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Cari Mumford & Sons, dov’è il vostro fottuto banjo?

Siamo andati da Marcus e compagni a Berlino, per vedere le prove generali della loro (sofferta?) svolta elettronica

I Mumford & Sons in tour. Fonte: Facebook. Foto: Ty Johnson

I Mumford & Sons in tour. Fonte: Facebook. Foto: Ty Johnson

I Mumford & Sons arrivano al Magnet Club di Berlino in taxi. Ben Lovett, pianista della band, si confonde fra la gente in coda per entrare dopo aver fatto un salto da Burgermeister, il chiosco di hamburger e patatine fritte più famoso di Kreuzberg. Poi si infila nel locale da una porta sul retro: «Entriamo da qui, vieni». Marcus Mumford e gli altri (Winston Marshall e Ted Dwane) lo aspettano in camerino. Una volta Marcus Mumford ha detto: «Se non suona dal vivo, questa band non esiste». E infatti i Mumford & Sons non si sono mai fermati dal 2007: l’unica pausa che si sono presi è durata quattro mesi, che non sono niente, ma a loro sono sembrati un’eternità: «Odiamo le band che si lamentano della vita in tour. Se non vuoi farlo, non farlo. C’è tanta gente che sogna di suonare davanti a un pubblico», spiegano. Quello a cui stiamo per assistere, però, è uno dei concerti più importanti della loro carriera. Suonano per la prima volta dal vivo le canzoni del loro terzo album, Wilder Mind, e lo fanno davanti al pubblico del Magnet Club che di solito ascolta punk rock, in una sala piccola e sudata che non fa sconti a nessuno. E Wilder Mind è un disco elettrico: niente contrabbasso, niente kick-drum, niente arpeggi acustici o ritmo percussivo. 50 minuti, 12 canzoni nuove, nessuna delle hit che li hanno resi famosi. «Sei pronto?», chiedo a Ben. «Sì, se non fossi pronto adesso vorrebbe dire che non lo sarò mai». Sono nervosi e si vede.

Non l’hanno certo scelta a caso Berlino, la città delle svolte artistiche e delle rinascite, degli Hansa Studios all’ombra del Muro dove Bowie ha registrato Heroes, degli U2 di Achtung Baby, della metropolitana su cui Iggy Pop ha viaggiato avanti e indietro per giorni prima di scrivere The Passenger. Anche se oggi Berlino non sembra più quel “fortino di disertori, gente in fuga da tutta Europa” descritto da Iggy, ma un raduno di hipster che si lamentano del freddo e del cielo grigio. Venire qui però vuol dire sempre mettersi a nudo, in condizioni difficili: «Per la prima volta abbiamo scritto le canzoni prima di andare in tour. Il punto è che puoi fare tutte le prove che vuoi, ma finché non sali sul palco non sai come sono davvero. Ci stiamo scaldando». Durante il concerto però qualcuno dal pubblico urla: «Dov’è il fottuto banjo?». Marcus si ferma e sorride. Ancora una volta, più forte: «Dov’è il fottuto banjo?». Marcus non dice niente, abbassa la testa e suona un’altra canzone.

I Mumford & Sons non sanno cosa succederà con Wilder Mind. Forse perderanno il loro pubblico, forse ne conquisteranno un altro. Ma sanno quello che stanno facendo. Sono stati al n. 1 in classifica in America e in Inghilterra nel 2012 con il secondo album Babel, hanno suonato da headliner in parecchi festival, si sono persino inventati un loro minitour autoprodotto, il Gentlemen of the Road Stopover Tour, che tocca solo città piccole e fuori dai circuiti tradizionali e che sognano di portare anche in Italia: «La cosa più bella è creare la line-up chiamando band che amiamo come Alabama Shakes, Maccabees, Vaccines, Flaming Lips. Abbiamo mandato anche un’email ai Foo Fighters e loro ci hanno risposto: ci siamo! E sono venuti a suonare in un posto chiamato Walla Walla, nello Stato di Washington».

Hanno anche dimostrato di poter riempire qualsiasi spazio (i biglietti per la prossima data all’Arena di Verona del 29 giugno sono esauriti, in Italia suoneranno anche al Rock in Roma il 30 giugno e al Pistoia Blues il 1° luglio), ma adesso sono soli contro se stessi. La loro giornata inizia in una suite della Soho House di Berlino, vicino ad Alexanderplatz.

C’è un pianoforte, e anche un biliardino. «Sai giocare?», mi chiede Marcus. «Certo» rispondo. Lui scoppia a ridere: «Io no. C’è sempre qualcosa da imparare». Qualche anno fa, nelle sue prime interviste, Marcus si divertiva a fare l’eroe d’altri tempi e diceva cose del tipo: «L’era della tecnologia è affascinante e spaventosa. Uso il telefono ogni giorno, ma non ho idea di come funzioni. La chitarra acustica, invece, so esattamente come è fatta e quale effetto provoca nelle persone». Viene da chiedergli come va adesso: «Beh, ho imparato molte cose sull’amplificazione, i pedali e gli effetti. Ma ci vuole pazienza». Deve essere stato strano usare la chitarra elettrica per comporre: «Wilder Mind è più vicino a quello che siamo adesso. La musica oggi è totalmente ibrida e contaminata e noi abbiamo gusti musicali molto ampi, non potevamo ripeterci. Questo disco non è una sfida, è un invito a seguirci. Per noi è stata un’evoluzione naturale. Suoniamo ancora degli strumenti invece che premere dei bottoni, e questo rimane un messaggio forte. Anche se la cosa più importante sono sempre le canzoni».

Per la prima volta abbiamo suonato in modo rilassato. Persino io ho smesso di gridare

Già, le canzoni. Finora in quelle dei Mumford & Sons si sentiva l’odore del legno, delle corde della chitarra acustica e del prato d’estate. È stata la ferocia del loro modo di suonare a farle diventare potenti e ad aprire un varco in classifica fino a farle arrivare in alto di fianco a gente come Jay Z. Wilder Mind invece è un disco metropolitano e notturno, scritto tra Londra e New York e registrato nel garage di Aaron Dessler dei The National a Brooklyn, che inizia con un pezzo dedicato a Tompkins Square Park, nell’East Village. «Uno dei miei posti preferiti», dice Winston Marshall, «sembra di essere in Francia». È anche un crocevia di storie rock: di fronte all’entrata del parco c’è il muro rosso del Bar Niagara decorato con un murale di Joe Strummer e la scritta “The future is unwritten”, di fianco scorre la Avenue B cantata da Iggy Pop, ancora lui: “And I’m gonna need a miracle, tonight on Avenue B.”.Prima New York, poi Berlino. Sembra che i Mumford & Sons siano andati dietro alle tracce dei grandi per far vedere chi sono: «Nell’ultimo anno abbiamo ascoltato molto Paul Simon e siamo rimasti incantati dal suo modo di raccontare la vita della città nei minimi particolari, usando il linguaggio del folk. Forse avevamo l’ambizione di arrivare allo stesso risultato usando gli strumenti elettrici», racconta Winston. «Cerchiamo nuovi modi interessanti di fare le cose, magari un giorno scriveremo la base per un pezzo di Kanye West, chi può dirlo?», racconta Marcus. «Avevamo bisogno di spazio. Tutti pensavano che ci fossimo sciolti perché non abbiamo fatto concerti per un po’, invece per la prima volta abbiamo suonato in modo rilassato, senza regole, scambiandoci gli strumenti. Il risultato è un disco sommesso, meno veloce e con meno ottave alte. Persino io ho smesso di gridare. È un’esperienza diversa, a qualcuno piacerà, ad altri no. È così che vanno le cose».

È tutta la vita che Marcus Mumford cerca un modo per dimostrare a se stesso di aver fatto le scelte giuste. Ha cominciato a 18 anni, quando è stato respinto dalle università più importanti d’Inghilterra, Oxford e Cambridge, e si è sfogato scrivendo le canzoni del primo album dei Mumford & Sons, Sigh No More, del 2009: «Il mio esordio è il racconto di un fallimento. Non avevo idea di cosa fare». Una bella storia, quasi una favola. Ma adesso è tutto da rifare. Il ventenne fuori dal tempo, che saliva sul palco indossando panciotti comprati nei mercatini, ha quasi 30 anni e ha cambiato strada. E i Mumford& Sons, il gruppo che negli ultimi anni ha spinto di forza gli strumenti acustici al centro della cultura pop, hanno attaccato la spina e adesso fanno rock elettrico, urbano e moderno. E allora, dov’è il fottuto banjo, Marcus Mumford? Lui fa una smorfia e finalmente sibila nel microfono: «Ti mancherà, amico».

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di Maggio.
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