione locale che distribuisce cibo. Ha visto i documentari di Ken Burns e letto la biografia di Matthew McConaughey Greenlights. Qui racconta di tutte le cose che l’hanno aiutato a superare il 2021, e le sue speranze per il 2021.

L’album che ho ascoltato di più:

Il debutto dei Rage Against the Machine. Non c’è niente di meglio per leggere il mondo di oggi. La musica, i temi, i testi, le performance: tutto sembra rilevante per raccontare la follia che ti investe ogni volta che apri un qualsiasi dispositivo. Credo sia la colonna sonora perfetta del 2020.



La serie tv preferita: 

Mi sono immerso nel mondo di Ken Burns. Ho passato un sacco di tempo con Vietnam, la storia del jazz, Country Music. Quando ho il lusso di poter guardare qualcosa in streaming, cerco di trovare un equilibrio tra spegnere il cervello e imparare qualcosa, in più amo la storia e il modo in cui Ken Burns approfondisce certi argomenti. E se vuoi affrontare qualcosa come la storia del jazz, allora devi farlo con rispetto. Per questo i suoi lavori sono i miei preferiti.

Quest’anno sono usciti davvero tanti documentari e io li adoro. Ce n’è uno fantastico che si intitola We Are Freestyle Love Supreme, parla di un gruppo incredibile e talentuoso che fa freestyle, è da lì che vengono Lin-Manuel Miranda e tutti gli altri. Ho adorato il documentario su Mike Wallace, Mike Wallace Is Here. Anche quello su Halston, o su David Crosby. Ce n’è anche uno su Laurel Canyon. O quello sulla Band, Once Were Brothers. Ce n’è uno straordinario, russo, intitolato Citizen K e uno del Bluebird Cafe di Nashville. Non sono molto aggiornato sulle serie tv e la roba di cui parlano tutti. Ma tutte le cose che ho nominato sono davvero fighe.

La canzone che definirà il 2020: 

Cold Sweat dei Thin Lizzy. Nei primi mesi del lockdown, quando restavamo svegli di notte insieme alle persone con cui ho passato l’isolamento, i Lizzy erano la colonna sonora e quella era la canzone più ascoltata. A una cena di due giorni fa, mio figlio Layne l’ha messa sul telefono e ce la siamo goduta.

Il video virale che ho visto più volte in quarantena: 

È lo stesso che ho visto di più negli ultimi cinque anni: Lin-Manuel Miranda che si esibisce alla Casa Bianca. Era il Poetry Jam del 2009. Lui si alza in piedi di fronte al presidente, alla first lady e a una stanza piena di autorità, inizia a parlare di come Alexander Hamilton abbia definito l’hip hop. C’era chi pensava fosse un pezzo comico, erano cinque anni prima del debutto di Hamilton. 

Nella performance fa le prime due strofe e il ritornello del primo brano dello spettacolo. Gli hanno fatto una standing ovation. Cinque anni dopo, Hamilton era la cosa più grossa del pianeta. Adoro quella clip perché sono infatuato della creatività, del processo che c’è dietro. Mi manda fuori di testa.

Il vecchio album che ho riascoltato per sentirmi meglio:
Dirt degli Alice in Chains. È di grande ispirazione. È incredibile quanto i testi fossero coraggiosi e trasparenti, ed è un disco molto coerente. Suona ancora rozzo, onesto e coraggioso come un tempo. All’epoca ascoltavo di più la musica e i riff, adesso invece mi concentro sulla voce, i testi e i temi affrontati, è un disco incredibile. È attuale. Sembra davvero uscito una settimana fa.

Il vecchio film che ho rivisto per sentirmi meglio: 

Ce ne sono tanti. Non vedo l’ora di vedere la nuova versione del terzo Padrino. Per questo la settimana scorsa ho visto i primi due. Insomma, quant’è bravo Al Pacino? Ha il ghiaccio che gli scorre nelle vene! Gli hanno fatto una specie di trasfusione? È incredibile, soprattutto la scena alla fine del secondo. È semplicemente folle. Senti, credo di aver visto Il Padrino parte II almeno 20 volte. Non ha un secondo morto. Credo siano le 60 ore meglio spese della mia vita. Per questo non vediamo l’ora di vedere la nuova versione.

L’hobby che ho scoperto in quarantena:
Fare i tamponi per il Covid. Ne avrò fatti 30 o 40. Entri in questa specie di bolla. Li abbiamo fatti per il concerto al drive-in della scorsa estate. Abbiamo fatto uno stream qualche settimana fa, più qualche scappatella per scrivere… scherzo, ovviamente. 

Un nuovo hobby? C’è poco nella mia vita che posso definire con la parola hobby. Durante la quarantena sono andato un sacco in bici. Per me, che sono cresciuto in Danimarca, la bici è un normale mezzo di trasporto. La usavo per andare dal punto A al punto B. In quarantena, invece, andavo dal punto A al punto A, facendo il giro lungo. Ho esplorato San Francisco con la mia famiglia, una cosa che non avevo mai fatto prima. Ed è stato interessante. Vivo qui da 40 anni, e ci sono un sacco di zone che osservi con occhi diversi se sei in bici invece che in macchina. È stato fantastico, durante la quarantena, vedere la città in modo diverso. Quindi direi che è stato questo il vero hobby che non avevo mai esplorato a fondo.

Il miglior libro letto in quarantena: 

Quello di Matthew McConaughey. Lui è un gran narratore e il libro è pieno di aneddoti pazzeschi. Non c’è niente di più figo che entrare nella sua testa. È divertente e quando lo leggi ti sembra di sentire la sua voce. C’è gente che usa i ghostwriter e c’è chi non lo fa. Nel secondo caso, come per esempio Springsteen, hai davvero l’impressione di conversare con loro. La stessa cosa vale per il libro di Matthew.

La celebrità con cui vorrei passare la quarantena: 

Credo A. O. Scott, il critico cinematografico del New York Times (ride). Potremmo sederci e fare gli intellettuali su film passati e presenti, non mi stancherei mai. È anche bravo a trovare l’equilibrio tra aspetti più personali e una critica più universale, è divertente e allo stesso tempo serio, sempre nei momenti giusti. E in quanto critico, almeno quando si parla di film, è di gran lunga il mio preferito. È uno scrittore con cui ho una sorta di connessione emotiva, condivido la stessa visione del mondo, e poter approfondire i classici con lui sarebbe fantastico.

Una cosa positiva che mi è successa e che nessuno ha notato:

Ho fatto crescere quel che resta dei miei capelli. Non li ho tagliati per otto mesi!



Il mio eroe del 2020:

Ovviamente i medici e i paramedici che hanno messo la vita in gioco e si sono rimboccati le maniche per aiutare chi ha preso questa terribile malattia. Ammiro il loro altruismo. Non credo si possa celebrare abbastanza questo gruppo di persone, che sono milioni in tutto il mondo, e mi sembra che non abbiano ricevuto abbastanza riconoscimenti dalla collettività per i turni massacranti che continuano a fare.

Una parola o una frase che non voglio più sentire:

Cerco di ignorare le cose che mi innervosiscono, quindi non ho una risposta.

La cosa che temo di più dal 2021:

Non riesco a pensare niente di particolare. La mia risposta è collegata a quella alla domanda precedente: cerco di pensare solo a cose buone. Sono un eterno ottimista, direi. 

Ho 56 anni, presto ne farò 57. E visto che mi sento ancora un sedicenne, diciamo che… accetto il funzionamento dell’universo, adoro fare esperienze nuove, e c’è una parte di me che si sente ancora un adolescente. Se nessuno mi chiede quanto sono vecchio, me ne dimentico. Non penso troppo alla mia età. Ma nel 2021 ne avrò 58. È strano, mi sento ancora un cazzo di ragazzino. Penso a queste cose solo durante le interviste.

La cosa che sogno di fare quando la pandemia sarà finita:

Indovinate… Sì, cari lettori, risposta esatta. È condividere la mia musica dal vivo col pubblico e i miei compagni della band. L’abbiamo fatto in isolamento, su Zoom, in streaming, ma non vedo l’ora di tornare sul palco. Siamo in giro da 38 o 39 anni, e sono 16 mesi che non facciamo concerti. È la pausa più lunga della nostra carriera, e non vedo l’ora di tornare là fuori, suonare, sudare, connettermi con band e pubblico.

La mia speranza per il 2021: 

Credo che gli esseri umani abbiano una tendenza innata alla sopravvivenza. Ovviamente quest’anno è stata messa a dura prova, ma la mia speranza più grande è che supereremo questa follia e che… c’è troppa divisione, troppe cose che ci separano, ma sono un inguaribile ottimista e penso che tutti lavoreranno per trovare un modo per stare insieme, celebrare le cose che ci uniscono e non quelle che ci dividono.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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