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Celeste è qui per restare

Il suo esordio è stato uno dei casi musicali della pandemia. Stasera vedremo su LIVENow il racconto dei concerti che ha tenuto a Londra. «La musica aiuta a superare traumi e a dare rappresentanza»

Celeste sul palco della Union Chapel di Londra

Foto press

Solo qualche mese fa era la next big thing della musica inglese. Ora, dopo aver fatto incetta di premi ed essere stata nominata agli Oscar e ai Golden Globe come miglior canzone originale per Hear My Voice (da Il processo ai Chicago 7), ha raggiunto il primo posto delle classifiche inglesi con il suo album d’esordio dal titolo auto-esplicativo, Not Your Muse. Celeste è qui per rimanere.

Amata dal pubblico quanto dalla critica che ha osannato il disco, Celeste Waite sta costruendo le fondamenta per una carriera solida e duratura nel music business, mostrando di sapere gestire le onde di un mondo in un cui nulla ti è regalato o concesso, specialmente se sei un’artista mixed race. La carriera della cantante anglo-americana ha superato indenne la pandemia, continuando il suo fenomenale percorso di conquista della scena inglese e internazionale.

Dopo le numerose esibizioni online, tra tutte la collaborazione con la Tate Gallery di Londra, e quelle televisive, in ultima al Tonight Show di Jimmy Fallon, Celeste ha potuto finalmente portare il suo nuovo repertorio live con cinque performance consecutive alla Union Chapel di Londra. Il racconto delle cinque esibizioni è stato raccolto in Celeste: Live from London, che verrà trasmesso questa sera alle ore 21 sulla piattaforma digitale di LIVENow. Per l’occasione abbiamo parlato con Celeste di successo, futuro, discriminazioni.

Il tuo disco d’esordio, Not Your Muse, è arrivato al primo posto delle classifiche inglesi, convincendo la critica in maniera unanime. Cosa significa questo debutto per te?
Quest’album è stato il mio modo di aprirmi al mondo e aprirmi anche verso me stessa. Sentivo di avere qualcosa da dire che doveva essere tirato fuori. Facendo questo disco ho sentito un senso di rinvigorimento e ho trovato un nuovo modo di sentirmi soddisfatta con quello che faccio. Finalmente mi sono sentita me stessa.

Quanti compromessi deve fare una giovane artista in un disco d’esordio?
Ci sono sicuramente dei momenti del disco in cui ho dovuto fare dei compromessi, ma ho realizzato che fare compromessi era qualcosa di necessario ora per essere in grado di ricevere una maggiore attenzione dal pubblico e poter permettermi di fare un secondo disco più astratto e meno legato ai canoni del pop. Quindi questo lavoro avrebbe potuto certamente avere dei momenti jazzistici molto più liberi, ma ho lavorato anche con l’obiettivo di riuscire a conquistare un pubblico più ampio di quello che avevo. Ora che ho un pubblico posso permettermi di iniziare a lavorare ad un disco più libero, più legato alla forma pura di me come artista.

In questo biennio hai avuto riconoscimenti enormi vincendo premi come il Rising Star ai Brit Awards e l’Introducing Artist of the Year per la BBC, venendo anche nominata per l’Oscar come migliore canzone originale per la colonna sonora de Il processo ai Chicago 7. Chi vuole diventare Celeste? Una popstar mondiale, un’artista di nicchia ricercata o qualcos’altro?
Il successo per me significa essere artisticamente soddisfatti. Essere la più grande cantante al mondo non ha senso se per esserlo devi fare musica che non ti piace e non ti rappresenta. Sta tutto nell’avere una devota fanbase pronta a seguirti in qualsiasi direzione tu voglia esplorare. Per ora, l’obiettivo è scrivere un secondo album che superi le logiche commerciali ed è ciò che sto già facendo: non trattenere nulla di me per la paura di cosa le persone potrebbero pensare, di non sentirmi accettata, o ascoltata. È necessario lasciar andare questa paura.

Cosa ha amato il pubblico del tuo disco d’esordio?
Direi la voce. Il pubblico che segue la mia musica adesso penso apprezzi il fatto che è qualcosa di classico, qualcosa che viene da un’era differente da quella in cui siamo ora, intendo a livello musicale e sonoro. Il mio pubblico è formato da gente matura che in questo disco ritrova i ricordi del passato e da ragazze giovani che trovano un senso di emancipazione nei miei testi e nel racconto delle mie esperienze.

Credi che la musica possa funzionare come mezzo per l’emancipazione femminile? E come pensi questo avvenga nei tuoi lavori?
Sì, la musica può aiutare le donne e le giovani ragazze ad emanciparsi, lo vediamo continuamente anche se nel pop forse accade con meno vigore. Penso che nei miei testi questo avvenga in maniera meno esplicita, ma più delicata, nei sottotesti. A volte avviene in modo più criptico, ma questo dipende dal fatto che la mia musica è narrativa.

Fare musica è un atto politico?
Sono convinta che chiunque faccia musica, o qualsivoglia forma di arte, abbia il dovere e il compito di far luce sulle discrepanze e le ingiustizie del quotidiano, della nostra società, del mainstream. È nostra scelta il tono con cui comunicarlo, se in maniera esplicita o astratta, ma è necessario. E farlo in musica, ti dirò, è divertente. Bisogna continuare a fare musica con un messaggio, ma i messaggi che si scelgono non devono essere ovvi, se no restano in superficie e non servono. È anche vero che se dici cose a voce troppo alta, in modo troppo spigoloso, il pubblico può in qualche modo respingerti, ma questo perché a volte le persone preferiscono rimanere ignoranti piuttosto che sentirsi arrabbiate, in ansia, impotenti. Credo che la soluzione migliore, ed è quella a cui punto, sia nutrire il pubblico con qualcosa che lavori in uno strato più profondo, nel subconscio, e che magari non arrivi subito con chiarezza. Da ragazzina amavo la musica di Lauryn Hill. Le sue canzoni mi sono rimaste così dentro che, mentre crescevo, ogni tanto mi balzavano in mente e solo in quel momento realizzavo cosa volessero davvero dire. Questo è quello che vorrei riuscire ad ottenere con la mia musica.

Qual è la tua opinione sul rapporto tra l’industria musicale e le artiste e, in particolare, le artiste mixed race e nere?
Qualche volta chi è nella posizione per valorizzare artiste emergenti, non comprendendone la cultura di origine, cerca di sintetizzarle in caratteri stereotipati digeribili dalla cultura dominante. Questo non fa altro che rafforzare questi stereotipi su cosa devono essere le donne, come devono essere le donne nere. È una tua scelta, come individuo, scegliere se ti vuoi conformare o se vuoi combattere. Io non voglio conformarmi perché penso sia qualcosa di dannoso, di base, per l’intera specie umana; contribuirebbe a diffondere questi stereotipi. Ma è molto difficile essere una donna nell’industria musicale: devi parlare più forte, ripetere le cose più volte per farti ascoltare, pensare sempre a come posizionarti per poter dire certe cose ed essere compresa nel modo che vuoi tu. Spero che le donne di questo ambiente ne siano coscienti perché ci sono ancora troppe frizioni tra noi. Io credo che sia importante parlare e sostenere le donne che non vogliono conformarsi solo per raggiungere il successo. È necessario, in particolare, per tutte le ragazze giovani.

Ma l’industria musicale sta facendo abbastanza per cambiare queste dinamiche?
C’è ancora molto lavoro da fare. Nell’ultimo anno e mezzo, a causa del coronavirus, questi discorsi sono stati messi da parte. Lo capisco, le persone avevano da affrontare le proprie perdite e lottare per sopravvivere. Ma deve arrivare una nuova era, un rinascimento, una rivoluzione. Questo è già accade nell’arte; penso a quante artiste sono riuscite, nelle loro opere, a liberarsi dal dolore, a superare traumi, a dare rappresentanza.

Proprio questo periodo storico di costrizione ci ha forse troppo spesso allontanati piuttosto che avvicinati. Penso al rafforzarsi di razzismo e nazionalismo nei social media.
È strano essere se stessi in un mondo dove tutti hanno così tante cose da dire. Nei social media le persone si ritrovano in gruppo per fare a pezzi ciò che odiano e questo proibisce l’espressione di altre persone, escludendole dal discorso. Molte persone non riescono nemmeno più ad esprimersi online e con le restrizioni sociali dei lockdown è stato tutto ancor più drammatico. Per questo gli amici, le persone reali che ti circondando nel mondo reale sono fondamentali per l’esistenza, anche se nell’ultimo anno e mezzo è stato impossibile vederle con continuità. Spero che questo dolore generale si trasformi presto nella possibilità di rivedere quanto il mondo ha realmente da offrirci. È estremamente importante conoscere le infinite opportunità che ci sono là fuori per noi come individui. Sfortunatamente sono dell’idea che non tutte le persone siano a conoscenza di questo infinito spettro di possibilità a disposizione. Ci sono troppe persone magnifiche che, non essendone a conoscenza, perdono l’opportunità di esprimere se stesse e le proprie abilità. Dare queste possibilità potrebbe essere un enorme guadagno umano e artistico per la nostra società.

Sei stata molto attiva, a livello live, anche durante i lockdown. Ora finalmente hai ripreso a fare concerto in presenza e – proprio quest’oggi – sulla piattaforma LIVENow sarà trasmesso Celeste: Live from London, il racconto dei cinque concerti che hai tenuto alla Union Chapel di Londra la scorsa settimana. Raccontaci che emozioni si provano a tornare a fare un live davanti a un pubblico.
L’adrenalina che si riceve dal pubblico potrebbe essere simile a quella di un raver che prende una pastiglia di ecstasy. Avere un pubblico è rinvigorente, ti dà un senso di adrenalina che è completamente mancato in questo periodo e che cercavo disperatamente. Quando invece faccio un live a porte chiuse, sento di perdere qualcosa, quella sensazione di febbrile entusiasmo che si ha prima dell’inizio della festa. Sono pronta a ricevere, a ricevere molto di più. Queste prime date che vedrete raccontate nel live sono state liberatorie, mi sono sentita di nuovo me stessa. Ho visto le stesse cinque persone per un anno e mezzo, ora basta, voglio il pubblico.

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