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Carl Brave è molto più di birre, canne e pischelle

Per chi è sia producer che cantante, il lavoro è doppio. Se poi nello stesso anno escono due album, viene da pensare che Carletto sia matto, ma in realtà è solo felice

Carlo Coraggio, per gli amici Carl Brave. Foto di Manuel Coen

Carlo Coraggio, per gli amici Carl Brave. Foto di Manuel Coen

Carl Brave è una macchina da guerra. In un solo anno, questo, ha fatto uscire non uno ma due dischi: due versioni di Notti Brave, di cui la nuova Notti Brave (After) fa da vero e proprio sequel inedito, non di certo una di quelle ristampe puzzone con qualche inedito che escono proprio in concomitanza di Natale. Lui invece nello stesso anno ha fatto due dischi ottimi, un tour, ha continuato a portare avanti i tramacci (magari col federe Franchino126) che sicuramente sentiremo l’anno prossimo e magari nel tempo che resta si è fatto la sua vita.

Incontro Carletto a Milano, nella hall di un 4 stelle di zona Monumentale, la mattina dopo dell’atterraggio su Marte del lander InSgight della NASA.

Fatto serata ieri?
No, sono stato qui in albergo a guardare in TV la diretta streaming dell’atterraggio del robot su Marte.

Bravo cazzo! L’ho guardato anche io, non ti facevo un nerd.
Non sono un grande nerd, però l’evento era speciale. Quindi mi sono acceso una bomba e l’ho guardato. Non è che sono fissato, ma i miei film fantascientifici me li guardo.

Ma sai che scazzo stare su un’astronave per sei mesi? Ci vuole quel tempo per arrivarci.
Anche di più, anche 7 o 8. Dipende dalla distanza fra Terra e Marte al momento del lancio. Bisogna anche tenere conto di queste cose, che l’anno su Marte dura tipo 635 giorni e la giornata 24,5 ore. Poi è assurdo che nel futuro gli umani vogliano cambiare l’atmosfera di Marte, poi bisognerà convertire il ghiaccio in acqua. Tutte cose fondamentali se vuoi metterci delle colonie umane. Non è comunque un pianeta ospitale, tipo che la temperatura va da +20 a -20 tra il giorno e la notte.

A proposito di TV, com’è andato il live che hai fatto a X Factor? Hai cantato
Ero tesissimo. Poi io prima di suonare bevo sempre due o tre goccetti de vodka, invice stavolta niente. Un po’ perché non ho voluto, un po’ perché credo mi abbiano impedito di bere quel goccio. Ma poco eh, quel goccetto che ti leva l’ansia. Dopo di quello ho fatti altri live più piccoli, acustici, e anche lì non ho bevuto. Quindi diciamo che X Factor mi ha aiutato a entrare nell’ottica. Però regà ero emozionato, si vede pure se vai a rivedere il video. Poi avevo i giudici davanti: sembrava mi stessero facendo l’esame di stato. Però quegli esami dove i professori si fanno un po’ i cazzi loro, o almeno così mi sembrava.

Come sei riuscito a far fare le sporche a Gazzè? È assurdo sentire Max Gazzè che fa “HEY” come un trapper.
Lui è mega propositivo, mi ha detto: “Facciamola come vuoi, con l’autotune e tutto”. Finora è la persona più gentile e disponibile con cui ho mai collaborato. E pure il più sincero. È venuto in soffitta da me a registrare una seconda parte di basso, che sta nello special di Posso ma non si sente tanto perché è amalgamata con le altre. La sua parte l’ha registrata a casa sua, mi pare che lui viva all’Olgiata, un quartiere abbastanza fuori Roma.

Quanto stai a Roma nella tua vita?
Tanto, sto praticamente solo lì. Infatti nel singolo si dice “ti posso dire in italiano ma in romano”. Voglio sempre tenere la mia romanità a galla. A Milano non ci sto quasi mai, è un caso che mi hai trovato qui.

Molti tuoi colleghi romani però si sono trasferiti qui. Tipo Flavio (Gazzelle).
Lo so bene, ma non ci penso proprio a seguirli. Ma poi Flavio è de Prati no? Roma nord, per lui è più facile.

Ce l’hai un po’ con ‘sta cosa di Roma nord, eh.
Ma no figurati, ho dei cugini di lì e ho anche avuto tante ragazze di Roma nord. È solo che fra quartieri siamo tanto diversi, si sente tanto la differenza. A Milano non sentite i quartieri perché Milano è un buco. Se state in periferia siete comunque a due metri dal centro. Fra Roma nord e Roma Sud c’è molta differenza. Ma pur sempre rispetto.

Parigi è tipo Roma nord?
“L’acqua a 5 euro e li morté” Quella di Merci è una Parigi vista dal turista, con molti cliché.

Nella copertina invece hai puntato sull’effetto Drake. Fa molto Views.
Sulle prime non ci ho pensato, poi quando me l’hanno fatto notare l’ho ammesso anche io. È vero!

Potrebbe diventare un meme.
Magari, tra l’altro mi stai dando una mezza idea. Però giuro che non volevo copiare Drake. Lui l’ha fatto dalla torre di Toronto, io nella foto sto nel buco del Pantheon.

La copertina

La copertina

Ma poi anche fosse, è universalmente riconosciuta l’influenza d’Oltreoceano. Vedi l’autotune.
Su cose come l’autotune, sicuramente. E rispetto al trapper classico, che ha l’autotune sparato, io lo sto alleggerendo man mano che va avanti. Non so se me ne libererò mai, forse sì. Mi piace ancora, quindi lo tengo. Mi piace il fatto che esalta le medie frequenze della voce, comprime. Mi piace la mia voce mixata in un certo modo, a me piace notturna. Poi questo è un disco che si presta bene all’after. Io scrivo quasi sempre di notte e si chiama così anche perché temporalmente si colloca dopo Notti Brave. È un sequel, come mood. È un “parte seconda”, non repack. È tutto nuovo, scritto da maggio di quest’anno.

Sei parecchio prolifico.
Ma sai perché? È proprio il fatto di essere sia produttore che cantante. Io faccio così: mi metto a produrre, stando lì 3 o 4 ore di fila. A una certa mi stanco e mi metto a scrivere testi, con la base che ho prodotto sempre nell’aria. La ascolto un miliardo di volte, poi scrivo un po’. Quando non mi viene più un cazzo mi rimetto a produrre.

Quindi se il testo non ti viene non è che leggi un libro, semplicemente torni sugli strumenti.
Esatto, se sto producendo non mi riesco a staccare. Può succedere che sto lì 14 ore. Poi magari vado a dormire o mi leggo il libro, magari prima di dormire. O magari guardo la trasmissione su Marte come ieri.

Non sarebbe male una bella canzone su Marte.
“Un selfie da Marte” la chiamo.

Ci sono sicuramente sempre tantissimi riferimenti al bere.
Quelli sempre, ma come ti dicevo mi sto dando una regolata. Se diciamo che sono live allora bevo, per quanto non l’abbia fatto negli ultimi più acustici, più intimi. Abbiamo provato a casa, sul divano, tutti vicini, quindi non ti viene nemmeno di bere. Gli altri tour più grossi invece sono diversi. Entri sul palco e hai davanti a te 5 mila persone, addirittura 15 mila come al Rock In Roma. E allora lì impazzisci, sei scatenato. Solo un paio di volte mi è capitato di rendermi conto di essere davvero sbronzo. Sai, verso la terzultima, penultima canzone. Arrivavo a Pellaria e mi sentivo biascicare. L’alcol sul palco non lo senti perché sei mega adrenalinico. Io fino a qualche tempo fa mi finivo quasi una boccia di Belvedere da solo, durante il live. E non ero neanche sbronzo, forse un po biascicone. Se bevo lo stesso fuori dal palco muoio. Perché fuori dal palco non c’è adrenalina che contrasti l’alcol. Comunque ho diminuito di molto anche nei live: cazzo una bottiglia è tanto. Più vado avanti e più è dura.

E quando eri un giocatore di basket?
Ah no, ora ho completamente cambiato vita. Sono passato da santo protettore del cestismo italiano a diavolo allo sbando. Che poi non ero proprio un santo neanche allora, nel senso che facevo due allenamenti al giorno ma poi il lunedì sera mi sfondavo. Sto notando un declino fisico spaventoso ora che non faccio più sport. Dal punto di vista hangover poi ciao. Adesso ci metto una settimana a recuperare una sbronza. Nel periodo di transizione fra basket e musica ho fatto diversi sport, tipo Muay Thai. Ma da sei mesi non faccio più un cazzo. Solo musica. È una questione de priorità.

L’hai sentito il pezzo di Trap God? È venuta fuori un po’ di polemica sulle bestemmie. Tu per esempio preferisci bipparle.
Sì, l’ho sentito. Lui è esagerato, è un matto. Immagino la quantità di ragazzini impazzita per il pezzo, cosa che spiegherebbe la sua posizione nella classifica Viral di Spotify. La mia bestemmia in Pianto Noisy è una roba diversa. È la mia traccia più cruda, più cruenta. È una bestemmia sincera, per nulla gratuita e oltretutto bippata. Ma forse sia lì che in Termini, dove dico che “tira più un pelo di …” senza dire niente, la privazione della parola stessa amplifica ulteriormente la sua importanza, la presenza. Nel caso di Pianto Noisy poi vuole rendere l’idea di quando sei sbronzo marcio, stai male.

Foto di Manuel Coen

Foto di Manuel Coen

Invece tu e Guè pensate davvero che ci sia la paranoia delle Spunte Blu?
C’è assolutamente, per molte persone. Io ovviamente le ho disattivate su WhatsApp, però c’ho amici che impazziscono. Un mio amico ha dei problemi, ha delle storie con ragazze e magari si alza apposta per aprire la chat e far pensare che l’ultimo accesso c’è stato alle 6 di mattina. Ma delle robe malate guarda. Io comunque nel pezzo lo dico “Lo puoi pure levare spunte blu ma tanto che sei online si vede”. Quindi alla fine che senso ha? Anche mia madre, se non vede le spunte impazzisce. Sei carcerato delle spunte blu, ma lo siamo proprio come generazione. Guarda già solo alla dipendenza da social e da telefono, ognuno fa vedere i cazzi suoi. Guarda il Grande Fratello, ora c’è pure quello VIP ma comunque non se lo cagano più, perché è stato sostituito dalle stories di Instagram. Farsi i fatti degli altri è molto più interessante così. La cosa con Guè comunque è partita da una di quelle sessioni di Ask Me Anything proprio lì sulle stories. Qualche fan gli ha chiesto “Faresti mai un feat. con Carl Brave?” e lui aveva risposto “SI” a caratteri cubitali. Così l’ho contattato subito. Siamo tutti cresciuti coi Dogo. Lui poi ha continuato prolifico e sempre sul pezzo, che è una cosa difficile da fare. Non è rimasto un’icona classic hip hop come potrebbe essere Bassi Maestro. Guè è attualissimo, è stato forse il primo a fare quello che oggi fanno tutti. Cioè il bad boy.

Sul numero di dicembre metteremo una bella intervista a Vasco Brondi, dove lui si lamenta anche del fatto che ormai i topic nella musica si sono ridotti a “Birre, canne, la mia tipa”. Chissà perché mi sei venuto in mente.
Chiaro, il trapper! [scoppia a ridere]. Eh mica è colpa mia se è la vita de tutti. Birre, canne e pischelle. Non è una colpa, sono alcune delle tematiche più attuali della vita. Lo erano anche prima, solo che erano molto più parafrasate tipo l’amore nell’aria. Io come tanti vado più nello specifico, nel quotidiano. Poi chi conosce un minimo la mia musica sa che è sbagliato ridurre i miei testi a birre, canne e pischelle. Si aprono una marea di storie da lì, è una ragnatela di topic che magari parte da lì ma poi si dirama.

E poi magari facciamo un appello ai colleghi giornalisti: smettiamola con questo manicheismo per cui se hai l’autotune sei un trapper altrimenti sei un cantante.
Eh non sarebbe male come appello da fare. Non bisogna più etichettare la musica attraverso i generi, proprio perché non esistono più generi precisi. Esistono macro generi che ti permettono di distinguerla a grandi linee, ma per il resto i confini sono labili. Io c’ho il rap, il pop, l’autotune: tutte queste cose insieme. E mi piace così. Ultimamente, lo stesso vale molto fra le nomenclature indie, itpop, eccetera.

Il vecchio disco si chiude con un’ode al tuo cane che non c’è più. Ne hai preso un altro?
No, non ne ho preso un altro. E non so se lo farò mai, ora ho già una fidanzata [ride]. Sono fidanzato da un anno e due mesi ormai, sto bene.

E che dice la tua fidanzata quando parli delle “Zoccolette de Fregene”?
Le zoccolette di Fregene sono dei dolci! Sono delle cose fritte, delle palline con sopra la Nutella. ‘Na roba leggera.

Però “le americane sono generose”, vienimi a dire che anche quello è un dolce!
No, quello non è un dolce [ride]. Eh, le americane a Roma sono proprio generose, in tutti i sensi. Ma ora è finita quella vita, preferisco uscire con la mia donna, andare al ristorantino, bere il vinello e poi andare a casa.

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