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Carmen Consoli è tornata: «Coltivo
la speranza di una primavera»

"L'abitudine di tornare" è il suo primo disco da cinque anni. L'ha presentato in acustico a Milano: «Percepisco negatività, ma la felicità forse è possibile»

Carmen Consoli, foto stampa

Carmen Consoli, foto stampa

C’è una specie di dichiarazione programmatica nel modo in cui Carmen Consoli ha presentato oggi il disco del suo ritorno dopo cinque anni. Nell’epoca della musica stra-prodotta, ha eseguito praticamente tutto l’album L’abitudine di tornare (otto brani su dieci) con una chitarra acustica, da vera cantautrice. Come dire: posso farlo. Perché sono davvero canzoni. Che poi, è difficile cantare a mezzogiorno, a gennaio, nel “Blue Monday”, in un capannone sui Navigli di Milano zeppo di giornalisti che instagrammano ogni istante (in attesa del prezioso selfie finale).

Vestita in modo molto semplice – gonna e maglioncino, da mammina assennata – ha anche fatto qualche piccolo errore (con la chitarra, mai con la voce, che peraltro sembra avere anche una nuova profondità) ma ha sorriso spesso durante i brani, anche quelli decisamente meno solari. A tratti ha quasi ballato, ondeggiando sulla sua stessa musica, o battuto sul palco con convinzione i tacchi degli stivali. Ha ritenuto di introdurre con due parole soltanto uno dei pezzi: Eserciti silenti. «Ci sono due tipi di eserciti silenziosi schierati in Sicilia, ma bisogna fare una distinzione. Uno è quello di chi vorrebbe cambiare le cose, ma sente tutta la tua propria impotenza e può solo resistere e stare in piedi. L’altro è in silenzio per omertà».

Dopo di che, ha risposto alle domande dei giornalisti. Ecco le domande e risposte più interessanti.

Questo è un disco che contiene molte cose. Sono parole che hai accumulato in cinque anni?
In realtà no, è nato di getto, ho scritto i pezzi in due mesi, luglio e agosto, e a settembre ero già in sala di incisione. In questi cinque anni ho vissuto tra la gente, a Catania, e ho guardato un po’ più di televisione. La vita di prima non mi consentiva di guardare la scatoletta magica, e nemmeno di godermi la mia città, andare al mercato a comprare il pesce dal signor Orazio. Molte di queste canzoni contengono esperienze filtrate, ho cercato di pensarmi cronista, di scrivere con uno stile verista senza puntare il dito, senza essere giudicante.

Il video di “L’abitudine di tornare” (che vi è piaciuto molto):

Il pezzo “Ottobre” parla dell’amore tra due ragazze – viene da pensare alle prese di posizione sulla famiglia tradizionale che alcuni politici hanno rilasciato in questi giorni.
Penso che l’amore sia semplicemente l’Amore con la A maiuscola. Non volevo trattare “il problema dell’omosessualità” nel senso che non lo considero un problema, ma una tappa che si deve conoscere. E’ come se fosse un bivio, un punto della vita in cui possiamo eventualmente scegliere se seguire la propria inclinazione o piegarsi a quanto altri scelgono per noi. E’ una canzone sul coraggio di scegliere.

Il disco sembra dare un ritratto piuttosto cupo dell’Italia di oggi.
Può essere vero. Ma io coltivo la speranza di una primavera. Anche se è vero che non si vede via d’uscita: guardandomi intorno ho percepito molta negatività. Però non credo che l’album sia così pessimista, lo concludo con una canzone che dice che alla fine, forse la felicità in questa vita è possibile. Certo non possiamo negare il PIL, i femminicidi, le barche coi migranti, la mafia. Ma l’uomo sceglie. Quindi forse non dobbiamo aspettare un aiuto esterno, quello dello Stato assente, o quello del buon Dio, ma chiederci se possiamo fare qualcosa noi. Qualcuno ha detto che con un esercito di maestri e professori la Sicilia e anche l’Italia sarebbero salve. E sicuramente in questi anni a subire i maggiori attacchi è stata la cultura. È come quando non prendi il sole e ti manca la vitamina D.

Cerco di amplificare la voce femminile ed evidenziare il disagio delle donne.

Nel disco emergono molti personaggi maschili negativi.
Io cerco di amplificare la voce femminile ed evidenziare il disagio delle donne. Certo anche le donne possono avere una doppia vita come l’uomo de L’abitudine di tornare, ed è vero che oltre ai tantissimi terribili casi di scarpette rosse, cioè i femminicidi come quello che canto ne La signora del quinto piano, ci sono stati anche casi di uomini deturpati con l’acido da mani femminili. Però sinceramente mi sento più credibile a fare la parte della donna. In ogni caso, “u fighhiu miu è masculu”! E ha un padre meraviglioso e femminista. E accingendomi a crescere un piccolo maschio spero di avere colto tutto quello che i miei genitori hanno seminato in me. Li copierò, e se sbaglierò sarà perché non li ho seguiti. Ma penso che se una mamma è serena ed equilibrata, questo sia già di per sé un insegnamento.

Come ritrovi la musica dopo questi cinque anni?
Ho ascoltato un sacco di album soprattutto italiani: quello di Fabi Silvestri e Gazzé, quello di Cremonini, quello bellissimo di Mario Venuti. Poi ho la fortuna di stare a Catania che è piena di posti dove si fa musica, magari piccoli, con gruppi non necessariamente famosi.

Come hai concepito questo disco?
Non mi sono messa a tavolino, a programmarlo, a cercare di dargli una linea. I produttori siamo io, Massimo Roccaforte e Gianluca Vaccaro; Massimo ha un’attitudine jazz, Gianluca più elettronica. A un certo punto Vaccaro ha notato che quando prendevo la chitarra o il basso tendevo a diventare più aggressiva, cercavo di riprendere le atmosfere di Eva contro Eva (2006), ma lui mi diceva “Ma no, sei mamma, sii più allegra”. Quindi il risultato è una fusione di attitudini. Poi nel disco c’è anche Toni Carbone, dei Denovo, e c’è un regalo che hanno voluto farmi Max e Francesco Gazzé, un pezzo che si chiama Oceani deserti. Max è un amico da prima che cominciassi a fare dischi, ci eravamo conosciuti a Roma, al locale Il Locale.

Carmen Consoli suona “Contessa miseria” dal vivo nel 1998:

Ma qualcosa ti è mancato, in questo periodo?
Sicuramente non lo show-business, dare interviste, andare in tv… Sono stati anni belli, io sto bene a casa, non ho smania di apparire. E non ho mai vissuto la musica come lavoro. In questi anni ero distratta da altre cose: sono diventata madre, ho avuto l’opportunità di vivere certi aspetti della vita che, avendo iniziato la mia carriera a 19 anni, avevo trascurato. Ogni volta che mi è venuta voglia di suonare l’ho fatto, per gli amici. Ma non sono stata completamente inattiva musicalmente. Per esempio ho fondato una piccola etichetta a Catania per tirare fuori talenti. Senza fare le cose in grande, non è necessario strafare tanto per essere fighi.

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