La prima riga della pagina Wikipedia dei Tauro Boys è costruita su una serie di errori. Il gruppo infatti non si è formato a Berlino, come scrive l’enciclopedia libera, bensì a casa, a Roma, «praticamente sul palco», come raccontano ripensando a quella prima apertura di Carl Brave e Franco126. Inoltre non «sono stati», come riporta Wikipedia, ma «sono», visto che a partire da quest’estate il gruppo ha deciso di riprendere in mano la propria storia per festeggiare i primi 10 anni del progetto.
Se vogliamo seguire l’erroneo uso del tempo verbale di Wikipedia, i Tauro Boys sono stati una creatura strana nel panorama della musica italiana. Mentre in Italia avveniva la rivoluzione trap guidata da Sfera Ebbasta, loro guardavano già oltre, portando nel genere un mix di hyperpop e internet culture in linea con quanto succedeva all’estero e che in Italia arriverà, in maniera blanda e disordinata, solo qualche anno più tardi. Quando tutto sembrava avviato sulla strada giusta – un contratto in major, un tour pronto a consacrarli – prima il Covid e poi le pressioni hanno portato i tre amici (perché di questo si parla, di amicizia) a fermare la macchina in corsa. Era il 2021. Il sogno era finito prima ancora di realizzarsi davvero.
Poi cinque anni di progetti solisti, che non hanno ripetuto il successo del gruppo, e infine, a sorpresa, la reunion nei primi caldi dell’estate durante lo show solista di Maximilian al Mi Ami Festival di Milano, proprio dove nel 2018 erano stati catapultati sul main stage a mezzanotte, nella notte che li consacrò. Maximilian, Yang Pava e Prince sono tornati insieme per celebrare i 10 anni dalla nascita del progetto.
«Siamo stati i Tauro Boys anche in questi anni di silenzio», ci tiene subito a mettere in chiaro Arduino Lancellotti, in arte Prince. «Non avevamo nessun programma, se non la voglia di ritrovarci sul palco», fa eco Maximilian. Yang Pava: «Da quando abbiamo comunicato che ci eravamo separati, mi ha colpito che ogni volta che abbiamo incontrato fan, o in generale persone interessate alla musica, non ci è mai stato chiesto “perché”, ma piuttosto “quando arriva una nuova canzone?”. Nella testa dei fan non è mai passato che avessimo smesso».

Foto: Ilaria Ieie
Ma facciamo un passo indietro. «Due settimane prima del Covid avevamo firmato un contratto importante. E abbiamo dovuto fare un disco durante il lockdown. Poi, quando eravamo pronti per andare in tour, per il Covid ne è stata cancellata gran parte», ammettono tristemente. «È stata una bella botta». In quegli anni i tre sono «amici, colleghi, coinquilini»: fanno tutto insieme. Il progetto si ingrandisce, le pressioni aumentano. L’esplosione sperata è soffocata dalle sfortune del Covid e un certo malumore inizia a insinuarsi in quella che fino a quel momento sembrava una relazione inscalfibile.
«È arrivato un momento in cui, banalmente, questo nucleo che conviveva, campava e lavorava insieme, e che passava insieme anche i momenti di svago, ha sviluppato alcune di quelle dinamiche di coppia dove magari si finisce a litigare. Convivendo 24 ore al giorno, senza mai una pausa, finisci a litigare come con tuo fratello o tua sorella: diventano dinamiche di famiglia. E l’essere diventati una famiglia così stretta ha fatto sì che a un certo punto, chi più chi meno, chi prima chi dopo, abbia sentito il bisogno di un momento per dire: ok, fatemi prendere un po’ di spazio, di respiro».
«A un certo punto abbiamo iniziato anche a scontrarci. Ognuno di noi aveva una vita personale che probabilmente non riusciva a conciliare con gli altri. Ci siamo parlati molto. Prendersi un momento è stata una scelta: ne abbiamo discusso, ci siamo scontrati, ci siamo difesi, ci siamo capiti. Tutte queste cose le abbiamo fatte insieme». Maximilian aggiunge un’ulteriore, onesta riflessione artistica: «Il percorso dei Tauro Boys è stato bellissimo ma anche complesso a livello emotivo. A un certo punto abbiamo sentito di essere entrati in una fase di vita differente, con un linguaggio che non era più consono ai Tauro Boys per come li avevamo concepiti fino ad allora. È stato un atto di onestà nei nostri confronti capire che in quel momento non avevamo un linguaggio adatto per impersonare quello che erano stati i Tauro Boys».
In quegli anni, infatti, i Tauro Boys sono stati capaci di creare un linguaggio proprio, in cui rap e internet culture dialogavano in maniera fitta come non era ancora accaduto in Italia. Ben prima che la trap si fluidificasse, inondata da una serie infinita di influenze sonore ed estetiche, i Tauro parlavano già una lingua impossibile da incasellare. Sia nella musica sia nell’immaginario erano semplicemente troppo avanti per il momento, capaci di edificare attorno a sé un culto che oggi, a 10 anni dagli esordi, ha la possibilità di tornare a idolatrare i propri beniamini. «Siamo stati sicuramente una novità, un culto generazionale. E se abbiamo lasciato un’impronta, se qualcuno ci ha preso un po’ come ispirazione, siamo solo che contenti. Ogni tanto ci capita di risentire qualcosa dei Tauro in artisti venuti dopo di noi».
I Tauro Boys, quantomeno in Italia, non hanno avuto simili, né prima né dopo. «Di essere unici ce ne siamo resi conto un po’ dopo, a posteriori, anche probabilmente grazie a questi anni di elaborazione. Abbiamo effettivamente creato qualcosa di unico. Più persone ci riconoscono di essere stati fonte di ispirazione, ma nessuno ha mai creato dei nuovi Tauro Boys. Anche questa è una cosa interessante: vuol dire che abbiamo lasciato un vuoto che non è stato colmato».
Da quella reunion al Mi Ami una luce si è riaccesa. Il processo di guarigione si è concluso e i tre hanno trovato la maturità, la calma, la capacità di vivere nella frustrazione del come sarebbe potuta andare, regalandosi due date a Milano e Roma (il 3 e il 12 marzo 2027) per festeggiare i 10 anni di attività. «È una celebrazione. Vogliamo tornare per riabbracciare il nostro pubblico, per stare noi tre insieme sul palco», spiegano. «Non abbiamo certezze, ma questo è sicuramente il sintomo di qualcosa. Ora però, molto naturalmente, stiamo vivendo questo ritorno giorno per giorno. Ma una cosa ci sembra fondamentale: riconoscerci quello che sono stati i Tauro Boys, che è parte integrante di noi. È giusto celebrarlo».
Non chiudono la porta a nuova musica o a un tour più capillare, piuttosto cercano di vivere il momento, questo ritorno, con la maturità di chi oggi ha 30 anni e ha fatto i conti con il proprio passato. «È inutile fingere che in questi anni certe domande grosse non ce le siamo fatte», raccontano aprendoci al processo di autoanalisi che ha hanno dovuto attraversare. È Maximilian a trovare le parole giuste per spiegare cosa significhi sopravvivere all’interruzione di un sogno e all’ipotetico che perseguita l’essere umano: «Penso che la vera svolta stia nel sopportare la frustrazione dell’ipotesi: rendersi conto che al di là di tutto ci sarà sempre un’incognita, che la vita sarebbe potuta andare in modo diverso. Per me, personalmente, la risposta a “e se avessimo fatto altre scelte?” è stata tollerare il fatto che una risposta non c’è. Ho dovuto imparare a rimanere nella frustrazione, a riconoscere gli errori, a crescere anche grazie al fatto di averli riconosciuti».
Che i Tauro Boys tornino proprio ora che la trap non sta producendo più nulla di interessante, potrebbe essere un segnale. Una stella cometa. Esprimiamo un desiderio.










