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Ceri, il produttore che dopo avere imparato a stare ‘Solo’ ora fa musica ‘Insieme’

L'uomo dietro ai suoni di Frah Quintale, e non solo, racconta il nuovo EP con Coez e Franco126 e spiega qual è il lavoro del producer: «Lascia stare il protagonismo, non sei tu la star»

Ceri

Foto: Karim Andreotti

Cos’è che unisce il suono dei dischi di Frah Quintale, quello di Stanza singola di Franco126 (oltre che del prossimo) e l’atmosfera di un brano come Gioventù bruciata di Mahmood? «La ricchezza di colori, di strumenti negli arrangiamenti; altro che minimalismo». Parola del loro producer, Stefano Ceri in arte Ceri, per chi non lo sapesse demiurgo dello street pop italiano, con beat che uniscono hip hop, tradizione cantautorale e dancefloor di marca house.

Insomma: se Charlie Charles ha fatto dell’essenzialità una cifra stilistica, qui è questione di abbondanza. Che Insieme, il suo secondo EP «scritto e registrato, almeno in parte, nei ritagli di tempo», ribadisce invitando a cena artisti già di casa, tipo Coez e lo stesso Franco, e sorprese in stile Colombre. Ne viene fuori una geografia di come intende la musica, «che deve arrivarti con lentezza, restare, non certo spettinarti subito per poi sparire», dei suoi ascolti, però sempre mediata. Nel senso: «Rispetto a quando lavoro per altri, stavolta guido io; ma già dal titolo si capisce che non ho avuto alcuna posizione di potere e ne sono contento». Ci arriviamo.

Intanto, la carta d’identità. Classe 1990, Ceri cresce a Trento («Che mi ha lasciato il legame con la natura e, appunto, i suoi colori»), suona il pianoforte sin da piccolo ma poi, in adolescenza, fa le valigie e passa al rap, fra DJ Premier per la East Coast e DJ Shocca per l’Italia. Ed è in quegli anni che conosce Frah Quintale, di cui fa da regista ai dischi e ha contribuito a definire le coordinate del suo R&B. «Ma è un rapporto difficile da replicare con altri, il nostro. Siamo cresciuti insieme, come fondamentali l’uno per l’altro» e non solo a livello professionale, insomma. Prima del botto insieme, però, c’è tempo per spaziare. L’hip hop coi relativi codici gli sta stretto e allora a 20 anni migra all’elettronica, che sia l’house da club o quella più sperimentale imparata al conservatorio. Non lo porta a termine, ma si prende lo stesso i ferri del mestiere per affrontare la prova del fuoco che arriva poco dopo. Fra 2014 e il 2015, infatti, si apre al pop producendo Niente che non va di Coez. «Ci fece da tramite Tommaso Fobetti di Undamento, il collettivo di cui sono parte insieme a Frah, all’epoca poco più che un’idea. Non so cosa abbia spinto Silvano a lavorare con me, gli sarò sempre grato perché mi ha insegnato tanto, ero poco più che un ragazzino. Venne a casa mia che vivevo con mia madre. Ma nel giro di qualche giorno avevamo già messo in cascina sette pezzi». E ridefinito almeno in parte i suoni dell’indie pop.

Gli altri riferimenti, poi, sono riassunti in Insieme, controparte di quel Solo (2019) che aveva segnato il debutto solista di Ceri. Lì cantava lui, oggi lascia il microfono agli altri. «Ho dato delle tracce su cui scrivere, che riguardano lo stare insieme. Ma poi c’è stata assoluta libera, ed è tutto venuto fuori in maniera spontanea», spiega. L’episodio più curioso è Da distante, in cui Colombre – che viene dalla musica d’autore, per quanto atipica – “va a ballare”. «Ci eravamo beccati solo una volta, ma volevo troppo collaborarci, è un musicista interessante. Qui si è cimentato in un genere diverso dal suo, si è spogliato e io gli ho aggiunto la cassa dritta. Il risultato finale è quasi da remix house, anche per come ho trattato la voce». Straniante, appunto, ma in senso positivo. E non è l’unico momento dell’EP, mi dice, in cui saltano le convenzioni. «Anche Facile, il pezzo a cui ho lavorato con Coez, ha portato Silvano fuori dalla sua tipica canzone. Gli ho mandato la base senza aggiungere nulla, e lui ci ha scritto un testo perfetto per l’occasione. Per un risultato finale che sento appartenermi».

Foto: Karim Andreotti

Perché, appunto, rappresenta un incrocio unico fra clubbing, rap e canzone melodica. La quale, tra l’altro, riceve un tributo esplicito in HappySad, un brano – già uscito, in realtà – con Franco126 col beat a rileggere Attenti al lupo di Lucio Dalla. E dire che Ron, che ne è l’autore e che ha dovuto autorizzare l’operazione, ne è rimasto affascinato. Questione di cordone ombelicale, per Ceri. «Quando ero piccolo, mamma ascoltava solo la nostra musica d’autore. In generale, è un qualcosa che abbiamo nella cultura, non ci si può rinunciare. Franco, che ne è appassionato, era perfetto per l’occasione». Forse è per questo, allora, che sotto tastiere e attitudine street nelle sue produzioni torna costante un gusto per la tradizione italiana. Ci spiega: «Non dobbiamo scordarci da dove veniamo, né come suona la nostra lingua. Abbiamo scimmiottato a lungo ciò che veniva da fuori, ma così non avremo successo all’estero. La forza di Frah sta anche nel rileggere in maniera originale un retaggio proprio del nostro Paese». Per non parlare di Franco, tanto vicino alla strada quanto a Califano e Baglioni. «Con lui si è trattato di costruire un’identità: dimostrare che fosse altro oltre a Polaroid, che era abbastanza solare. Direi che ci siamo riusciti, con un disco parecchio scuro».

E se adesso, insomma, anche in Italia un beatmaker può lavorare nel pop (lui lo fa, comunque, con una gamma di artisti molto ristretta rispetto ai colleghi), perché «il genere ha avuto un ricambio generazionale, ha pescato da altrove», ergo dal rap e dai classici, resta da capire cosa occorre, oggi, per essere un bravo produttore. Proviamoci: «Devi aiutare l’artista a tirare fuori la sua identità. La tua, di produttore, emergerà comunque anche senza strafare. Non è una priorità, non c’è da invadere lo spazio altrui». A volte l’idea per un pezzo parte dal producer, più spesso dall’altro. Ma chi cura i suoni è sempre fondamentale. Sia che si tratti di un singolo, che di un intero disco, come a lui capita più spesso. «Ma in entrambi i casi, l’empatia con l’altro – parlarci, capire chi è, cosa vuole e dove vuole andare – è tutto, non c’è uno schema rigido di lavoro. Spesso si procede in tandem: ci sono momenti in cui lui è scarico e conta su di te per tirare avanti la carretta; e viceversa». L’importante è avere chiaro il proprio ruolo: «No, non sei tu la star. Lascia stare il protagonismo, altrimenti diventa un problema per entrambi».

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