Centomilacarie, c’è luce tra i mostri della provincia | Rolling Stone Italia
Classe 2024

Centomilacarie, c’è luce tra i mostri della provincia

Grazie a Instagram ha trovato una casa discografica, grazie a uno sconosciuto ha collaborato con Mace, che l’ha scelto per due brani di ‘Māya’. Per noi, è uno degli artisti italiani da seguire nel 2024

Centomilacarie, c’è luce tra i mostri della provincia

Centomilacarie

Foto press

Finita la mezz’ora di chiacchiera con Centomilacarie, sono andata a riascoltarmi i suoi pezzi. Perché c’è una discrepanza, un disallineamento tra la sua voce e il suo modo di raccontarsi luminoso, allegro, e l’oscurità dei testi che scrive. Alienati, disperati e soprattutto pieni di mostri che anche dopo quest’intervista rimarranno figure misteriose di cui conosce i volti solo Simone, classe 2004 (ma per noi anche Classe 2024) che ha scelto questo nome d’arte un po’ respingente ma che non si dimentica.

Ci sentiamo mentre si trova in quello che chiama il suo deserto. Che è Castellanza, paesino in provincia di Varese. «Sono un provinciale, sono nato e vivo in un posto dove il tempo può essere lentissimo, quando non lo riempio con la musica, e velocissimo, come quando mi beccavo con gli amici a registrare con attrezzatura scassata o come quando, oggi, mi metto al piano e inizio a suonare». L

o sento a pochi giorni dall’uscita di Māyā, il nuovo disco di Mace che l’ha scelto per due pezzi, Meteore con Izi e Gemitaiz e Non mi riconosco, il primo singolo, dove canta insieme a Salmo. Proprio di lui e degli altri emergenti Mace ha detto a Rolling che gli hanno dato più gioia, perché «hanno più entusiasmo degli artisti affermati per cui spesso diventa solo lavoro». Com’è andata davvero tra Simone e Simone lo scoprirete leggendo, ma quel che è certo è che la parola “entusiasmo” si sposa alla perfezione con Centomilacarie. Nonostante nel video di Dove non posso guardare abbia un “buco infinito nel petto nel quale mi voglio specchiare”, nell’ultimo singolo Notte vodka grida che “quelle pillole non fanno più effetto”, e in Non mi riconosco parla di suicidio. Anche se ha spiegato che non è la sua storia, ma quella di tanti ragazzi della sua generazione, il risultato è comunque un cazzotto nello stomaco. Eppure qui il ragazzo di provincia emana calore, non gelo. E soprattutto ha gli occhi ben aperti sul suo futuro, che è tutt’altro che nero.

Che cosa dà la provincia in più a un artista?
La fame. Io e i miei amici veniamo da un contesto dove non abbiamo niente intorno. Il divertimento, le opportunità, le esperienze ce le creiamo noi. Scrivere, fare musica, fare cose è sempre stata una necessità, semplicemente perché qua non c’è molto. Quando andiamo a Milano, una volta ogni tre settimane, ci sembra un miraggio, un posto magico, dove possono succedere e succedono cose. Mi reputo fortunato, per essere nato in un posto così, perché m’ha dato un vuoto da riempire. Un deserto da popolare.

Hai voglia di andartene o per ora va bene così?
Non lo so, è una domanda gigantesca. Qui ci sono cresciuto, ho le mie cose, tutta la mia vita, i ricordi, la tranquillità, mentre quando ti sposti in una città grande ti travolgono la velocità, il traffico infinito, cose a cui, sembrerà forse strano, non sono tanto abituato. Forse un giorno mi sposterò, ma non adesso, anche perché economicamente non potrei permettermelo.

Prima hai detto che fare musica è stata una necessità per te come per i tuoi amici: i primi pezzi li hai fatti con un collettivo o per i fatti tuoi?
Entrambe le cose. Sono cresciuto immerso nella musica. Ma proprio tanto. Da bambino ho preso lezioni di violino, poi durante il lockdown ho imparato da autodidatta a strimpellare chitarra e pianoforte. Finché non ho scoperto che sopra quelle melodie potevo cantare delle parole. Da lì, totalmente a caso, senza scopo, ho iniziato a registrare delle tracce con alcuni amici. Con gli amici registravamo tra una birra e l’altra in auto, con i finestrini chiusi, per non far rumore: sennò i nostri genitori ci cazziavano. Usavamo microfoni rotti. Quelle registrazioni non avevano una destinazione: lo facevo per me, per noi, poi quando ho capito che potevo fare tutto da solo, sono andato avanti così, e ho creato il mio Soundcloud.

E poco dopo è arrivata Maciste. Com’è andata esattamente?
Ero in classe, quel giorno, e avevo beccato l’account Instagram del mio attuale manager, che allora non avevo la minima idea di chi fosse. Anzi, faccio un passo indietro: non sapevo in generale niente del mondo discografico, ero completamente ignorante, non sapevo nessun nome, nessun riferimento, ci siamo capiti. Però, tornando a quel giorno, il profilo di Gno (Antonio Gno Sarubbi, ndr) mi compare tra i suggeriti, io gli scrivo e gli mando una traccia, lui incredibilmente mi risponde quasi subito chiedendomi altri pezzi. Gli sono piaciuti e da lì in pochissimo tempo è iniziato il lavoro con Maciste Dischi.

Quanti anni avevi?
Avrò avuto 16 anni. Ed ero finto biondo. Mi vedevi per strada e ti spaventavi. Un disastro, insomma. Però a loro sono piaciuto. Ed è bello che gli sia piaciuto in quel momento di libertà assoluta, libertà anche di farmi dei capelli di merda con una tinta di merda nel garage di casa.

A 16 anni e con dei capelli di merda come ci si sente ad avere già un’etichetta interessata al proprio progetto?
Eh da Dio. Ho trovato delle persone, brave persone mi viene da dire, con un’idea chiara e precisa del tipo di lavoro da fare con me, per, uso una parola grossa, iniziare a costruire la mia carriera, per supportarmi, valorizzarmi e farmi sentire a mio agio in tutto. È andato tutto bene, ed è andato tutto in maniera molto semplice.

centomilacarie - strappami la pelle a morsi

Dicevi che la musica è sempre stata molto presente nella tua vita, ti riferivi alla tua famiglia? Ci sono dei musicisti?
Sì, mio fratello suonava il pianoforte a parete, e ascoltare la sua musica era praticamente l’unico modo con cui riuscivo ad avere un rapporto con lui. Però ha dato un input. Mi ricordo che da bambino succedeva che lui suonava e io iniziavo a ballare, e intanto la musica mi entrava nella testa, la abitava. Fino al momento in cui mi sono detto: secondo me riesco a scriverla, una canzone.

Qual è stata la prima?
La prima vera canzone è stata Strappami la pelle a morsi. L’ho pubblicata su Soundcloud aspettandomi tre ascolti in croce, invece ha funzionato, ha girato, ho ricevuto i primi commenti positivi, vedevo un supporto, una piccola community che cresceva.

E a scuola la voce s’era sparsa?
Io faccio questa cosa che potrà sembrare strana: in situazioni come quella di scuola, faccio finta che non faccio musica. Io di mio non ho mai tirato fuori l’argomento, a volte erano gli altri a dirmi «oh, hai fatto la canzone, dai ascoltiamola», ma io cambiavo argomento. Anche perché io non ascolto mai le mie canzoni, non posso farcela, tantomeno in quel contesto lì.

Domanda di rito: come nascono le tue canzoni, che hanno quest’immaginario così noir?
Come quasi per tutti, partono dalla mia vita, che, però, essendo stata finora quella di un ragazzo normalissimo, ha bisogno della fantasia e dell’immaginazione per poter rendere il viaggio più interessante. Io ho l’esigenza di viaggiare, di uscire dalla monotonia, che per me è la cosa più brutta che ci possa essere. La comfort zone per me è un problema.

La tua vita e la tua immaginazione sono piene di mostri, presenti in gran parte dei tuoi pezzi. Chi sono i mostri?
Eh… Diciamo che nella mia vita ho avuto un pochetto di problemi. Come tutti, in realtà. È bello pensare che non si è speciali in questo. Quindi i mostri sono le cose che mi sono successe, i problemi che ho avuto in famiglia, quelli legati alla salute mentale e fisica. I mostri devono uscire, devono andare via, se no non si può vivere. Quando scrivo lo faccio perché devo curarmi. Scrivere è curarsi, anche se la canzone magari non è triste, ma è cazzara, io mi sto curando. Mi sto liberando di quell’assassino che sta dentro, in mezzo ai polmoni.

Quando escono e finiscono in una canzone fanno meno paura?
Non ne sono sicuro, sai. Forse no. Li vedo ancora abbastanza fermi, bloccati. Il mio grande problema è che sono pigro: nonostante possa avere grandi dolori, la mia pigrizia e la mia incostanza mi portano a tenermeli un po’ dentro. Poi non ci sono solo i mostri, eh. Ci sono anche altre cose divertenti e fighissime che succedono nella vita.

Dico che l’incontro con Mace è una di queste.
Sì! Ricordo che ero in Umbria con la mia ex ragazza, era appena uscita una mia canzone che è Dove non posso guardare, e lui dal nulla mi ha scritto su Instagram «vuoi far parte del mio album?», al che io ho risposto «certo». Sono andato da lui in Toscana, abbiamo semplicemente fatto musica, poi gli ho fatto sentire una canzone che avevo già scritto, e anche cantato al MiAmi, e lui s’è preso benissimo e così è nata Non mi riconosco. Tra l’altro per me era un periodo delicato, quell’evento lì mi ha dato una bella spinta, un po’ di luce.

Aspetta, facciamo un passo indietro: come ti ha trovato?
È andata così: lo stesso giorno in cui m’ha scritto Simo, un ragazzo m’ha mandato in dm uno screen di lui che manda il mio profilo a Mace. Senza dirgli niente, gli linka semplicemente il mio profilo. Questo ragazzo, che non conosco ma che non è un addetto ai lavori, insieme allo screenshot mi scrive: «deve sapere chi sei». Due ore dopo mi contatta Mace. Quindi questa cosa è successa grazie a un ragazzo, come mi ha poi confermato Simo, che per altro poi non mi ha mai più scritto. Dovesse leggere: grazie, bro.

MACE, centomilacarie, Salmo - NON MI RICONOSCO

Noi di Rolling abbiamo scritto che sulle tue spalle pesa la fama di nuovo Blanco. Che effetto ti fa?
Io credo che “il nuovo” tal dei tali non esista in assoluto. Ogni artista è unico. Non ci sarà mai un nuovo Blanco, lui è unico, come anch’io lo posso essere. Però mi rendo conto che sia inevitabile l’accostamento: siamo due ragazzi della stessa età, lui ha fatto la canzone con Salmo, io ho fatto la canzone con Salmo, entrambi siamo stati “scoperti” da Mace, è normalissimo, ed è anche giusto che in qualche modo ci si metta a confronto.

Mace ha detto che lavorare a questo disco è stato un trip psichedelico, anche per te?
Diciamo che io ogni volta che parlo con qualcuno, anche non di musica, devo avere una connessione. Io con Simone ho trovato una connessione mentale fortissima. Quindi, tralasciando cose psichedeliche o altro, la cosa davvero magica è stata l’intesa che ho avuto con lui e l’ispirazione enorme che m’ha saputo dare. Ho trovato in lui una persona bellissima, che rispetto veramente tanto, anche per la sua enorme sensibilità, cosa non scontata.

Cos’hai pensato del video di Non mi riconosco, appena lo hai visto?
Che botta. Che bomba. Il bambino, che è un’anima pura, con addosso un oggetto impuro come sono le armi, che hanno solo uno scopo, è un’immagine devastante. Non è il classico videoclip. Io che ho fatto la canzone, non mi aspettavo questo video. È girato in una maniera molto particolare, come non si usa più. È bello quando si esce dagli schemi, dai pensieri comuni per fare cose più interessanti, per stimolare ancora di più. Io vado proprio fiero di quel video, mi piace tanto tanto, hanno pensato una cosa grossa.

L’anno scorso, quando Non mi riconosco era ancora Il sorriso di mia madre lo hai suonato sul palco del MiAmi, dove tornerai a maggio: hai mai riguardato quell’esibizione?
Nonostante, come ti dicevo, non ami ascoltare le mie canzoni, quel live l’ho riguardato. Ci ho visto molta emozione, ma mi sono piaciuto. Poi è stato un momento assurdo: mentre cantavo ha cominciato a piovere, c’era un vento bestiale, però la gente è rimasta ad ascoltare lo stesso. Bello. Lo ricorderò per sempre.

C’è qualcosa che ti spaventa di un possibile successo?
Voglio avere rispetto per quello che sta succedendo. Forse mi spaventa un po’ l’idea di gestire un possibile successo, ma la vedo come una cosa ancora lontana, remota. Voglio fare musica, sennò non saprei cosa fare della mia vita. Fare musica è il modo di salvarmi. Devo concentrarmi ma voglio anche divertirmi. Tutto qua.

Altre notizie su:  Centomilacarie