Chad Channing, il batterista “cancellato” da ‘Nevermind’ non ce l’ha con nessuno | Rolling Stone Italia
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Chad Channing, il batterista “cancellato” da ‘Nevermind’ non ce l’ha con nessuno

Le sue parti incise durante le prime session dell’album sono state risuonate da Dave Grohl. Niente rancori: «Una volta che sei fuori da una band puoi diventare un suo fan, no?»

La formazione di 'Bleach' con, a sinistra, Chad Channing

Foto press

Nevermind compie trent’anni. Per l’occasione abbiamo fatto quattro chiacchiere con Chad Channing, il batterista dei Nirvana che uscì dal gruppo prima del grande botto. Senza rimpianti, ma lasciando il segno.

Chad, partiamo dalle tue origini. Nasci a Santa Rosa, California. La tua carriera musicale però si svolge per lo più nello Stato di Washington, non lontano da Seattle. Cosa portava una famiglia dalla California al Nordovest Pacifico, negli anni ’70?
Qui bisogna aprire un enorme vaso di Pandora. Sei pronta? Dunque, con la mia famiglia ho fatto più di cinquanta traslochi. Mio padre era un dj radiofonico, leggeva le news. Ha lavorato per stazioni radio country e Top 40. Erano gli anni ‘70 e, a meno che tu non fossi Casey Kasem, non facevi molti soldi con quel lavoro. Eravamo una famiglia di sei persone: io, mia madre, mio padre e tre fratelli. Dovevamo andare dove c’erano i soldi. Siamo stati alle Hawaii, in Alaska, in Minnesota e anche in Idaho. Poi, nel ’78, ci siamo trasferiti nello Stato di Washington. E per un po’ abbiamo vissuto in tenda.

Hai vissuto per diversi anni – e ancora vivi – a Bainbridge Island, un isolotto molto grazioso che nei primi anni ‘80, era una sorta di enclave hippie di Seattle, con una sua scena. Me la racconti?
Beh, a Bainbridge non c’erano locali in cui suonare, quindi si suonava in casa della gente, nei seminterrati o alle feste. I cosiddetti kegger. E se volevamo suonare seriamente dovevamo andare a Seattle, era una scelta forzata. Prendevamo un traghetto nel pomeriggio, suonavamo, e poi al ritorno c’era il traghetto delle 2:10, detto anche la barca della vergogna. Se saltavi quello, rimanevi a Seattle tutta notte.

In quali band hai suonato?
Una delle primissime band che conobbi a Bainbridge Island furono i March of Crimes. Il loro leader era Jonathan Evison, che ora è uno scrittore di fama internazionale. Io ero in una band metal di nome Stonecrow, con Rob Day e Jason Everman (futuro chitarrista dei Nirvana e, per breve tempo, bassista dei Soundgarden, nda). Dopo gli Stonecrow fui nei Magnet Men, e poco dopo Ben Shepherd (futuro bassista dei Soundgarden, nda) si aggiunse e prendemmo il nome di Tic Dolly Row.

E fu proprio durante un concerto dei Tic Dolly Row che qualcuno ti presentò Krist Novoselic e Kurt Cobain…
Sì, è andata così. Una sera suonavamo al Community World Theater di Tacoma. Condividevamo il palco con una band di nome Bliss; Novoselic e Cobain suonavano in quella band. Fu il mio amico Dan Romero a presentarci. Poi, i Tic Dolly Row si sciolsero da lì a poco. Mi pare di ricordare che tornai al Community World Theater a vedere i Malfunkshun (la band di Andy Wood, nda); Kurt e Krist erano là, e m’invitarono a un concerto all’Evergreen State College di Olympia che avrebbero tenuto un paio di giorni dopo. Andai, e dopo lo show mi chiesero se volessi suonare la batteria con loro. Ci trovammo dunque per fare una jam, e poi un’altra. Non ci fu un momento in cui il mio ingresso nella band fu ufficializzato. Continuammo a suonare insieme e basta. Era il 1988.

Mi pare di capire che ci fosse chimica fin dal principio.
Io mi sono sempre adattato a ogni band in cui ho suonato. I Nirvana per certi aspetti erano più semplici delle mie band precedenti. Sono stato sempre un grande fan delle melodie vocali, e amavo quelle di Kurt. Però sono sempre stato anche un singer-songwriter e, a un certo punto avrei voluto contribuire come autore con i Nirvana. Non perché avessi bisogno di visibilità, me ne sto meglio nascosto. Sai, una cosa che dicono spesso dei batteristi, è che, segretamente, ambiscono a essere dei frontman. Non io. Ma mi sarebbe piaciuto contribuire di più alle canzoni, con Kurt.

Nevermind inizialmente doveva essere l’album successivo a Bleach per la Sub Pop. Notoriamente non fu così, perché i Nirvana decisero di firmare con la Geffen. Avevi mai avuto la sensazione che Kurt fosse insoddisfatto della Sub Pop?
Quando si parlava di business non ero parte del gioco. Kurt e Krist parlavano molto di quelle cose tra loro. Dopo la sessione con Butch Vig, io me ne tornai a Bainbridge, e loro due stavano ancora a Olympia, si frequentavano di più. Dunque eravamo fisicamente distanti, e io ero disconnesso da quella situazione. Al tempo non avevo neanche idea di quel che accadeva con la Sub Pop. Avevamo firmato un contratto, sì, ma non mi ponevo troppe domande.

Come hai detto, eri parte della band durante quella prima sessione (6-9 aprile 1990) con Butch Vig a Madison, Wisconsin, quando i Nirvana incidevano il primo demo di quello che sarebbe stato Nevermind. È vero che la versione di Polly incisa in quei giorni finì nella versione definitiva dell’album a tua insaputa?
È vero, non ne ero consapevole. L’ho saputo nel 2000 o giù di lì. Ricevetti un’e-mail in cui qualcuno mi diceva: «Ehi, ma lo sai che quella è la tua versione di Polly?». Poi ho riascoltato bene l’album e ho pensato: «Ah, ok, può essere». In effetti, era vero: il mix finale del disco conteneva la versione di Polly con dentro la mia parte di batteria, o meglio, il mio piatto ride. All’epoca non mi ero posto la questione.

Le altre canzoni di Nevermind furono re-incise in sessioni successive, sempre con Butch Vig, in California, quando i Nirvana erano già passati alla DGC. La cosa che non tutti sanno è che Dave Grohl risuonò le parti di batteria che avevi scritto tu…
Sì, è così. Ne sono stato onorato. Dave è un batterista fenomenale e un essere umano splendido. Quando per la prima volta ho ascoltato Nevermind, ho notato solo delle minime variazioni. Per darti un esempio di quel che voglio dire: nel pezzo In Bloom, dopo l’intro, nella strofa che precede il ritornello, Dave dava due colpi di cassa, io invece nella mia versione originale ne suonavo uno solo. Tutto il resto è uguale. Sono le parti che avevo scritto.

Cosa succede in questi casi con i crediti?
Non so se c’è il mio nome sul disco, non mi è venuto neanche il guizzo di guardare (il suo nome non compariva nel libretto dell’edizione originale di Nevermind, è stato aggiunto in seguito, ndr).

Prendi le royalties?
Sì, prendo dei punti di royalties. È pazzesco che sia successo anni dopo, dal 2000 in poi.

Mi ha sempre colpito la franchezza e la rilassatezza con cui oggi parli di quel disco e del fatto di non essere stato nella band al momento del grande botto.
Il mio problema con la band erano le differenze musicali. Volevo anche contribuire alla scrittura, ma sapevo che non sarebbe mai successo, e quindi le strade si sono separate. Mi hanno chiesto spesso se ho dei rimpianti per non essere rimasto con i Nirvana. Ma quali rimpianti? Una volta che sei fuori da una band, hai la possibilità di diventare un suo fan. Non è meraviglioso?

Hai dei ricordi della registrazione di Bleach?
Ci vollero solo tipo sette giorni. È stata la mia prima volta in studio, ai Reciprocal con Jack Endino. Una bella persona con cui lavorare. Sempre pronto a partire. Aveva sempre decine di snack sul mixing desk. Una persona molto preparata, sempre impegnata.

Dopo che vi siete lasciati, sei rimasto amico di Kurt e Krist, vero?
Sì, andai a vederli all’Ok Hotel (17 aprile 1991, data in cui suonarono per la prima volta Smells Like Teen Spirit, ndr). Quella fu la prima volta che incontrai Dave Grohl. Dopodiché sono rimasto in contatto con Krist.

Nel documentario Sonic Highways Grohl disse che anche lui mentre era nei Nirvana scriveva le sue canzoni di nascosto. Perché Kurt non era il tipo di persona a cui potevi dire «Ehi, ho una canzone da farti sentire».
Beh, quando ho ascoltato per la prima volta l’album d’esordio dei Foo Fighters ero strabiliato, sapendo che Dave aveva praticamente suonato e inciso tutto da solo. L’ho ammirato fin da subito. Sono diventato un fan dei Foo Fighters all’istante. Però, ecco, ho capito cosa intendi.

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