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Carl Brave: «Roma si accetta così com’è, come accetti tua madre e tuo padre»

‘Migrazione’ è un album a chilometro zero, una specie di concept formato TuttoCittà che ha come fili conduttori un rapporto sentimentale con lo spazio urbano e un’idea territoriale dell’amore. L’intervista

Foto: Viviana Berti

Il disegno sulla copertina di Migrazione, il nuovo album di Carl Brave, somiglia a un remake della Danza di Matisse che, al posto delle figure umane che si tengono per mano, raffiguri una serie di gabbiani e topi che non si filano di pezza. Come a rimarcare il confine per niente rettilineo, ma sincopato e altalenante, tra fanciullezza e maturità, partenze e arrivi, la firma dell’artista (Carlo Luigi) è tracciata con mano incerta, come del resto sono tremolizzi i contorni che separano gli animali gialli dallo sfondo blu. Non stiamo piangendo, ci è solo entrato un uccello migrante disegnato da Carl Brave bambino nell’occhio.

Mentre la scena musicale legata ai generi che il cantautore romano predilige sembra continuare a sussurrare all’orecchio degli ascoltatori, più subdolamente che può: «Milano, Milano, Milano, Miami», ogni tanto arriva lui a guastare la festa e, ristabilendo a modo tutto suo un certo ordine, grida: «Roma!».

A metà strada tra il civico che porta la targa commemorativa del Folkstudio e quello dove si aprono i battenti di una caserma dei Carabinieri, nella sua Trastevere, incontriamo Carl Brave. Sebbene il suo metro e novantacinque sembri essersi stabilizzato da po’ di anni, ci sembra ancora molto cresciuto dall’ultima volta che lo abbiamo incrociato.

Bella la copertina, chi è l’artista? [Facendo gli gnorri]
Il disegno è mio di quando avevo quattro anni e rappresenta gabbiani e sorci romani. Lo feci poco dopo quella volta in cui io e mia madre ci ritrovammo un topo in casa e scappammo via, lasciando mio padre a gestire, come poteva, la situazione. Più o meno nello stesso periodo un gabbiano ci piombò in terrazza. I due episodi mi hanno evidentemente colpito molto. Mia madre ha conservato il disegno per tutti questi anni ed era da tanto che avrei voluto usarlo. A questa botta, con il tema della migrazione, mi è sembrato finalmente il momento giusto.

I volatili in copertina, a discapito del titolo dell’album, sembrano spiccare il volo per poi scendere subito in picchiata. Osservazione e introspezione alla base del tuo modo di vedere il mondo?
Sì, mi piaceva questa roba della picchiata, che sembra un cadere ma potrebbe benissimo essere un cacciare. C’è qualche uccello che casca in giù e qualche altro che, come vedete, continua dritto. Mi ricordano chi fa le cose fuori dal coro, chi non segue l’autostrada.

Volenti o nolenti, gabbiani e topi sono ormai gli animali diversamente domestici, su scala urbanistica, dell’immenso cortile di Roma.
Insieme ai piccioni!

Concediamo anche un giusto credito ai piccioni. Ma i gabbiani, col loro comportamento, coi loro movimenti, simboleggiano meglio la poetica che volevi esprimere in questo album. Volando e picchiando tracciano un percorso sincopato tra fanciullezza e maturità, mondo e casa, che sembra perfettamente conformato ai colli di Roma e al loro profilo altalenante tra alti e bassi di una città che trae una grossa parte del suo fascino dai contrasti tra il suo meglio e il suo peggio. E di cui tu sei oggi, più che mai, uno dei principali cantori.
I gabbiani sono venuti dal mare ma ora dominano la città e, tra l’altro, se magnano sia i piccioni che i sorci.

Migrazione è un album, ancora una volta, vissuto, composto e prodotto a chilometro zero, nella Trastevere tra Gianicolo e piazza Trilussa. Allo stradario emotivo della Capitale che avevi tracciato in Coraggio hai fatto seguire questo concept album, formato TuttoCittà, che ha come fili conduttori un rapporto sentimentale con lo spazio urbano e un’idea territoriale dell’amore. La versione definitiva della tua guida turistico-sentimentale di Roma è dunque a volo di gabbiano e a zompo di sorcio?
Roma si accetta così com’è. Come accetti tua madre e tuo padre. Ci sei nato, è lei che ti ha cresciuto, curato, portato su. Ti ha educato nel male e nel bene. Lei c’hai. Il vissuto non è solo quello che vivo ma anche ciò che mi dà l’ispirazione per scrivere. Ne ho parlato anche con la mia compagna: penso spesso che a volte vado proprio a ricercare questo alto e basso continuo, per cercare le mie storie. Questo modo di fare è viscerale per me.

Molti pezzi di Migrazione cominciano con un bozzetto di vita quotidiana romana, quasi “bambocciate” del 2023, per scomodare un termine tecnico che definisce la pittura seicentesca di genere che era ambientata proprio nelle strade Roma, e che tanto cozzava contro la grandeur dei dipinti sacri e di storia che riempivano le chiese e i palazzi della città. Hai un gusto tutto particolare nel dipingere questi bozzetti, per poi virare dopo un paio di strofe, cambiando obiettivo e usando l’introspezione, verso le tue particolari storie. Ti piace tanto fare della musica che possa anche vedersi, vero?
Mio padre ha fatto il grafico per una vita e da piccolo amavo tantissimo disegnare. Per molto tempo ho fatto anche fumetti, per poi lasciare e dedicarmi ad altro. Ma il disegno è sempre rimasto una parte essenziale di me.

Quando guardi figure come quelle della tua copertina, con degli ovvi limiti tecnici, è interessante rendersi conto di come la creatività riesca a intervenire per superarli. Se i tuoi gabbiani fossero perfettamente realistici, non sarebbe la stessa cosa immaginare dove potrebbe andare a finire il loro volo. Anche se oggi sei molto più bravo come autore di musica che come disegnatore, quello che succedeva allora su quel foglio ricorda un po’ quello che fai adesso scrivendo e componendo.
Questa cosa è verissima. Anzi, ve la dico tutta, nella musica in generale io cerco proprio l’imperfezione. Non inseguo la registrazione perfetta che suoni alla grande nello studio. Mi piace che in una canzone si possa sentire il rumorino di un frigo di sottofondo. Magari uno non se ne accorge, ma in realtà è così.

Prendiamo il primo singolo dal nuovo album, Lieto fine. Sappiamo che il testo, come riportato dalla cartella stampa, a un certo punto si lancia in periodo ipotetico: “Vinceremmo il Premio Strega se scrivessimo di noi”, ma tu ti diverti a cantarlo nascondendo una emme del condizionale. Anche questo è Carl Brave.
Vinceremo, sì (ride).

Anche in questo lavoro quasi tutti i pezzi sono marchiati dal tuo proverbiale “eh, eh”. Ancora una volta è stimolante separarne la lettura su Word dall’ascolto in cuffia. Dopo tot album e live siamo arrivati a formulare un’ipotesi. L’interiezione che in musica si fonde con la melodia, nel testo puro sembra una risata. È questo che significa la tua firma audio? Un istante beffardo, di artistico distacco, a fronte di qualunque cosa, anche la più seria e autobiografica (e in questo album ce ne sono molte), puoi cantare dopo?
Mi ci ritrovo, avete ragione. In effetti sono scritte con l’acca, sono un po’ una risata e ormai ho deciso di farle all’infinito. Una firma fatta così è una cosa che ho preso da altri artisti, ad esempio mi ha sempre colpito il prrrrr di Gucci Mane.

Ma tu potresti averle dato anche un senso narrativo. Con Mara Sattei la fate insieme.
Quello è stato fico. Ci siamo stradivertiti quando le ho detto: «Ahò, fallo pure te!».

Le tante collaborazioni di questo album sono tutte con musicisti di altre città d’Italia, da Nord a Sud, da Genova a Napoli, a parte quella proprio con Mara, che comunque è di Fiumicino. Con loro hai fatto quello che farebbe qualunque romano che accompagna uno straniero in giro per la città: il cicerone.
Sì, sono venuti quasi tutti qui da me per registrare.

Cosa ti è piaciuto di più mostrare di Roma ai protagonisti dei featuring?
A me piace mostrare la Roma vera, cuore e sampietrini. Fare dei giri per Trastevere o Testaccio.

E di te?
Di me faccio vedere me. Penso di essere uno abbastanza semplice. Certo ho anche io dei lati di me che non voglio far vedere agli altri e cose che non voglio dire, come tutti. Ma in genere è facile far vedere il Carlo uomo, dal quale la parte artistica scaturisce molto naturalmente.

C’è anche qualcosa di Roma che tendi a non mostrare?
Alcuni posti della città, più che altro per una questione di ovvia sovrappopolazione. Un campetto da basket al Celio è uno di questi. È un campetto tranquillissimo dove non c’è quasi mai nessuno, a parte un paio di asili, una scuola di teatro e delle suore. Una volta avrei potuto chiedere a Red Bull di rifare il campo ma non l’ho voluto, per non rovinare la magia.

Qualche anno fa, a bordo di un barcone sul Tevere, ci siamo confrontati sulle cose che a Roma non andavano dal punto di vista della gestione della vita pubblica, anche a livello politico. Qualche anno dopo sembra essere cambiato il sindaco della città. È cambiato anche qualcos’altro?
Dal mio punto di vista no, non è cambiato niente. Roma è sempre la stessa, ma in modo diverso, per citare il duetto con Mara (ride). Si dice sempre: cambierà, cambierà, cambierà. Ma è difficile che cambi.

L’amore per la tua città, essendo eterna, è una storia d’amore ciclica, con cui ci si lascia e ci si riprende ogni giorno?
Quello che sta per finire spesso ritorna. Questa è la mia concezione dell’amore, soprattutto in un rapporto lungo: un tiremmolla di alti e bassi. Tutto quello che mi è successo è successo a Roma. Per questo sento di dover parlare e cantare principalmente di Roma. Il disco apre con Luci blu a via Garibaldi: casa mia.

Non ti chiediamo quale sia il tuo featuring preferito, tra i tanti di questo album. Ma c’è un pezzo al quale ti senti più legato?
Dipende dal mio umore. Quando sono felice ascolto Kill Bill. Un posto speciale lo riservo per Applausi, il pezzo di chiusura, che parla del dualismo tra successo (come vita di un artista) e morte, a partire dal ricordo del funerale, anni fa, di un amico con cui cantavo. Suonarono i nostri pezzi. In effetti è il brano più importante di un disco che, non a caso, si conclude proprio con quegli applausi che scemano, col buio, perché l’ultimo brano è la morte di un disco.

Per fortuna possiamo anche ascoltarlo in loop.
Speriamo!

Perché prendersi la briga di scrivere canzoni così intime e intense in questo mondo in cui non solo nella musica ma anche nella vita tutto ciò che sembra contare è l’orecchiabilità?
È una roba naturale. Voglio essere sincero e raccontare cose vere e, almeno per me, anche profonde. E non voglio collocarmi nel marasma generale della quantità. Certo, in Boris dicono che la qualità ci ha rotto il cazzo. Ma io ho deciso di andare contro René Ferretti.

Dei cantautori ritenuti di qualità ti manca però una caratteristica fondamentale: la pretenziosità. E questo si nota particolarmente quando sei profondo. Come fai a mantenere questo equilibrio tra forma e contenuto?
Scartando una cifra di pezzi. È la mia mentalità da sportivo: pedalare e pedalare ogni giorno al computer. Lì sì che c’è la quantità!

In Migrazione ci sono delle collaborazioni che sono perfettamente organiche rispetto all’estetica generale. E altre che invece costituiscono dei mondi a parte, come quelle con Dargen e Clementino, in cui sembri accogliere maggiormente la contaminazione con altre voci e altri generi. Come sono nati questi due featuring?
Mi piace molto spaziare tra i generi. Turbolenze (con Dargen D’Amico, nda) è stata la collaborazione più pazza. È nata dopo che avevo fatto amicizia con un agente immobiliare che lavorava vicino al mio studio di Prati che aveva una predilezione per le canne.

Salutiamo gli amici agenti immobiliari.
Ci ho fatto amicizia tra un tiretto e l’altro e ho scoperto che gli piaceva suonare la chitarra. Gli ho chiesto se volesse suonare nel mio nuovo disco. È venuto in studio e gli ho registrato il giretto che è alla base di Turbolenze. Sentite com’è storto?

Ritorna l’imperfezione.
Si sente che è fatto da uno che non c’entra niente e proprio questo mi piace. Un chitarrista forte non l’avrebbe mai suonato così. Allo stesso modo i cori del pezzo con Clementino sono fatti da miei amici non professionisti.

A proposito di professionismo deviato, qualunque articolo su qualunque argomento al mondo oggi parla di intelligenza artificiale e ChatGPT. È in questa estetica imperfetta che l’uomo vincerà sempre sulla macchina?
Non vi nego che lo spero. Quella roba mi fa mega paura. Su TikTok puoi sentire dei pezzi di un Drake artificiale che sono quasi meglio dell’originale. Anzi, vi dico di più: sono meglio. Non penso tanto ai testi, quanto al flow. Ognuno di noi ha uno stile preciso. Se devo scrivere una canzone per Max Gazzè, come Posso, ovviamente mi sforzo di scriverla alla Max Gazzè. Se sei sveglio e ti impegni riesci a beccare lo stile di un artista, rapportandolo comunque al tuo. Ma quello che fa la macchina è un altro pianeta.

Hai provato a fare esperimenti artificiali col tuo stile?
Ci ho provato, sì, ma senza dare al software chiavi particolarmente specifiche. Ho un po’ paura a dargliele. Per fortuna in questo settore, in italiano, non siamo ancora al livello dell’inglese. Una volta ho provato a fare un album di featuring senza i featuring, ma poi ho pisciato proprio per i limiti linguistici dell’italiano. Mi spaventa il giorno in cui chiunque ci metterà un attimo a ottenere un remix di Carl Brave country e techno. Lì saranno cazzi.

Confrontarti con la voce di Noemi è ormai un grande classico del tuo repertorio. Anche se questa volta appare in una veste meno legata alla potenzialità di tormentone e più alla duttilità e alla profondità. Com’è stato fare spazio a queste nuove sfumature di Noemi?
Sì, ho cercato proprio di fare il contrario del solito. Penso che fare tre volte la hit fosse inutile. Dato che con Noemi ho un rapporto di vera amicizia, siamo riusciti a confrontarci su altri nostri colori. Volevamo un po’ scioccare il pubblico, che si aspettava ancora una volta l’estate. E invece ecco l’inverno pieno!

D’altronde quest’anno l’estate non sembra proprio voler arrivare.
Questo in effetti non è un disco molto estivo. O forse è un disco estivo nostalgico, da tramonto. Sì, di notte, anche a luglio, ci può stare.

Come tutti i dischi dell’era dello streaming esce a mezzanotte.
E noi faremo un bel brindisi con tutti i musicisti.

E poi? [cit.]
E poi ho preparato una sorpresa molto particolare che spero piacerà agli amici che si troveranno a passare da una certa piazza di Trastevere, questo sabato pomeriggio.

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