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Carlie Hanson è la figlia ribelle della provincia americana

Dal Wisconsin a L.A. con in testa grandi sogni. Le tendenza autodistruttive e la dipendenza. La voglia di spaccare tutto e l'ansia. Il pop e l'hip hop. Tenete d'occhio questa ventenne: potrebbe diventare una star

Carlie Hanson

Foto: Jenna Marsh

Di persona o WhatsApp? È il dubbio che mi sottopone la publicist Bobbie. Conscia del fatto che spesso le mie interviste avvengono in giardino davanti a prosecco e lasagne, mi invita a incontrare di persona la teen sensation Carlie Hanson, ventenne nativa del Wisconsin, con tutto quello che nascere e vivere adesso nella Middle America comporta: orizzonti minimi, poche aspettative, zero lavoro, rock’n’roll e droga, il vero palliativo della Lost Generation Z.

Visto l’aumento incredibile di contagi in America, misto a un senso paterno di responsabilità – potrebbe essere mia figlia – opto per WhatsApp, previa promessa di una lasagna futura da consumare insieme a un suo concerto. Prima di vederci, vado a documentarmi guardando i video del suo primo disco Junk dell’anno scorso, per poi ascoltare i sette brani, uno più intenso e dark dell’altro, del nuovissimo EP DestroyDestroyDestroyDestroy. È un disco brutalmente onesto, come risulterà dalla nostra chiacchierata. Hanno un suono dolce, ma inquietante, un pop-rock ammaliante che una volta che ti entra sotto pelle difficilmente ti lascia. Le canozni parlano di tendenze autodistruttive, di autostima o della mancanza di essa, di dipendenza, di sessualità generazionale, di brutalità della polizia.

«Fuck yeah», commenta Carlie. Bionda, stile rock, jeans strappati, trucco glam e una sicurezza con cui dà le risposte che non ha nulla di strafottente, ma è tipico di chi sa di avere le carte in regola per diventare la prossima grande pop star. Si collega dal giardino di casa sua, a Los Angeles, insieme a Buddy, bastardino raccattato dal canile durante il lockdown.

Carlie, partiamo dagli inizi. Dove, come e quando hai cominciato?
Sono nata e cresciuta a Onalaska, Wisconsin. Scuola, amici e famiglia. A 17 anni trovo un lavoro da McDonald’s e nelle ore libere canto, scrivo, giro e monto video che poi posto su Instagram col sogno di diventare musicista come Justin Bieber. Dopo un concorso ricevo una chiamata di un agente canadese. Dopo aver controllato con mia madre che non sia un freak, andiamo a trovarlo e insieme ai produttori House of Wolf buttiamo giù delle canzoni che sono piaciute subito. Mi trasferiscono a Los Angeles, prima da sola e poi con mia madre, per cominciare a lavorare col mio team sul mio album. Mi convinco sempre più che è il momento di essere brutalmente onesta e di scrivere il mio secondo album come voglio io, con temi a me cari, per raggiungere le persone che ho lasciato indietro in Wisconsin, per far vedere chi sono.

Che musica ascoltavi e quale ascolti adesso?
Sono sempre stata circondata da musica, sia a casa che in macchina che a scuola. Mamma mi ha fatto conoscere Tracy Chapman e i Red Hot Chili Peppers, mia sorella i Nirvana e Rest in Peace degli Extreme. Poi nel 2008/2009 ho sentito per la prima volta One More Time di Justin Bieber: è stato in quel momento che sono nata come cantante, che ho cominciato a pensarci. Adesso invece sono ossessionata da Mallory Merk, l’hip hop di 070 Shake e ultimamente ho cominciato ad ascoltare il rapper Common… Lo conosci? (E che cazzo, vecchio sì, ma non giurassico, nda).

DestroyDestroyDestroyDestroy parla di quello sta succedendo in questo momento: autorità, onore, razzismo, rispetto. Com’è nato?
C’è tutto quello provavo l’anno scorso, a 19 anni, un periodo molto strano, ma importante della mia vita: mi stavo finalmente abituando a stare da sola a Los Angeles, avevo appena detto al mondo intero della mia sessualità, mi sentivo come se finalmente sapessi davvero cosa volevo dire come artista, eppure mi sono sentito persa. Avevo iniziato a prendere farmaci per la prima volta perché provavo un’ansia molto forte. Era come essere perennemente depressa. Ogni giorno ero alla ricerca di qualcosa di più, qualcosa che poi mi faceva star male. Stavo in una relazione che non funzionava e volevo solo scappare. Volevo distruggere tutto ed è da quei sentimenti che sono nate queste canzoni. A volte devi distruggerti per diventare una versione migliore di te stessa.

Nell’album c’è anche un tributo a Lil Peep e Mac Miller.
Sì, la canzone è Stealing All My Friends, una discussione onesta sull’impatto della dipendenza da droga non solo su chi muore, ma sulle persone che circondano chi la usa. In Wisconsin ci si faceva tutti e ho vissuto in prima persona il vuoto procurato dalla morte di un amico. È una cosa di cui bisogna parlarne, specialmente ai ragazzi della mia generazione.

L’ultima canzone, Good Enough, è autobiografica, vero?
Sì, spesso mi sento invisibile e mi faccio molte domande, mi guardo allo specchio e ai dubbi che mi assalgono, chiedendomi se sarò mai brava a sufficienza.

Quando hai capito di essere gay? Pensieri, reazioni al tuo coming out da parte di famigliari e amici? Avevi paura, eri preoccupata?
Non paura, qualche preoccupazione sì, ma solo per le reazione degli altri verso la mia famiglia e mia sorella, anche lei gay. Anzi, è stato grazie a Cassie che ho capito quant’e importante avere dei modelli di ruolo nella comunità LGBTQ+, quanto sia doveroso fare coming out, mai mostrare di avere paura, far vedere agli altri che non c’è nulla di male nel rivelare chi sei. Non ho mai capito perché qualcuno dovrebbe preoccuparsi di chi vuoi tenere per mano e baciare (ride).

L’ansia è un problema diffuso. Come la gestisci e cosa fai per aiutarti? Come influisce sulla tua musica?
Sono sempre ansiosa, specialmente per le piccole cazzate che si trasformano in qualcosa di più grande finché non ti rendi conto che non hanno alcuna importanza. Mi sono resa conto che più sto male e meglio scrivo canzoni, il che è un po’ triste, ma anche bello in un certo senso. È dal mio subconscio, dalla mia insicurezza che proviene la mia musica. Scriverne è terapeutico, anche se sto ancora cercando di capire come affrontare l’ansia, il mio vero nemico numero uno.

Il concerto più bello mai visto?
Taylor Swift, senza dubbio. È una rock star.

Cos’è per te Rolling Stone?
Un po’ come People, è sempre stato il giornale sulla cui copertina c’era la persona più famosa in quel momento (ride). I miei ne parlavano come di una rivista iconica, m’hanno detto che esiste da sempre. Pensa un po’ come si sentiranno adesso che ci sono dentro anch’io.

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