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Carl Cox, la linea diretta tra James Brown e l’Edm

«Dovrebbero essere tutti più gentili in questo mondo». Parla la leggenda di Ibiza, il mentore della Burn residency. Che regala la sua esperienza a un gruppo di giovani dj

Carl Cox, il mentore della Burn residency

Carl Cox, il mentore della Burn residency

Chiedetegli cosa ascoltava da piccolo e canterà James Brown. E si metterà anche a ballare.

Carl Cox è un’istituzione di Ibiza, da 14 anni consecutivi è resident dj dell’estate dello Space, uno dei club più famosi del mondo. Rappresenta un punto di riferimento per tutti quelli che vivono dietro una console, uno che se ne frega delle mode e vive solo attraverso il suo gusto. Uno che ha vissuto gli anni dei club underground di Londra, della disco di New York. Ce ne sono altri come lui? Pochi, davvero pochi.

Tutta la sua esperienza, quest’estate è al servizio della Burn residency, l’iniziativa firmata Burn per far crescere e dare un futuro ai chi vuole fare della musica la sua professione.

E il primo consiglio non riguarda mix, musica o tecniche particolari. È molto semplice. «Non devi essere stronzo. Il mondo dei club è un mondo fatto da persone che si divertono. E allora cosa ti cambia? Se ti chiedono un autografo, una foto, puoi dire “Non sono io”? No, fermati per un minuto. È un gesto che può cambiargli la giornata. Quelli che trovi per strada sono i dj di domani, i produttori, i promoter. Se sei scortese con loro, non si ricorderanno di te. Ti cancellano dalla memoria».

Quello che piace un sacco di Carl Cox è la cultura musicale. Che riporta il lavoro del dj a una vera ricerca, passata tra gli scaffali dei negozi di dischi. Perché sì, lui è stato il primo a usare tre piatti. Ma le istituzioni si costruiscono con il mix di cultura e tecnica. E la prima parte fa davvero impressione, perché mica puoi migliorarti in quello. Quindi, partiamo da lì. E partiamo da James Brown. «Get Up Offa That Thing! Come fai a stare fermo con un pezzo così (balla, intanto, con il sorriso sulle labbra ndr)? James Brown aveva il funk, che Dio lo benedica». Per sempre. Anche perché ha avuto anche l’onore di far muovere Cox, che non è un’impresa così semplice. «No, ma a me piaceva ballare quando ero piccolo! Però poi iniziavano a farmi male i piedi, la schiena. Poi succedeva sempre questa cosa: andavo alle competizioni. E quando sentivo la musica mi chiedevo sempre: “Ma perché mette questa canzone e non quest’altra?”. Da allora ho deciso che questo sarebbe stato il mio lavoro». Scegliere la musica, traccia dopo traccia.

C’è un sole parecchio caldo a Ibiza, e c’è anche un asciugamano appoggiato sulle gambe. Ogni tanto Cox lo prende, sposta gli occhiali, si asciuga la faccia, e ricomincia a raccontare. «Pensa che poco fa conducevo un programma in radio e c’era ospite un amico dj che seleziona questo pezzo. Mi piace tantissimo e gli devo chiedere cos’è. Era un suo remix, di una traccia di un altro produttore. Che lui stesso mi aveva mandato via mail poco tempo prima. Me l’ero persa! Sento così tante cose che spesso non me le ricordo. Ma di una cosa sono sicuro. Voglio sempre che nelle tracce che metto ci sia un sentimento. Non mi interessano le facciate: è necessario che venga fatta con una ragione, con un’anima, non per esaltare la gente e basta». Servono tracce vere, quindi. Con delle storie. «Prendi Strings of life di Derrick May. Anche se la ascolti per la prima volta capisci tutto il passato di May. Le sue sofferenze, senti la città di Detroit e quello che ha vissuto. Se provi a chiedere a uno come Avicii di rifartela, non riuscirebbe mai. Non così».

Ahà. Avicii. Uno che quando arriva a Miami si prende un albergo intero. «Gli Stati Uniti adesso sono un mostro. Prima i club erano qualcosa di underground, erano club veri perché dovevi far parte di un circolo per entrarci, non potevano stare alla luce del sole. La società non li accettava ancora, e meno ancora la polizia. Appena hanno tolto il tappo, però, è esploso tutto. Finita la repressione c’è stato un via libera che ha fatto nascere quello che c’è ora. Un business da miliardi di dollari. Prima c’erano grandi differenze tra uno Stato e l’altro, ognuno ascoltava qualcosa di diverso. Ora con tutti questi festival non ci sono più differenze». Le tre lettere magiche, Edm. «La chiamano Edm, sì. Electronic dance music, ma non ha senso questo nome. Penso ai Kraftwerk, a Gary Numan: era musica, era elettronica, e ci potevi ballare sopra. Già allora».

Quindi, caro Carl Cox, qual è la prossima moda? «Non seguo le mode, piuttosto cerco di far evolvere il mio stile. Non me ne frega se metto qualcosa di più commerciale, più deep. Mi interessa che sia buona musica. Devo dire che oggi tutti si stanno spostando su un genere più groovy, meno techno. Sapete perché? Perché siamo più pigri, dobbiamo ballare muovendoci poco. Mica possiamo reggere i ritmi della techno (balla, e ride parecchio, ndr)».

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