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Chadia Rodriguez: «Sono una cazzara e una zarra, ma sono anche molto sensibile»

La scena urban italiana era impreparata a una rapper non edulcorata dal pop, e qualcuno l’ha accusata di avere un ghost writer. La verità, però, è diversa. Chadia è assolutamente reale, e i suoi mentori Jake La Furia e Big Fish fanno fatica a contenerla.

Chadia Rodriguez

Foto Floriano Macchione

È una splendida giornata a Milano, ma la temperatura esterna sfiora lo zero. Nonostante questo, però, Chadia Rodriguez è uscita coraggiosamente di casa indossando una minigonna senza calze. «Mi sono svegliata, ho visto il sole e non ho pensato potesse fare freddo» spiega allegramente, con l’innocenza disarmante dei suoi vent’anni, mentre il suo entourage, capitanato dai suoi scopritori Jake La Furia e Big Fish, si preoccupa che possa prendere un raffreddore alla vigilia di un tour nei club già fittissimo di date. Otto mesi fa, quando ha debuttato con il video di Dale e poco dopo con quello di Fumo bianco, ha colto la scena urban italiana quasi impreparata. Pochi, in effetti, si aspettavano che anche da noi ci fosse spazio per una rapper che spacca, giovanissima, di respiro internazionale («mio padre è marocchino e mia madre spagnola, ma sono cresciuta a Torino»), che come le colleghe americane non si censura né nel linguaggio né nell’immagine («Se mostro il mio corpo è perché non provo imbarazzo e mi sento a mio agio, quindi che problema c’è?») e che non vuole assomigliare a nessun’altra («L’unico a cui mi ispiro è Jake, anche se qualche amica rapper ce l’ho, come le Bada$$ B»). In mancanza di esempi di artiste italiane che arrivano in classifica spaccando per i canoni del rap, e non per quelli edulcorati del pop, molti temono che Chadia sia un personaggio costruito a tavolino, o peggio, una sorta di marionetta i cui fili vengono attentamente manovrati dai maschi che la circondano. La verità, però, è che nel suo caso il mix di spontaneità, energia, esuberanza e rabbia è assolutamente reale, anzi, a volte i suoi mentori fanno fatica a contenerla: «Non c’è nessuno al mondo che mi fa ridere quanto lei. Ma anche nessuno che mi fa incazzare quanto lei!» confessa Jake, benevolo. Il suo primo EP, Avere vent’anni, è stato concepito apposta per mostrare tutte le sfaccettature della sua personalità: si va da banger come 3G a brani di critica sociale come Sister (Pastiglie), una sorta di versione 2.0 di Pastiglie dei Prozac + aggiornata alle droghe di oggi.

Quando è nata la passione per il rap, per te?
Fin da piccola non ascoltavo altro, praticamente, forse perché nei suoi testi diceva tutto ciò che non riuscivo a dire. Scrivere, però, è stata una cosa che ho imparato gradualmente a fare. Mi ci sono appassionata davvero dopo che mi sono infortunata e ho dovuto mollare il calcio.

Giocavi?
Sì, come terzino e fascia! Ho iniziato in cortile, con gli altri bambini della zona, e poi in una squadra maschile vicino a casa mia. Lì mi ha notato la Juventus femminile, che mi ha reclutato. Era un ambiente bellissimo, sano: ci siamo divertite un sacco ai tempi, anche fuori dal campo. Quando ho dovuto smettere, ho iniziato a scrivere tutti i giorni. Era una cosa che facevo innanzitutto per me stessa: per sfogarmi, ma anche per imparare parole nuove, trovare cose nuove da dire. Tutti vogliono raccontare qualcosa, ma farlo bene non è così semplice, devi impegnarti.

Impegno che è stato notato da Jake la Furia e Big Fish…
Cercavano una ragazza che facesse rap con cui collaborare, e un amico comune ha girato a entrambi alcune mie cose: erano dei semplici file registrati sul telefono, ma mi hanno subito contattata. Non potevo crederci! Sono cresciuta con la musica dei Club Dogo e le produzioni di Fish, per cui il fatto volessero conoscermi era quasi surreale, per me. Con loro mi trovo davvero bene, sono delle bellissime persone e mi sostengono in tutto.

Ti aspettavi che le cose decollassero così in fretta?
Beh, non mi aspettavo sicuramente che arrivasse subito tutto questo (Indica la bellissima sala riunioni della Sony dove ci troviamo, ndr). Vuol dire che stiamo facendo bene, però, e ne sono davvero contenta, perché ci stiamo mettendo il cuore. Molti miei pezzi nascono quando siamo insieme in studio a condividere idee. Jake e Fish mi aiutano a vedere le cose in un’altra prospettiva, perché hanno più esperienza: grazie a loro sto imparando e scoprendo un sacco di cose, sia a livello musicale che come mestiere.

Nell’EP ci sono brani molto diversi tra di loro. In Fumo Bianco, ad esempio, descrivi una storia d’amore che sta andando abbastanza di merda…
Una storia vera: parlo della separazione con il mio ex. Tra l’altro, quando gli ho svelato che la canzone era per lui, mi ha detto che si era messo con un’altra e che lei era incinta… (ride) In quel testo metto a nudo i miei sentimenti, e credo che dovremmo farlo tutti un po’ più spesso. Non dobbiamo vergognarci quando stiamo male, anzi, parlarne può aiutarci a ritrovare sicurezza.

In Sarebbe comodo li metti ancora più a nudo: nel pezzo racconti delle botte di tuo padre e del fatto che hai vissuto in comunità. Quando pensi che tutta Italia la ascolterà, cosa provi?
Non bisogna mai evitare di mostrare il proprio dolore, perché è come la paura, più lo reprimi e peggio ti fa stare. Quando hai qualcosa che ti pesa sulla coscienza, è meglio tirarlo fuori. Nella mia vita ho passato dei brutti periodi, ma non voglio nasconderli, perché quella sofferenza mi è stata d’aiuto: oggi sono come la fenice che è risorta dalle sue ceneri. E se la mia esperienza potrà aiutare qualcun altro, ben venga.

Parlandoti sembra che in te convivano una Chadia molto riflessiva e una Chadia zarrissima che ha voglia di spaccare tutto…
Non sono due personalità diverse, sono sempre io. Sono una cazzara e una zarra, ma sono anche molto sensibile, mi emoziono con poco e se vedo qualcosa che mi fa incazzare mi metto a piangere di rabbia. Per chi fa musica non ha senso porsi dei limiti: fare solo canzoni tipo 3G non avrebbe avuto senso. Giustamente la gente vuole vedere cosa c’è dietro la maschera.

Una cosa che si sente dire spesso di te è “Spacca, ma chissà se i pezzi se li scrive da sola o sono di qualcun altro”. Come rispondi?
È un classico. Perché la gente non se lo chiede di tanti altri rapper maschi? Non nego il fatto che, come dicevamo prima, il nostro è un lavoro di gruppo, visto che sto ancora imparando il mestiere: se secondo Jake o Fish qualcosa non funziona o non scorre bene in un mio testo, mi suggeriscono di cambiarlo. Ma se io non facessi la mia parte, loro non avrebbero niente da suggerire o correggere. Se la gente pensa che non sia io a scrivere, pazienza: io so qual è la verità, e l’importante è questo.

Non registreresti mai un testo scritto da qualcun altro, quindi?
Dipende. Quanti soldi mi danno? (Scoppiano tutti a ridere, soprattutto Jake: “Non funziona esattamente così, mi spiace”, ci tiene a spiegare alla sua pupilla, ndr)

Bene o male l’essenziale è che se ne parli, comunque, e di te si parla già tantissimo. Ti sei fatta un’idea di chi sono i tuoi fan?
Certo, anche perché grazie a Instagram ci parlo spesso. Sono sia maschi che femmine e hanno tante età diverse. Mi raccontano la loro vita, le loro storie, i loro problemi… Mi fa piacere soprattutto che le ragazzine mi scrivano per chiedermi consigli. Magari sono bullizzate, insicure, hanno problemi a casa, e si rifugiano nella musica. Mi ci rivedo molto: quando ero piccola mi sarebbe piaciuto avere un supporto o una parola di conforto dai miei artisti preferiti. Quando scrivo, lo faccio anche per dare voce a loro. Il mio mondo non gira soltanto attorno a me.

Tutto questo affetto da parte dei fan comporta anche essere sempre al centro dell’attenzione, e immagino non sia facile gestire la pressione. Qualche settimana fa girava su Whatsapp un video in cui litigavi fuori da un locale, che qualcuno aveva filmato di nascosto…
È vero, se adesso faccio un errore sono sotto gli occhi di tutti, so che devo starci più attenta. Ma sbagliare è normale e umano, non siamo delle macchine. E poi, se non sbagli, come fai a crescere? Sarò anche un’artista, ma ho vent’anni. Voglio poter fare tutte le cazzate che è normale fare alla mia età. Non voglio arrivare a trenta piena di rimpianti e recuperare il tempo perso comportandomi da ragazzina, rendendomi ridicola.

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