Caterina Caselli: «‘Nessuno mi può giudicare’ è ancora un manifesto di libertà»
Abbiamo intervistato il celebre casco d'oro, ripercorrendo la sua carriera tra vittorie e sconfitte, ricordi e gioie, per i 60 anni del suo più grande successo: «Un inno alla libertà che non ha rughe»
«Se ci diamo del tu mi sento più giovane». Esordisce così Caterina Caselli, l’ex caschetto biondo impossibile da ignorare. In un’Italia che chiedeva il permesso, lei è entrata senza bussare nelle case con un grido di libertà come Nessuno mi può giudicare. Ha tagliato il conformismo di un Paese in bianco e nero. Oggi quella hit è storia, ma la Caselli (nel tempo) è come se avesse corso di pari passo con la canzone che l’ha resa celebre, con quella presa di posizione. Cambia posto sul palcoscenico e diventa una discografica visionaria e una talent scout capace di anticipare il futuro. La vita l’ha messa alla prova, ma lei non ha mai chiesto sconti e ha sopportato tutto (tumore compreso) a testa alta. È sempre stata rock quando, da noi, nemmeno si sapeva cosa volesse dire quella parola.
Allora, Caterina, Nessuno mi può giudicare ha compiuto 60 anni. Che valore assume oggi, secondo te?
Direi che è rimasto, anzi, è diventato un vero e proprio manifesto di libertà e parità di dignità della donna nelle relazioni. All’epoca ero questa ragazza che non aveva ancora vent’anni e cantava che ognuno ha il diritto di vivere come può. Non c’era solo una provocazione.
In quanti ti hanno giudicata?
L’hanno apprezzata in molti: è stato un successo veramente prorompente.
Cosa ricordi?
Ero praticamente una ragazzina emiliana sconosciuta. Ho cantato Nessuno mi può giudicare il 27 gennaio: non avevo ancora vent’anni. Tre giorni dopo avevamo una “serata” – si diceva così allora – a Garlasco. E mi stupii moltissimo una cosa.
Cosa?
Prima di arrivare nel locale, per centinaia e centinaia di metri, ai lati della strada, c’erano macchine parcheggiate. Davanti all’ingresso mi aspettava il proprietario. Chiesi: «Come mai tutte queste macchine?». Lui mi rispose: «Sono venuti per vedere te». Lì ho capito che Sanremo era stato veramente importantissimo: tutta Italia mi aveva visto.
Cosa ricordi di quel festival del 1966?
Non avevo timore per niente, cosa che non mi è più successa in seguito. Ero molto sicura di me e della canzone. Mi sentivo molto a mio agio. Il pezzo l’avevo studiato e provato in un locale di Bologna, lo Junior Club. In origine era un tango.
Un tango?
Già. Dissi: «Il tango manco morta lo faccio». Sai, avevo in testa i Beatles, i Rolling Stones, i Kinks, Bob Dylan. Così lì, a porte chiuse, abbiamo cambiato il ritmo. Il locale era frequentato da studenti universitari e facemmo ascoltare il brano a questi ragazzi.
E…?
Mi dissero: «Vai a Sanremo e uccidi». (ride) Quindi ero molto sicura del pezzo e confortata dal giudizio di quel test. Cosa che non non è accaduta l’anno successivo, né negli altri anni.

Foto: courtesy of Sugar Music
Sei arrivata seconda dietro a Dio come ti amo di Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti. Ma un po’ ti aspettavi di vincere?
Non ci pensavo minimamente. Ero veramente sconosciuta, non avevo nulla da perdere, se devo dirla tutta. Durante l’esibizione mi è venuto naturale fare un gesto con le mani visto fare dai Gufi, un gruppo che suonava a Milano, all’Intra’s Club. Facevano quel movimento mentre intonavano il brano Sant’Antonio allu deserto e intonavano “Sant’Antonio lu nemice di lu dimonio”. Il ritmo della canzone mi portò istintivamente a ripetere quella mossa. Venne ripresa anche dai coreografi e lo vedevo spesso in tv.
Cosa è piaciuto?
La canzone con quel testo, una ragazzina che interpretava “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu” con un taglio di capelli particolare. Col senno di poi possiamo dire che era una performance molto autentica, sincera. Questo aspetto, secondo me, è passato.
Quell’anno alla kermesse gareggiava anche Celentano con Il ragazzo della via Gluck…
Devo ringraziare Adriano e gli autori: Nessuno mi può giudicare non era stata scritta per me, ma per lui. Celentano, per fortuna mia, scelse Il ragazzo della via Gluck, bellissima ancora oggi. Lo ringrazierò sempre.
Ma Adriano non ti ha mai detto di essersi pentito. Alla fine tu sei arrivata seconda a Sanremo e lui, quell’anno, non arrivò in finale.
Ma sai, succede spesso ai cantanti: non è facile scegliere. Magari in quel momento hai un’idea diversa, sei attratto da qualcosa che ti piace di più e non ti accorgi subito di un brano che ti assomiglia profondamente.
Che aria si respirava al festival quell’anno?
Io avevo come compagno di brano Gene Pitney, quindi non c’era molto modo di frequentare gli altri. È una competizione, ognuno corre per sé. Avevo intorno la mia casa discografica, non parlavo con gli altri artisti. L’unica cosa che ricordo è la figlia di Franco Crepax, allora direttore artistico della CGD. Si chiamava Valentina, come il personaggio inventato da suo zio Guido Crepax. Lei aveva 14 anni, io 19, e stavo soprattutto con lei. Quindi, per me, non era una scampagnata, ma ero a mio agio. Poi, in verità, quello che si prova a Sanremo – e l’ho percepito tutte le volte che ci sono tornata – è sentirsi veramente a disagio.
Si sente la competizione?
Si sente eccome. Vai in fibrillazione: in tre minuti devi dare il meglio di te. Questo spesso porta a non essere così tranquilli.
Nessuno mi può giudicare è stata utilizzata anche dal movimento LGBTQIA+, soprattutto al Gay Pride del 2000 a Roma, nell’anno del Giubileo. Come hai vissuto questa scelta?
Mi ha fatto davvero piacere: la sentivo come una cosa giusta. Dicevo: «Accidenti, che bello». Poi ho ricevuto un altro complimento, che tengo sempre a ricordare.
Dimmi…
Era una signora di una certa età, frequentava un posto dove si facevano i fanghi. Aveva un viso bellissimo, fossi stata una fotografa le avrei fatto un ritratto. Portava i segni di una vita difficile. Mi si avvicinò e sussurrò: «Mi piacevate tanto perché eravate così prepotente». Mi dava del “voi”. Quella canzone riscattava anche lei, la sua vita. È tuttora il complimento più bello mai ricevuto.
Quella canzone ha riscattato anche te?
Mi ha cambiato la vita. Ha modificato i miei rapporti, la mia famiglia. Mi ha dato tanta soddisfazione. Le ragazze si pettinavano come me, era un momento incredibile. Io adoravo Londra, in quel periodo ci andavo spesso. Ci vestivamo con i pantaloni a zampa d’elefante, con la minigonna. Una rivoluzione, dal punto di vista estetico. Finalmente le mie coetanee avevano un look diverso. Improvvisamente tutto era cambiato, se pensi che a 14 anni vestivo come mia madre. Del resto Nessuno mi può giudicare è un inno alla libertà che non ha rughe, continua a essere forte. Racconta una verità, un’esigenza profonda: le donne fanno parte della società e hanno diritto a essere rispettate e considerate con la stessa dignità degli uomini.
C’è stato qualcosa di quell’anno meraviglioso che non ti è piaciuto?
Onestamente no. Dopo quel successo ho cantato tantissimo. Allora si lavorava con il calendario aperto: un giorno al Sud e il giorno dopo a Milano. Si viaggiava in macchina. Era faticoso, ma ero sempre grata. È stato un cambiamento importante anche economico.
E la popolarità? Mai avuto un momento di burn out per la pressione mediatica?
No, per me era un grande dono. Però lavorando così tanto, qualche momento di difficoltà l’ho avuto.
Tipo?
A volte mi mancava la vita normale. Dopo i concerti c’erano gli autografi, non i selfie. Ero sempre gentile, però succedeva che i ragazzi della band trovavano qualche fidanzata, mentre io rimanevo sola in albergo. E pensavo: «Quanto mi piacerebbe andare a mangiare una pizza con i miei amici Ninni e Arturo a Sassuolo». Le due persone di cui parlo, per fortuna, ci sono ancora. E ogni tanto le vado a trovare.

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Cos’altro ricordi?
Il mio professore di lettere – che adesso non c’è più, poverino – al quale ero molto legata. Gli scrivevo sempre le cartoline, e lui confessava: «Sei l’unica allieva che si ricorda di me». Questa cosa mi faceva molto piacere.
Era il professor Cortesi, quello che – oltre a suggerirti di usare il nome d’arte Catierra Calsiente – ti fece scrivere il tema sul dolore più grande della vita per farti tirare fuori tutta la sofferenza dopo il suicidio di tuo padre?
Sì. Ha fatto emergere un dolore che avevo dentro. È stato come un secondo padre in un momento molto doloroso. Era uno psicologo, non era solo un professore di storia o di lettere, era qualcosa di più. Gli sono stata davvero molto grata.
Archiviamo il 1966. L’anno successivo torni nella Città dei fiori, questa volta in coppia con Sonny & Cher. Me li devi raccontare.
Lei era bellissima. Lui… insomma. Non vennero a Sanremo pensando davvero alla gara. Secondo me non erano consapevoli fosse una competizione vera e propria. Credo pure fossero un po’ alticci. Lui di sicuro. Non conoscevano benissimo le parole, non erano esattamente perfetti, diciamo così. Quell’anno, però, mi ha segnata per altre ragioni.
Immagino ti stia riferendo alla morte di Luigi Tenco…
Non vedevo l’ora finisse tutto, a dire la verità. Lo show doveva andare avanti, come succede sempre. La canzone Il cammino di ogni speranza non arrivò in finale, ma non era una brutta. Ancora oggi, se la riascolto, ha un bel ritmo, musicalmente non è invecchiata.
È vera la storia che, durante la seconda serata o alle prove, a stento trattenevi le lacrime e sei scappata dal palco?
È stato alle prove, sì. Ero molto sofferente. Avevo gli occhiali per coprire il dolore che traspariva.
Facciamo un balzo in avanti. Nel 1975, hai fatto un passo indietro e hai detto basta. Perché?
Ci sono state diverse ragioni.
Spiega un po’.
Per fortuna ci si innamora. Io mi sono innamorata, sposata, ho avuto un figlio, che è un evento importantissimo. Mi sono occupata di questa nuova famiglia, di una realtà diversa. C’è anche il fatto che, al di là della prima volta a Sanremo, soffrivo molto le gare. Sono molto emotiva, la competizione mi crea ansia. Infine, senza saperlo, già mentre cantavo, mi accorgevo di avere attenzione per gli altri.
Mi fai un esempio?
Quando ho fatto il programma Diamoci del tu con Giorgio Gaber, proposi di invitare un ragazzo giovane non popolare. Giorgio mi disse: «Anch’io ne ho uno». Erano Francesco Guccini e Franco Battiato. Li abbiamo portati in televisione. Anche quando andavo a lezione di canto dal maestro Callegari, mi occupavo dei ragazzi che perdevano entusiasmo, cercavo di spronarli.
E così nasce la nuova vita professionale.
Mi sono trovata nella situazione in cui mio marito era titolare di una grande casa discografica, con venti dirigenti e quattrocento persone. Volevo mettermi in gioco, ma non desideravo più fare solo la cantante. Così ho chiesto di poter creare un’etichetta. L’ho chiamata Ascolto, non a caso. Abbiamo cercato di portare al pubblico ciò che la grande casa discografica non produceva, dedicandoci anche a progetti meno commerciali. Ho iniziato con Pepe Maina, poi con Faust’O, con il disco di Mauro Pagani, uno dei primi esempi di world music.
Poi?
È arrivato Pierangelo Bertoli e ha portato il fatturato in attivo. A quel punto mi sono sentita abbastanza forte per rientrare nella casa madre, portando questa esperienza diversa, più attenta alla produzione artistica.
Prima di tornare alla casa madre, restiamo su Pierangelo Bertoli. Cosa ti ha colpito di lui, che ricordo hai e che difficoltà hai avuto? Ci sono state resistenze per l’immagine?
Sì, ho avuto qualche difficoltà. Devo dire però che Maurizio Costanzo è stato molto carino: quando gli ho raccontato di Pierangelo Bertoli, lo ha invitato nella sua trasmissione. Aggiungi che all’epoca c’erano le prime radio commerciali e Pierangelo aveva questa canzone, Eppure soffia, ancora oggi incredibilmente attuale. Il disco aveva pure una prefazione di Francesco Guccini, fu molto generoso.
Fattivamente come avete agito?
L’etichetta Ascolto era formata da due ragazzi di Radio Popolare, senza alcuna esperienza in una casa discografica. Un po’ come me, in fondo. Hanno preso una cassetta analogica e sono andati a far ascoltare il brano in tutte le radio minori d’Italia. Questo, insieme ai passaggi televisivi, ha fatto sì che Pierangelo avesse una risposta molto positiva. Aveva una sua band, lavorava tantissimo dal vivo, possedeva una voce bellissima, importante, e un carattere molto forte. Insomma, è andata bene.
Sei stata tosta.
No, no. A me dispiaceva molto solo una cosa: il pensiero che una persona non avesse il diritto di vivere come può. Ma la tenacia vince sempre. E io ho cercato di mettere la tenacia in pratica per tutta la mia vita.
Hai scoperto tantissimi artisti, tornando alla casa madre.
Dopo la vendita della CGD alla Warner, sentivo una responsabilità: ricostruire l’anello mancante, la parte discografica. Avevamo venduto il repertorio, ma non l’esperienza accumulata, né le edizioni. Il mio desiderio era trovare artisti non famosi.
Cosa cercavi?
L’unicità. Ho cercato di seguire questa idea e portarla avanti concretamente.
Tra tutti i cantanti lanciati nel firmamento, qualcuno ti ha deluso o non ti ha ringraziato?
La gratitudine è un fardello pesante da sopportare, bisogna esserne consapevoli. Ma non è così importante.
E cos’è importante?
Fare bene il proprio lavoro: questo dà già molta soddisfazione. Le delusioni si compensano con i grandi appagamenti. Alla fine il bilancio è sempre positivo.
C’è invece qualche artista che pensavi avrebbe avuto più successo? Penso ai Gazosa, per esempio.
Erano molto giovani. C’erano anche le famiglie che decidevano per loro. Non è facile lavorare con dei ragazzi adolescenti. A me erano piaciuti parecchio: Jessica Morlacchi, aveva una voce bellissima, erano pazzeschi.
Ma non è andata.
Queste cose fanno parte del percorso. Il talento è fondamentale, ma non basta. In una carriera contano l’affidabilità, la costanza, tante cose. I Gazosa erano davvero giovanissimi.
Se ti dico Gerardina Trovato?
Gerardina è una persona fragile. Il nostro è un lavoro difficile anche dal punto di vista umano: c’è competizione, pressione. Ho sempre rispettato la sua fragilità e ho cercato di fare con lei quello che avrei fatto con una sorella. A un certo punto lei ha chiesto di essere libera.
Cosa ti ha colpito di Madame?
La prima volta che l’ho ascoltata ho detto: «Accidenti!». Ci abbiamo creduto, abbiamo investito su di lei. È molto intelligente, uscirà con un disco strepitoso. Ho sentito cose davvero meravigliose.
Perché Madame non ha partecipato a Sanremo quest’anno, se aveva cose così belle?
Sanremo può essere sicuramente una meta importante per noi. In passato tanti artisti li abbiamo presentati al festival con grande successo. Però bisogna andarci veramente consapevoli di partecipare. Il lavoro di questo progetto non era finito. Le canzoni arrivano quando si ha l’ispirazione. E Madame, in questo, è molto rigorosa: aspetta, lavora, sceglie. Motivo per cui, quando ci fa ascoltare qualcosa, rimaniamo tutti a bocca aperta.
Invece Sangiovanni, dopo la partecipazione a Sanremo nel 2024, ha deciso di ritirarsi per un periodo. Secondo te andare al festival è stato un errore per lui?
No, penso che oggi i ragazzi siano sottoposti a un’altissima pressione, con i social, la rete, diventa molto difficile. Bisogna rendersi conto che essere esposti, soprattutto con le fragilità della giovinezza è complesso. In questo caso noi avevamo un disco già pronto: abbiamo capito che non era il momento. Sangiovanni aveva bisogno di una pausa di riflessione. Lo abbiamo rispettato: era giusto fare così. Non lavoriamo con delle macchine, ma con degli esseri umani, con persone sensibili. Dobbiamo tenerne conto.
Arriviamo ai Negramaro. Quando hanno gareggiato tra le Nuove Proposte a Sanremo 2005 con Mentre tutto scorre sono stati eliminati. Quanto ci sei rimasta male?
Ah sì, ci sono rimasta molto male. Ti dirò di più: ho fatto i gradini quattro alla volta, scendendo giù come una furia per l’esibizione.
Vale a dire?
Ci sono rimasta male: noi eravamo preparatissimi. Con Corrado Rustici avevamo curato quel disco con un’attenzione che non hai idea. C’erano effetti elettronici molto importanti, davano completezza al tutto. Ci siamo accorti che in tv era tutto sparito. Sai quando pensi di sentire una cosa e dici: «Oddio, ma non c’è tutto quello che abbiamo curato nei minimi particolari per un mese in sala di incisione». Non ti dico in che stato ero. E devo dire grazie a Paolo Bonolis: ha capito la problematica e ha rifatto cantare i Negramaro una seconda volta. Poi non sono andati in finale, ma va bene così.
Anche perché hanno fatto un vero boom.
Praticamente hanno fatto quasi tutta la colonna sonora del film La febbre di Alessandro D’Alatri e il disco andò benissimo. E dopo cinque anni sono stati la prima rock band italiana a suonare a San Siro. Quella esclusione non ci ha intimidito: eravamo pronti a recuperare tutto, anche di più.
Mi ricordo Bonolis che, quando ha letto i nomi degli eliminati ha fatto una faccia sorpresa, chiedendo se effettivamente i nomi che stava per leggere fossero quelli che uscivano dalla competizione.
All’epoca la canzone non era proprio “da Sanremo”, però era fantastica. Non si può dire nulla. Il festival però ci insegna quanto brani non vincenti siano poi diventate successi enormi. Pensa a Bocelli: Con te partirò arrivò quarta, ma gli ha portato il successo internazionale. Se guardi su Spotify, ha milioni e milioni di stream. Oppure Come foglie di Malika Ayane: non ha vinto, ma ha avuto tantissimi riscontri. È importante andare a Sanremo con una canzone forte. Magari lì per lì non ti cattura subito, ma poi cresce, a forza di ascoltarla, per il testo, per la musica. Quando ho fatto sentire Con te partirò ad Andrea Bocelli – vincitore dei Giovani con Il mare calmo della sera l’anno prima – lui mi ha detto: «Non va bene per Sanremo. A Sanremo bisogna andare con canzoni che vincono i cento metri. Questa forse vince il chilometro». E io gli ho risposto: «Allora la portiamo al festival».
Comunque hai avuto anche artisti che hanno trionfato all’Ariston.
Certo. Ma non sempre ci sono storie come quelle degli Avion Travel o di Elisa e Luce (tramonti a nord-est). Vogliamo parlarne? Era perfetta. C’era tutta quella parte elettronica fondamentale.
Gli Avion Travel trionfarono con Sentimento. Fu una vittoria un po’ discussa: alcuni giornalisti lamentavano il fatto non rispecchiasse i gusti radiofonici. Come hai vissuto quella critica?
Io con gli Avion Travel ero felicissima, ovviamente. Non era una canzone super radiofonica, certo, ma tanti brani vincitori non lo erano. Tra l’altro due anni prima avevano portato Dormi e sogna un pezzo premiato dalla critica. C’era il grande musicista nordamericano Michael Nyman, come presidente della giuria di qualità. Si era anche un po’ arrabbiato, perché diceva: «Abbiamo votato e poi non ha vinto». Non conosceva bene il meccanismo e il regolamento di quell’edizione.
Che mi dici degli Avion Travel?
Ho investito moltissimo sugli Avion Travel. Abbiamo prodotto undici album perché mi piacevano, trovavo fossero musicisti straordinari, con un’identità unica. Non volevo venissero snaturati. Ogni disco era curato nei minimi dettagli, sia dal punto di vista musicale sia dal punto di vista della produzione. C’era un lavoro enorme dietro: arrangiamenti complessi, suoni particolari, l’elettronica molto studiata. Volevo tutto questo emergesse: era necessario rispettare l’integrità del progetto artistico, non solo il risultato commerciale.
C’entra anche, quindi, il tuo modo di vedere la musica.
Era uno dei motivi per cui investivo così tanto sugli artisti che percepivo originali. Non era una questione di numeri o marketing: era passione pura. La passione per l’arte, per la musica che ti lascia qualcosa, che ti racconta qualcosa di autentico. Ecco, credo questo sia sempre stato il mio filo conduttore: scoprire talenti con qualcosa da dire, coerenti con se stessi, e cercare di accompagnarli senza alterarli. Il successo può arrivare, ma la soddisfazione più grande è vedere che un cantante resta fedele alla propria visione.
Arriviamo a Lucio Corsi invece che mi dici?
L’ho conosciuto in un contest musicale, una sorta di talent show. Attualmente si chiama Special Stage, ma all’epoca erano le Officine Buone. La location è incredibile, perché si tratta dell’istituto dei tumori. Il dottor Ugo Vivone aveva chiamato me, Mara Maionchi e un altro produttore. Faceva questi incontri, magari negli ospedali, per portare un po’ di leggerezza ai malati. In quell’occasione abbiamo fatto vincere Lucio Corsi.
Cosa ti ha fatto innamorare di lui?
Questa sua poetica, l’essere diverso, l’unicità che portava nel modo di essere.
E poi?
Ha fatto un contratto con la Sony, ma ci siamo sempre sentiti. Un giorno si sono detti interessati a venire da noi. Eravamo felicissimi di poter firmare con lui.
Te l’aspettavi il successo di Corsi a Sanremo?
Sì. La canzone era fortissima e lui pure. Insieme a Tommaso Ottomano sono veramente una potenza a livello creativo. E grazie all’Eurovision Song Contest farà anche un tour internazionale.
Ti volevo chiedere una cosa su Giuni Russo. Si è sempre parlato di un rapporto un po’ conflittuale tra voi. Le cronache vogliono addirittura che, quando era già malata, tu ti sia scusata per non averla capita.
Giuni Russo era e rimane una delle più grandi cantanti del panorama italiano. Con lei ho sempre avuto un rapporto splendido. Con Battiato abbiamo prodotto Un’estate al mare, definita un tormentone. Ce ne fossero quei tormentoni lì con quella qualità: un brano di ironia assoluta, come sapeva fare Franco. C’è stato anche lo stupendo album Vox. Poi però possono esserci incomprensioni. Probabilmente sono successe con persone della CGD, ci sono state un po’ di frizioni. Questo non è avvenuto solo con Giuni Russo. Ci sono caratteri che a volte si trovano in difficoltà e quindi meno male che uno non è obbligato, c’è una certa libertà da questo punto di vista. Io ho sempre pensato che Giuni fosse davvero un’artista con le carte in regola. L’ho molto rispettata e continuo a farlo.
Ma questa cosa delle scuse, sul non averla capita è vera?
Non mi risulta.
Nel 1990 torni in gara a Sanremo per poi non proseguire la carriera discografica. Come mai?
C’è un pregresso. Mi trovavo a New York per il matrimonio del direttore della fotografia Carlo Di Palma con Adriana Chiesa. I due famosi testimoni erano Woody Allen e Mia Farrow. Era un ultimo dell’anno. Carlo ci ha portato in un posto dove ci sono le nuvole e che poi si diradano. Con champagne, due limousine, abbiamo festeggiato praticamente sotto al ponte di Brooklyn, guardando in alto, ed effettivamente pian piano queste nuvole si sono diradate e sono apparse le stelle. Veramente meraviglioso. Il giorno dopo siamo andati a vedere Allen che suonava il clarinetto al Michael’s Pub.
Tutto questo come ci porta a Sanremo?
Un attimo prima, mi chiama un editore, dicendomi: «Caterina, ieri abbiamo sentito Vincenzo Mollica al telefono, ha fatto un servizio in televisione su Patty Pravo e su di te, dimostrandosi dispiaciuto del fatto che non canti più».
Ok…
Allora, questo editore continua: «Guarda, qui c’è un pezzo bellissimo». Gli dico di smetterla e non pensarci neanche lontanamente. Ma lui insisteva. La sera guardavo Woody Allen pensando alla timidezza che aveva: suonava e poi si metteva dietro al clarinetto come per proteggersi. Mi ci rivedevo. Una volta a Milano, questo editore torna alla carica per farmi fare un provino il giorno dell’Epifania. Siccome qualche tempo prima avevo registrato la hit dei mondiali Notti magiche di Nannini e Bennato in uno studio particolare dove c’era un tecnico bravissimo, ho detto all’editore che avrei provato il pezzo solo se avesse trovato quello studio con quel tecnico. Mi dicevo: «Figurati se questo qui è libero». Oh, il tecnico era disponibile.
E quindi hai registrato Bisognerebbe non pensare che a te.
A un certo punto mio figlio, tornato da Bruxelles per le vacanze, viene in sala di incisione e mi dice «Mamma, come canti bene». Mi sono sciolta.
Così sei tornata al festival.
Non ci volevo andare, ma a un certo punto, il mio adorabile amico e grande oncologo Marco Gasparini è venuto a cena. Naturalmente questa idea di Sanremo è uscita nella conversazione. Lui lavorava nel reparto pediatrico, e mi ha raccontato: «Oggi è arrivato un bambino con i suoi genitori, purtroppo non avrà molto tempo da vivere. Caterina, se ti fa piacere ci devi andare, perché tanto le persone che ti vogliono bene, ti vorranno bene comunque». Non so, questa frase mi ha colpito, ho pensato «Cosa sarà mai?». Sono andata a Sanremo. Ho portato le mie amiche, e anche Mario a darmi supporto psicologico.
Come è andata quella volta?
Ho cantato e ho avuto una gastrite pazzesca per due ore.
In quell’edizione c’erano anche i duetti con i big stranieri: tu eri accoppiata a Miriam Makeba.
Lei è stato un’incontro meraviglioso. Anche se non c’è più ne parlo al presente: una donna fantastica, quando passava a Milano mi veniva sempre a trovare. Eravamo diventate amiche. Durante Sanremo festeggiammo il suo compleanno, mi raccontò che non era potuta andare al funerale di sua madre: per l’apartheid non era gradita. Per cui si è alzata e ha cantato a cappella. Di colpo il brusio è terminato e si sentiva questa voce meravigliosa. Mi sono venuti i brividi, un incontro magico.
Onestamente, quella partecipazione, non ti ha fatto venire la voglia di cantare di nuovo?
No, è stata solo una bella esperienza.

Foto: courtesy of Sugar Music
Non hai mai fatto la giudice in un talent show, te l’avranno chiesto immagino.
Sì, ma io lo faccio nella vita, investendo, rischiando nel vero senso della parola: non potevo fare il giudice in una situazione dove, per quanto sia tutto vero, mi sarei sentita un po’ claudicante.
Claudicante?
Nella vita io scelgo anche col confronto di persone, non ho mai fatto nulla da sola. Partecipare a un talent show mi sembrava scorretto e poco vero da parte mia.
Quale talent ti aveva chiesto di fare la giudice?
Preferirei non rispondere.
Tra i tanti brani che hai cantato quale ti è rimasto nel cuore oltre a Nessuno mi può giudicare?
Insieme a te non ci sto più. Rimarrà nella storia della musica italiana: dal punto di vista compositivo è assolutamente unica, perché il capoverso è più importante dell’inciso. E poi c’è il testo: la donna dice al suo lui che non è più quello che pensava fosse, per cui era meglio lasciarsi. Mette in evidenza un aspetto importante: si può continuare a volersi bene senza cercare per forza di stare insieme. Il rifiuto deve essere accettato, non deve essere per forza di cose rivendicato. Sarebbe una buona usanza da applicare nella vita.
Cosa ti manca oggi?
Il confronto con mio marito Piero. Mi fa compagnia la sua assenza. È ovunque. Ci sono i libri che stava leggendo ancora sul comodino.
Chi è oggi Caterina Caselli?
Una persona che tra poco avrà otto volte dieci anni.
Complimenti.
Ci sono tante coincidenze: io sono nata il 10 aprile 1946, un mese prima le donne in Italia hanno votato per la prima volta, era il 10 marzo quando poterono esprimere la loro preferenza alle amministrative. Vent’anni dopo ho cantato Nessuno mi può giudicare che compie 60 anni. C’è proprio un’evoluzione di esigenza di diritto di parità. Quando sono nata, mia mamma raccontava che era mezzogiorno e le campane suonavano. Era come se in quel momento le campane suonassero a festa per me. Posso solo ringraziare le convergenze positive che mi porto dentro.
Quindi come ti definiresti?
Fortunata perché ho avuto la possibilità di fare un lavoro che ha a che fare con la mia passione.
Ma non vorresti fare un concerto celebrativo, tornare sul palco?
Quello è un periodo passato.
Se incontrassi quella ragazza che sessant’anni fa cantava Nessuno mi può giudicare, cosa le diresti?
Che coraggio!












