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Carlos Santana: «Ero in acido, spaventato ed entusiasta»

Lo sciamano latino fece un brutto viaggio poco prima di esibirsi a Woodstock. Ma quali salì sul palco fu magico, perché sotto di lui c'era l'America vera e migliore. E non, dice, quella merda che poi è diventato il rock

Carlos Santana (a destra) e David Brown a Woodstock. Foto: Getty Images

È stato un pochino spaventoso salire sul palco e tuffarmi in questo oceano di capelli, denti, occhi e braccia. È stato incredibile. Non dimenticherò mai il modo in cui la musica suonava rimbalzando contro un campo di corpi umani. Non si dimentica quel suono. Anche per la band è stato grandioso.

Prima di esibirmi la mia grande preoccupazione era fare di tutto per tenermi cosciente, perché avevo preso alcune sostanze psichedeliche decisamente forti, appena prima di salire sul palco. Quando siamo arrivati sul posto, attorno alle 11 di mattina, ci hanno detto che avremmo suonato alle 8 di sera. Così ho detto: «Be’, allora prenderò degli acidi, così, quando mi staranno scendendo, sarà l’ora di salire sul palco e mi sentirò bene.» Ma quando attorno le 2 stavo raggiungendo il picco di  allucinazioni, qualcuno ha detto: «Se non sali ora sul palco, non ci salirai mai».

Siamo rimasti nei paraggi per tutta la sera, così ho potuto assistere al momento più alto del festival: Sly Stone. Non penso neanche che abbia suonato così bene: il vapore usciva letteralmente dalla sua pettinatura afro. Comunque, musicalmente, Altamont è stato meglio di Woodstock. Mi spiace che qualcuno si sia fatto male, ma devo dire che abbiamo suonato tutti in maniera incredibile ad Altamont: Grateful Dead, Jefferson Airplane, noi.

Eppure Woodstock aveva un non so che di spirituale. Aveva l’aria di una celebrazione spirituale. Woodstock significava il raduno di tutte le tribù. Era abbastanza chiaro che molte persone non volessero andare in Vietnam, che non vedessero di buon occhio Nixon o più in generale quel sistema, capisci? I fondatori del movimento ad Haight-Ashbury (quartiere di San Francisco e culla del movimento hippie, ndr) mi avevano insegnato la differenza fra affari e ideali, fra mestieranti e veri artisti. A Woodstock non c’erano le persone false che indossavano parrucche come in quelle pubblicità anni Sessanta travestite da hit. Le vere persone erano meravigliose. Potevi vedere indiani americani e bianchi innamorati della vita. Woodstock era questo. È stato lo stesso movimento che ha fatto cessare la guerra in Vietnam e che ha mandato a casa Nixon.

Alcuni lo hanno definito un disastro, ma non ho visto persone in uno stato di disastro. Ho visto solo persone riunirsi, condividere e divertirsi. Se fosse una situazione fuori controllo, allora l’America avrebbe bisogno di perdere il controllo una volta a settimana. Forse sono troppo ingenuo, ma la vedo ancora in questo modo. Ho visto un sacco di stimoli positivi, artistici e creativi per l’America. Negli anni Sessanta la gente non andava ai concerti per sbronzarsi e provarci con le ragazze: veniva per essere bombardata di musica ed essere trasportata altrove. Quando uscivi da lì, non eri la stessa persona che era entrata qualche ora prima. Non andavi a un concerto per fuggire, ma per espanderti.

Molti dei mestieranti della musica in America hanno trasformato il rock in una specie di musica per corporation tipo GAP o McDonald’s. Senti sempre la stessa merda in ogni centro commerciale. È tutta zuppa Campbell, anziché un bel brodo fatto in casa, capisci? Abbiamo bisogno di più Jimi Hendrix e Jim Morrison. Abbiamo bisogno di più ribelli e rinnegati.

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