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Cecchetto: «I talent? Meglio i giudici dei concorrenti»

La candidatura a Sindaco, Sanremo e Mahmood, Salvini, la televisione e il lavoro da direttore artistico. Abbiamo intervistato il re dei talent scout

Claudio Cecchetto

Foto: Getty Images

Jovanotti, Fiorello, Max Pezzali, il Gioca Jouer, Dj Francesco, i Finley, Sandy Marton, Tracy Spencer. Elementi che portano a un solo nome: Claudio Cecchetto. Talent scout e dj che, soprattutto tra gli anni ’80 e ’90, ha lanciato quelli che sarebbero diventate le star e – volenti o nolenti – i volti di una generazione. Personaggi che sono rimasti o che, comunque, hanno segnato un’epoca. Adesso l’uomo che crea sogni cerca di creare il suo sogno politico: diventare sindaco di Misano Adriatico per la lista W Misano Viva. E chi l’avrebbe mai detto che lui, quello che ci ha fatto scoprire Sabrina Salerno, avrebbe fatto una scelta, per certi versi, abbastanza coraggiosa? Ne parliamo con il diretto interessato.

Partiamo dalla politica. Mi sei sempre sembrato uno equidistante.
A parte il fatto che, quando entri nel mondo del lavoro, quando hai un’azienda, la politica la fai.

In che senso?
Nel rapporto con gli altri, con le persone, con i dipendenti, i fan.

In questo caso?
Lo scorso anno ho fatto una vacanza qui, a Misano Adriatico, dove avevo anche il compito di fare il direttore artistico di una parte della città, che ho chiamato Misano Marittima. Mi sono trovato così bene che, alla fine, mi sono candidato per continuare il mio progetto, quest’anno – visto che il sindaco era al secondo mandato e sarebbe stato eletto un nuovo primo cittadino – un po’ per la preoccupazione di non continuare – con l’eventuale nuovo sindaco – un discorso già cominciato, un po’ perché chi mi ha conosciuto qui, nel territorio, me lo ha chiesto.

Ah sì?
Magari, all’inizio, me lo dicevano simpaticamente. Poi ci hanno creduto sempre di più. E ci hanno creduto talmente tanto che ci ho creduto anche io. L’ho fatto per continuare un discorso non solo su una parte di Misano, ma su tutto il suo territorio.

Nella tua lista chi c’è?
Tutti misanesi. Il mio compito è quello di essere un sindaco-ambasciatore: portare Misano in Italia e portare l’Italia a Misano. Però è indispensabile che la giunta e il gruppo di lavoro conosca benissimo il territorio.

Nel caso venissi eletto, dopo Misano, c’è l’Italia?
No, no. L’ho sempre detto: non ho voglia di buttarmi in politica, mi piacerebbe solo fare il sindaco di Misano. Visto che, nella mia vita, ho sempre fatto il talent scout, ho riconosciuto, in questo territorio, un talento. Non faccio altro che continuare la mia attività, ma questa volta non per i personaggi. Ecco.

Da talent scout, in questo Governo giallo-verde, chi ha talento, secondo te?
Sicuramente – e parlo da un punto di vista comunicativo – Salvini ha comunicato molto bene. Ha trovato un metodo molto efficace e mi sembra sia stato premiato. Però, di quel tipo di politica lì, la politica centrale, continuo a capirci poco.

E chi è molto personaggio, chi cattura l’attenzione?
Eh, te l’ho detto.

Solo Salvini…
Be’ non è che ce ne siano tanti in giro eh. Lui, a livello comunicativo, è quello che si sta smarcando più di tutti.

Ma secondo te, da imprenditore, pensi che si debba trattare l’Italia un po’ come un’azienda?
Dipende sempre da come si tratta l’azienda. Se si pensa che l’azienda non sia una macchina per fare soldi, ma una comunità di persone che lavorano, hanno lo stesso obiettivo e cercano di far fruttare il loro operato mantenendo una propria integrità. Sto pensando ad Amazon, se devono fare delle consegne in pochissimo tempo (si riferisce alla notizia secondo cui le consegne sarebbero gestite da un algoritmo, ndr), quel tipo di gestione non mi piace tantissimo.

Politica a parte, sei direttore artistico anche di Zoo Marine.
Il mio lavoro è stato sempre quello di dare delle idee. E quindi tutte le avventure nuove mi interessano. Le idee creano soldi, non sono i soldi che creano idee.

Cosa pensi di fare a Zoo Marine? Com’è andata?
Ho conosciuto l’amministratore delegato e ho avuto una guida d’eccezione visto che conosce perfettamente il parco. Mi è piaciuto perché ha diverse anime: è un parco acquatico, meccanico, di divertimenti. Si possono migliorare i servizi. I contenuti ci sono, dobbiamo renderli ancora più fruibili, divertenti ed efficaci. L’ad mi ha chiesto un’opinione, gliel’ho data. Poi mi ha domandato di occuparmi della direzione artistica visto che ho una società che ha come core business la direzione artistica. Con i miei collaboratori vogliamo fare conoscere a tutti questo parco.

Passiamo alla musica e allo show business. Tutti quelli che hai lanciato sono rimasti o, comunque, hanno lasciato il segno. I personaggi di oggi fanno fatica a lasciare il segno. Perché, secondo te?
Probabilmente sono personaggi che hanno fatto tutto da soli ed è veramente difficile. Mentre la mia organizzazione – se vogliamo fare un paragone veloce – è un po’ come i caffè letterari di una volta.

Cioè?
Gli artisti si incontravano, si scambiavano esperienze e, quindi, hanno avuto una scuola dove non solo c’ero io come insegnante, ma che consentiva lo scambio di esperienze. Oggi ognuno si deve arrangiare come può e ciò che riesce a ottenere è quello che vedi. Sai, se hai un ambiente dove per anni si frequentano Fiorello, Jovanotti, Gerry Scotti, Max Pezzali, è chiaro che ci si influenza a vicenda e la preparazione artistica si rafforza.

Secondo te, nell’epoca degli indie come Thegiornalisti, Gazzelle, Calcutta, i talent stanno perdendo un po’ mordente?
I talent non rappresentano più una novità, si sono trasformati sempre di più in show tv che, alla base, hanno la musica. Ma è più il tempo trascorso a inquadrare i giudici che i concorrenti. Questo perché, probabilmente, quello che dicono i giudici è più interessante di quello che presentano i cantanti.

Ah, proprio così?
Sai, se non c’è valore nella presentazione dei cantanti, essendo un programma tv, c’è maggiore concentrazione sui personaggi che sono, quasi sempre, i giudici.

Tu ha partecipato come ospite a X Factor e Forte Forte Forte. Poi non hai mai fatto il giudice o il coach.
Diciamo che, anche come giudice, non devi solo scegliere in base alle competenze, ma serve che tu vada lì a fare il tuo show.

Hai condotto Sanremo dal 1980 al 1982. Sul festival hai detto che non sempre il vincitore coincide con la classifica. Ma per Mahmood non è stato così. Ti piace?
Indubbiamente meritava di vincere e, alla fine, è quello che ci ricordiamo di più. Anche se nell’ambiente dei giovani il genere trap è molto diffuso, è stato una novità. Sono sicuro fosse l’unico vincitore possibile.

Chi non ti è piaciuto?
Diversi, ma non facciamo i nomi.

Si vocifera che Mina potrebbe fare la direzione artistica del prossimo festival. Tu lo faresti?
Quando si tratta di fare il mio lavoro lo faccio sempre volentieri, poi per Sanremo sarebbe un onore.

Nella musica italiana e nella tv. Che personaggio manca?
Niente. La tv, quando è nata, ha fatto la parte della tigre perché era un media nuovo. Ora deve fare i conti con la rete. Si deve solo mantenere, non è scaduta, ma invecchiata. Poi se esce una star, ben venga, ma non c’è bisogno: le nuove generazioni fanno a meno della tv, ma hanno le loro star. Come i Me contro Te che hanno un seguito incredibile e non hanno mai fatto televisione. Non ne hanno neanche bisogno.

E poi, va detto, chi nasce sul web difficilmente funziona in tv.
Sono due linguaggi diversi. Un linguaggio nuovo in un media vecchio non funziona.

In tv ci sono personaggi che non ti appassionano?
Ce ne sono tanti, ma non ti faccio nomi.

Diplomatico. Almeno chi guardi in tv me lo puoi dire?
Mi piace Amadeus, Gerry Scotti e Fiorello. Guarda caso, mi pare di conoscerli.

Qualcuno, tra quelli che hai lanciato, non ha avuto il successo che meritava?
No, assolutamente. Tutti hanno rispettato le aspettative. Poi c’è, sicuramente, qualcuno che si è fermato, ma vuol dire che aveva raggiunto il limite. Nessuno poteva essere e, invece, non è stato.

Sei sempre dietro le quinte, ma uno show da conduttore torneresti a farlo?
Davanti alla telecamera degli autogrill saluto sempre. Immagino sempre la guardia giurata che dice «Ma che cacchio fa Cecchetto? Saluta?». la televisione mi piace, ma mi piace anche privatamente, mi piace la telecamera come invenzione. Uno show? Mi piacerebbe, certo. Ma ho sempre fatto spettacoli dove il pezzo forte non ero io, ma quello che presentavo. Mi piace presentare gente forte.

C’è chi ti definisce un tipo rock. Che ne pensi?
Io sono partito un pochettino dal rock, ma il termine si è annacquato. È un termine subito abusato. Per me il rock è quello dei Led Zeppelin, dei Pink Floyd, dei Black Sabbath, degli AC/DC. Ormai, il rock è quasi pop.

La Vanoni pensa che non ci sia il rock in Italia.
La Vanoni di musica ne ha mangiata un sacco, ne ha sentite di tutti i colori. E forse ha ragione. Molte volte cantanti e band si presentano come rock, ma di rock ne ho sentito poco.

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