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Caterina Caselli, l’intervista di Rolling Stone al vero boss della discografia italiana

La talent scout ci racconta come si sopravvive nella discografia di oggi puntando sull’identità delle prossime pop star, che abbiamo fotografato con le loro adidas Originals NMD

Caterina Caselli nel 1965, all’alba del suo primo Sanremo - Foto Franco Vitale/Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio

Caterina Caselli nel 1965, all’alba del suo primo Sanremo - Foto Franco Vitale/Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio

Caterina Caselli è una splendida sopravvissuta: il lungo “momento difficile” della discografia tradizionale non ha azzoppato l’entusiasmo della talent scout di artisti come bocelli, elisa e negramaro: un po’ boss alla Richie Finestra di Vinyl (ma dice di non aver ancora visto la serie tv), un po’ paperone che setaccia le pagliuzze d’oro nel klondike dell’italian pop, la Caselli mi accoglie nel suo ufficio milanese – sul tavolino di fronte a me noto una copia del libro di David Byrne come funziona la musica – e, mentre parla della sua factory di nuovi artisti, dell’importanza della gavetta e del rapporto umano, gli occhi le si illuminano così tanto che mi viene da pensare che i suoi musicisti brilleranno presto come stelle, quantomeno per luce riflessa. Caterina quando racconta del suo lavoro parla al plurale, usa il noi, e non si capisce se lo faccia perché sta parlando del suo team alla Sugar o perché colpita da un’assai comprensibile vanagloria. Inizio domandandole del suo lavoro nell’etichetta, com’è oggi, nell’estate 2016.

«Nel tempo abbiamo conservato un certo istinto e un certo gusto per la novità. Non siamo mai stati bravi a fare i colpacci, semmai abbiamo sempre cercato di investire nelle carriere, quindi di guardare a lungo termine. Un po’ come la radio che, rispetto alla tv, si concede di lavorare con tempi più lunghi. Attualmente il mercato non è molto generoso e questo fatto ci costringe a essere più consapevoli e talvolta a variare ottica d’investimento. Cambiare pelle non è semplice, ma la nostra forza è che ognuno di noi ha fatto tesoro della propria esperienza. Abbiamo vissuto qualche momento di difficoltà, in passato, però oggi ci troviamo con delle certezze: il contratto di esclusiva con Tiziano Ferro e quello con Cesare Cremonini. Stiamo anche sviluppando una grande attenzione per l’elettronica. Mio suocero Ladislao Sugar, del resto, è stato in Italia il primo editore che ha depositato su banda magnetica un’opera totalmente elettronica, nel 1956»

Come si fa il cosiddetto scouting?
Servono collaboratori capaci, colti, estremamente preparati. Poi, senz’altro conta il fatto di essere sia editori che discografici. Guardiamo il mercato, ma fino a un certo punto. Non ci facciamo condizionare troppo dalle mode. In realtà ciò che è di moda, per noi, è già in fase di consumo, è già “passato”. La nostra famiglia è cresciuta: Salmo, JoyCut, Yakamoto Kotzuga, in cui sento molto il vissuto della sua città, Venezia. Poi c’è Motta: di lui mi piace come esibisce la sua fragilità.

Motta si è fatto una notevole gavetta con i Criminal Jokers…
“Gavetta” è una parola preziosa. Una volta il disco era un punto di arrivo, dovevi passare prima per il palcoscenico, misurarti col pubblico.

Oggi il luogo di ricerca del talento è il talent show in tv.

A questo proposito c’è una riflessione che ho fatto prima di tutto con me stessa. L’artista, solitamente, è una persona timida. Di fronte alla telecamera c’è il rischio che la tua prima preoccupazione diventi piacere agli altri e, di conseguenza, ti trasformi in ciò che gli altri vogliono da te. La lusinga è molto forte. Non sono né a favore né contro i talent show, ma questo aspetto della questione mi fa molto riflettere.

Le hanno mai offerto di lavorare in tv?
Sì, e ho rifiutato. Come posso mettermi a rifare in tv il lavoro a cui ho dedicato quarant’anni della mia vita, accanto a qualcuno che, invece, è lì per altre esigenze? Lo dico senza snobismo, col massimo rispetto.

Si diventa artisti grazie a X Factor o nonostante X Factor?

Penso al caso di Marco Mengoni, che dopo il talent ha avuto una crisi e grazie a quella crisi, e alle persone che lo hanno circondato e hanno creduto in lui, è riuscito a scoprire il suo vero talento, a tirarlo fuori. Il talento, oltre a essere timido, è anche democratico. Si può trovare ovunque, compreso in tv, ma ha bisogno di qualcuno che ci creda, che crei le condizioni perché emerga.

Prima si andava a scoprire gli artisti nei locali, oggi è tutto già a disposizione, prima su MySpace e adesso su SoundCloud, YouTube, Bandcamp. Che ruolo ha il rapporto umano tra l’editore e l’artista in questo scenario?
Il rapporto umano è importantissimo. Prima giravo molto, mi spostavo per scoprire gli artisti, oggi lo faccio molto meno, però succede, spesso e volentieri, che gli artisti si presentino in ufficio, con nient’altro che una chitarra e la propria persona. Avere un rapporto, un colloquio diretto, è fondamentale.

È sempre possibile avere un rapporto così diretto?
Per noi oggi è più difficile. Si parla di mercato globale. Quando abbiamo deciso d’investire su Andrea Bocelli, molti anni fa, non tutti ci credevano, ma noi sapevamo che nel mondo l’Italia è conosciuta per il cosiddetto “bel canto” e che, per esempio, Mario Lanza è tutt’ora molto amato in Inghilterra. Bocelli lo trovammo grazie a Gerardina Trovato.

Ovvero?
Gerardina era in tour con Zucchero, come special guest. Avevamo fatto un accordo col manager di Zucchero. Andai alla prima serata del tour a Bassano del Grappa. Finita la performance di Gerardina, sentii Miserere cantata da Zucchero insieme a un’altra voce. Poi Nessun dorma. Rimasi di stucco. Arrivò Gerardina, che mi disse di questo ragazzo, Andrea Bocelli, che mi voleva conoscere. Così lo vidi: bellissimo, sembrava Omar Sharif. Dopo 15 giorni venne in ufficio a Milano con suo padre e un amico. Poi stravinse a Sanremo nel
’94 con Il mare calmo della sera (nella categoria “Nuove proposte”, ndr), una delle due canzoni che gli avevamo sottoposto.

IL TALENTO SI PUÒ TROVARE OVUNQUE, COMPRESO IN TV, MA POI HA BISOGNO DI QUALCUNO CHE CI CREDA

 

Altri colpi di fulmine, oltre a Bocelli?
Elisa, sicuramente. All’epoca facevamo un concorso legato alle radio commerciali a cui chiedevamo di segnalarci artisti interessanti. Ogni mese organizzavamo un incontro in CGD, nell’anfiteatro della sede di via Quintiliano.

Una specie di X Factor ante litteram.
E lì vidi questa ragazzina minuta, piccola piccola, con il suo tastierista, piccolo pure lui. Quando cantò la sua versione di Yesterday, che è una canzone impegnativa, rimasi impressionata. Lei sembrava molto fragile, e quella era la sua bellezza, la
 sua forza. Corrado 
Rustici, il produttore 
che all’epoca segui
va Zucchero, rimase
 molto colpito da un
VHS che Elisa nel
 frattempo ci aveva
spedito, dove faceva 
anche l’imitazione di
 Benigni. Decidemmo, 
cosa che oggi non si 
fa più, di portarla a
 registrare negli Stati
 Uniti, a Berkley, dopo
 averle chiesto se ave
va paura dell’aereo. Al
momento del contratto, di fronte a un giudice tutelare, Elisa non era neppure maggiorenne. Fu una scommessa, anche economica. Un contratto per un singolo più un secondo opzionato. Quando Elisa tornò, era trasformata. In America aveva respirato aria nuova. Era partita con sette, otto pezzi ed era tornata con una serie di pezzi nuovi, tutti pensati e scritti là. Ascoltai Sleeping in Your Hand e capii che era successo qualcosa. Poi, all’uscita del primo disco, ci rendemmo conto che aveva le stesse sonorità dell’album di Alanis Morrissette, un successo grandissimo pubblicato pochi mesi prima. All’inizio, quando abbiamo conosciuto Elisa, non sapevamo ancora che avrebbe cantato in inglese.

Oggi che ne sarebbe di un talento come Elisa?
Oggi la discografia tende a non investire su un’artista come noi abbiamo investito su Elisa. A me piace l’idea di essere un gradino per far saltare un talento. Sono felice di aver investito tanto su Elisa.

Veniamo a oggi: Marianne Mirage è un’altra tua scoperta.
Voi la vedete oggi, ma noi abbiamo iniziato a lavorarci due anni fa e questo le ha consentito di conoscersi meglio. Al Coca Cola Festival non è arrivata tra i big, ma è stata molto apprezzata. I tempi per vedere la maturazione di un artista possono essere lunghi. Noi intanto lavoriamo sulle sue caratteristiche e la sua unicità.

Una delle unicità è quella di cantare in inglese, francese, italiano. Forse per emergere basterebbe la collaborazione con un big, come fanno molti.
Certo, ma è sempre questione di fare un percorso. Non si arriva subito al punto (lo dice schioccando le dita). In Sugar cerchiamo, faticosamente, di individuare l’unicità nei
nostri artisti. Abbiamo sempre timore di chiedere all’artista affermato di collaborare con l’emergente. Queste collaborazioni vanno anche un po’ conquistate.

Tipo Malika e Paolo Conte?

Ho portato io Malika ad Asti, da Conte. Abbiamo passato tutto il pomeriggio in sala d’incisione. C’è un provino meraviglioso fatto quel
iorno, che nessuno ha mai sentito. Un pezzo lirico, verdiano. Questi incontri sono le meraviglie del nostro mestiere.

Parlaci degli altri: LowLow è un artista rap col quale avete iniziato a lavorare da poco.
I testi di LowLow sono molto profondi. È lì che andrei a lavorare. In Rete è una superstar. Ma oltre a LowLow stiamo lavorando con un tenore, che suona la chitarra. Federico Paciotti. L’ho conosciuto quando aveva 13 anni e suonava nei Gazosa. Dopo la fine dei Gazosa questo ragazzo mi ha chiamato, dicendomi: “Io sono un tenore”. Non riuscivo a crederci, lo ricordavo con una vocina sottile. Mi racconta di aver proseguito gli studi con la chitarra, essendo figlio di un chitarrista rock, e poi di aver studiato con una coach americana, che avrebbe scoperto la sua dote di tenore. A quel punto si è iscritto al Conservatorio. Poi mi ha mandato un progetto con un titolo provvisorio, in cui cerca di mettere insieme Giacomo Puccini e i Led Zeppelin. Il che è abbastanza sconcertante.

Funzionerà?
Funziona già.

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di settembre.
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