Capossela e Capovilla, i nostri «diavoli custodi» | Rolling Stone Italia
Loser sì, mansueti mai

Capossela e Capovilla, i nostri «diavoli custodi»

Dialogo a due su ‘E Morte non avrà dominio’, un inno contro la mansuetudine: Dylan Thomas, la lotta di classe perduta, la musica turistificata, le Big Tech più ricche dei faraoni, il governo dei peggiori

Teatro Due di Parma, 11 del mattino. Le prove la sera prima sono finite tardi, quindi arrivano con calma. Li aspetto girando per un edificio labirintico, dove ogni scala riporta al punto di partenza. Quando appaiono, ognuno dimostra il proprio modo di stare al mondo. Vinicio Capossela sparisce in camerino con un libro dai bordi consumati tra le mani, riemerge per mangiare da una schiscetta in corridoio, poi va a provare microfoni e luci. Pierpaolo Capovilla si rifugia in un bistrot, tra carne di cavallo, un calice di vino e una sigaretta dopo l’altra.

Questa sera debuttano al Teatro Olimpico per Romaeuropa con E Morte non avrà dominio, la prima ballad opera di Capossela: un musical radiofonico ispirato a Sotto il bosco di latte (Under The Milk Wood) di Dylan Thomas, dedicato all’amico Renato Striglia, che a quell’adattamento lavorava da vent’anni ed è morto senza finirlo. Il tutto sorretto da quindici canzoni inedite di Vinicio, che troveranno un’altra vita autonoma nell’album in uscita il 22 gennaio 2027 e che si intitola, non a caso, Milk Wood Bar. Capovilla, invece, per la prima volta debutta a teatro, dopo il fortunato film al cinema Le città di pianura, e interpreta nello stesso tempo Striglia, Thomas, Capitan Gatto e il «demone» che ha in corpo.

Li abbiamo incontrati a margine delle prove, tra vasche da bagno a remi, transistor e antenne per ricevere frequenze da chissà dove, forse anche dagli spiriti, oltre ad un radio-piano costruito per l’occasione. Ne è uscita una conversazione che, partita dal multiforme spettacolo, ha finito per incrociare i problemi della nostra contemporaneità. Così, mentre Capossela rivendica i cattivi maestri, quelli che «diventano i tuoi diavoli custodi», Capovilla si dichiara un un fallito assoluto, visto che «gli operai votano fascista, perché abbiamo perso la lotta di classe». Il resto arriva di conseguenza, tra una «storia di amicizia maschile» e un «inno contro la mansuetudine».

E se per Capovilla la musica richiede ancora «il gettare alle ortiche la vita per amore», quella di oggi «l’hanno turistificata». Mentre il presente tecnologico non se la passa meglio: «Vada a farsi fottere l’intelligenza artificiale!». Ma anche Capossela teme che l’AI ci faccia «saltare tutte le fasi che comportano il coinvolgimento e le relazioni». Infatti Internet, da promessa di libertà, per loro ci ha trasformati nei «pesci» di una rete che ci prende «a strascico», mentre le Big Tech sono diventate tanto ricche e potenti che «neanche i faraoni» lo erano. Finché Capossela non trova la sintesi perfetta di questa deriva storica: «Remigriamo nell’alto Medioevo». 

Vinicio, partiamo da Renato Striglia. Chi era per te?
Vinicio Capossela: Soprattutto un rocker. Nel senso di un amante non solo della musica, ma dell’epica, della mitologia di una certa musica che chiamiamo così, rock. Tutta quella musica che è nata come musica contro un sistema. Il suo modo di proporla e di viverla coincideva con l’affermazione di un’idea di vita. Con un’accoglienza per i cattivi maestri, quelli che diventano un po’ i tuoi diavoli custodi, quelli che ti fanno sentire più forte e protetto. È così che nasce il blues, no? A un certo punto scopri che c’è qualcuno che ha avuto problemi già prima di te. E quindi che non ha una concezione ludica della musica, ma una concezione esistenziale.

E questo lo esercitava soprattutto alla radio.
Vinicio: Sì, all’inizio con radio nazionali, poi locali, alla fine con la web radio. La radio come canale più che di intrattenimento. Mi viene in mente il ciclismo, che ha avuto un’epica perché non si potevano vedere le corse ed erano i cosiddetti suiveurs a creare il mito (gli “inseguitori”, i cronisti che seguivano la corsa dall’auto e la raccontavano alla radio, ndr), ne facevano una narrazione. Renato, da quel punto di vista, rappresentava un suiveur. È un modo che si riverbera in tutte le cose: le sigarette che fumi, il vino che bevi, il tipo di vita che conduci. Nel suo caso non aveva nulla di narcisistico. Era il modo di una persona molto curiosa, molto disponibile all’ascolto, a cui non importava il livello sociale dell’altro. È una postura che ritrovo in Pierpaolo, lo vedo stando in giro con lui: questa grande disponibilità a darsi, a parlare, a incontrare. E uno dei progetti a cui Renato teneva di più era questo Sotto il bosco di latte, già molti anni fa, intorno alla metà dei 2000.

E tu eri già tra gli interpreti che aveva pensato per l’allestimento.
Vinicio: Eravamo anche amici, oltre che per un periodo compagni di strada. Vivevamo insieme l’avventura della musica, dei concerti, quindi viaggiavamo insieme, dormivamo insieme. E magari, quando bruciavamo le lenzuola con le sigarette, le pagavamo insieme. Ma al di là dell’elemento biografico, quello che mi interessava, e che penso sia la ragione per cui questo spettacolo è nato, è che non è né Sotto il bosco di latte, né uno spettacolo su Dylan Thomas. È soprattutto un inno contro la mansuetudine. Il titolo, E Morte non avrà dominio, viene da una delle poesie più famose di Thomas, e c’è una canzone che comprende versi da quella e da un’altra, Do Not Go Gentle Into That Good Night, che aveva dedicato al padre. Insomma, il fil rouge è quello, nonostante tutto, di non arrivare mansueti alla fine.

Pierpaolo, invece tu hai conosciuto Striglia grazie a una lettera di Capossela.
Pierpaolo Capovilla: Sì, anche se non me l’ha scritta a mano, mi ha scritto una mail (ride, ndr). Ma all’inizio non lo conoscevo, e questa sua proposta è stata per me una sorpresa. Poi c’è stata anche una lunga telefonata. Mi ricordo che ero a casa mia a Venezia e c’era la mia compagna vicino a me, Elisabetta, che è una fan di Vinicio. Io non lo sono mai stato, perché ho frequentato territori musicali completamente diversi. Anche se devo dire che negli ultimi anni ascolto qualsiasi tipo di musica. Però resto un inguaribile rockettaro. Ma dopo quella telefonata mi sono veramente sorpreso. E parlandone con Elisabetta abbiamo convenuto che è una delle persone più intelligenti con cui abbia mai parlato in vita mia. Al di là della musica è un intellettuale puntuale e guardingo. Sono elementi che oggi non sono scontati. Oggigiorno non c’è niente di scontato.

E dopo Tutti bodyguard, la nuova versione di Bodyguard del ’96 che hai condiviso con Vinicio, è arrivata una proposta molto particolare che va ben oltre la musica.
Pierpaolo: Dal punto di vista professionale è un’esperienza formativa. È la prima volta in vita mia che faccio teatro. L’anno scorso ho fatto un film, Le città di pianura, ed era la prima volta. Quindi sono un neofita del cinema. Quest’anno mi capita anche l’opportunità del teatro, da neofita del teatro. Non ti dico l’ansia da prestazione che ho addosso, perché è una roba grande. Però adesso che stiamo provando sono sereno, vedo che sta funzionando tutto. Però è faticoso il teatro. Nel cinema uno può sbagliare e riprovare, è fatto di frammentazione, puoi rifare la stessa scena anche venti volte di fila con il digitale, mentre nel teatro devi impararti un intero copione. Ma questa vitalità fa bene, mi tiene in forma.

Per iniziare alla grande a teatro interpreti tre personaggi in uno: Renato Striglia, Dylan Thomas e Capitan Gatto.
Pierpaolo: Io in scena mi sento un fantasma. Forse sono anche un demone. Un demone che si annida un po’ in Capitan Gatto, un po’ nello stesso Renato Striglia, un po’ in Dylan Thomas. Anche se in Dylan Thomas direi molto meno, forse si annida proprio nello stesso Capovilla.

Secondo te perché Capossela ti ha scelto?
Pierpaolo: Perché ha visto Le città di pianura e gli sono piaciuto. E gli sono piaciuto perché in quel film interpreto una figura di perdente. Lui cercava quello: un beautiful loser, un rock’n’roll loser come lo fu Willy DeVille, come lo fu Shane MacGowan, che nel copione vengono citati, come lo fu Jeffrey Lee Pierce. Mi riconosco in questi artisti, perché nella loro devianza c’è la condizione esistenziale affinché possano esistere, possano manifestarsi con un certo tipo di musica. Se non bevi non la fai, se non ti droghi non la fai, se non ti piace la sregolatezza certa musica non la fai. Mi dispiace, ma non c’è niente da fare.

Vinicio: Questa unione nasce da Le città di pianura. Perché quel film che cos’è? È una storia di amicizia maschile. Che è anche, come dice Pierpaolo, un genere non tanto di moda, un po’ alla Cassavetes. Poi è stato naturale il modo in cui gli ho raccontato per lettera questa cosa, da lì c’è stata una tale quantità di coincidenze. Non solo coincidenze: risonanze.

Raccontacene qualcuna.
Vinicio: Renato se n’è andato solo con un gatto. Aveva un gattino nero che aveva chiamato Blues. Ecco, i luoghi dicono tante cose: una stanza vuota dove in qualche modo si è consumata, o almeno è l’ultima cosa che resta di un’esistenza in cui alla fine sono gli oggetti a parlare, o magari un gatto. Questo da un punto di vista umano. E quindi da qui, un po’ più per esteso, la riflessione: siamo quello che lasciamo. In fondo tutto quello che lasciamo non sono i testamenti ereditari, ma il seme di noi che in qualche modo è fiorito negli altri. Per esempio, uno ti ha fatto conoscere Dylan Thomas fiorisce in te la curiosità di approfondirlo. Questo è un modo di andare oltre alla morte. Credo che alla fine gli atti di gentilezza, gli atti di generosità, gli atti anche di bellezza, il passarsi a qualsiasi livello una virtù a cui si conduca la propria esistenza, siano delle cose preziose. Tutto questo spettacolo e queste canzoni sono un modo di dare valore a piccoli atti di gentilezza.

Pierpaolo Capovilla e Vinicio Capossela. Foto: Nicol Vizioli

Foto: Nicol Vizioli

Pierpaolo perché, nonostante una carriera musicale più che soddisfacente e incursioni fortunate nel cinema e ora a teatro, ti definisci un fallito assoluto?
Pierpaolo: Che cazzo me ne frega della mia carriera! Io mi sento fallito perché lo sono. Perché vado per i 60 anni, ho sempre avuto un impegno politico, con le mie canzoni che sono una manifestazione politica, ho lottato per le mie idee, per i miei valori, per ciò che mi sembra giusto, ma ora mi guardo intorno e cosa vedo? Vedo un fallimento complessivo della società umana, della comunità del mondo. E vedo un fallimento evidente nella comunità italiana, nel mio Paese, nel nostro consorzio umano. Gli operai votano fascista, ti rendi conto? Non hanno ancora capito niente, abbiamo veramente perso la lotta di classe.

Vinicio: Condivido completamente questa visione. E ha anche un senso rispetto allo spettacolo, perché Llareggub, il villaggio che Dylan Thomas si è inventato, è un gioco di parole: letto al contrario si legge bugger all, che è una parolaccia, un mandare tutti a quel paese. Quindi c’è già dentro qualcosa che non prende sul serio ciò che succede. La prima idea di questo racconto a più voci, che descrive semplicemente la vita di un villaggio che è un po’ l’infanzia del mondo, e che le persone sono come sono. È veramente un poema d’umanità, non c’è giudizio, non c’è malizia, ci sono soltanto la convivenza e l’accettazione. E questo, in un certo senso, costituisce un recinto d’umanità. Nella prima versione, Thomas aveva immaginato che proprio per questa caratteristica le forze della legge, della ragionevolezza, e quindi della violenza, della sopraffazione, del capitale, della morte, mandassero le guardie a recintare tutto il villaggio e lo dichiarassero collettivamente insano, perché non contagiasse il mondo dei sani con la sua insanità.

I recinti d’innocenza sembrano sempre più assediati.
Vinicio: È quello che dovrebbe essere anche il nostro. È bene indignarsi, facciamo bene a combattere, ma è altrettanto importante preservare in noi questo recinto, questo giardino di umanità e di innocenza, perché è quello che poi ci permette di stare al mondo. C’era un’immagine nell’Iliade, in quel grande poema, che mi ha sempre colpito: va bene fare la guerra, ma dentro la tenda si ripristinano le leggi dell’umano, degli affetti, dell’amore, del rispetto. Ecco questo, anche se lo troviamo deturpato nel mondo, è importante tenerlo vivo in noi e pulito. È anche il doppio registro dello spettacolo: un giardino su cui incombe l’assedio della storia, del male e del mondo. È uno dei percorsi narrativi che segue.

In un mondo dominato dall’immagine tornate al buio: il radiodramma, la voce e la musica in primo piano. È un modo di contrastare le troppe informazioni che ci arrivano ogni secondo sugli smartphone e non riusciamo a decodificare?
Vinicio: Il medium è interessante. A parte il fatto che ormai è qualcosa di affascinante di per sé, con questo palco pieno di pseudo-apparecchi che magari non funzionano, ma che evocano quella cosa lì. Ma poi intorno alle onde radio c’è davvero tantissimo simbolismo, tantissima evocazione: c’è anche chi tenta di parlare con persone che stanno in un’altra dimensione. Adesso, senza diventare spiritisti, è un mezzo molto evocativo e che viaggia, o può viaggiare, nel buio. Una delle prime definizioni che Dylan Thomas diede del suo lavoro è «an entertainment from the darkness», un intrattenimento dalle tenebre. Questa cosa che dal buio si crea il mondo, un po’ come nella narrazione biblica, secondo me è molto affascinante. Tanto che mi sarebbe piaciuto fare questo spettacolo completamente al buio.

E perché non lo avete fatto?
Vinicio: Abbiamo pensato a lungo a come mettere insieme la storia, le evocazioni di Dylan Thomas e l’amore per la radio. In futuro mi piacerebbe riuscire a farlo senza praticamente nessuno, soltanto facendo un lavoro di soundscaping. Per il momento questo in parte avviene, in parte invece è visibile, perché abbiamo addirittura reso visibile il cosiddetto bosco di latte: i personaggi vengono dalle canzoni e irrompono come da un mondo fiabesco. C’è questo doppio registro, si cerca di riequilibrare un po’ lo strapotere della vista.

Lancio a entrambi la stessa provocazione: perché non avete utilizzato l’AI?
Pierpaolo: Perché io sono refrattario al 100%. Per me l’intelligenza artificiale andrebbe applicata solo alla scienza e alle tecnologie pacifiche, non a quelle belliche. E naturalmente non alla musica. Ma dai, cosa facciamo, rinunciamo anche al nostro talento e alla nostra creatività? Vada a farsi fottere, l’intelligenza artificiale! Se ricordiamo il libro Arancia meccanica di Anthony Burgess, o il film di Stanley Kubrick, nel Milk Bar questi teppisti ascoltano musica artificiale. Un jukebox in cui mettono dentro un credito e se la inventa al momento. Vogliamo dire che aveva anticipato alla grande il presente? Direi che se cominciamo così con l’intelligenza artificiale abbiamo già intrapreso la strada sbagliata.

Vinicio: Non abbiamo usato nulla che riguardi l’intelligenza artificiale, non ne abbiamo sentito l’esigenza. Come in tutto il disco, che è un disco complesso e che uscirà dopo lo spettacolo in un’inversione della normalità, perché prima raccontiamo una storia e poi, a chi interesserà ancora, la ritroverà un po’ per sempre nelle canzoni. È come fare il prequel: la storia che c’è dietro. Ed è qualcosa che rompe la meccanicità disco-promozione. Qua non si promuove niente, facciamo un’accoglienza dei bocciati. C’è dell’empatia con tutti, in questo senso.

L’analogico è ancora il modo migliore per esprimere le sfumature dell’animo umano?
Vinicio: Ho iniziato cinque anni fa, dalla morte di Renato, a lavorare al radioracconto, a raccogliere le voci e poi, piano piano, a scrivere queste canzoni ispirate ai personaggi. Poi, a un certo punto, mi sono chiesto: ma non sono solo canzoni, c’è una storia che meriterebbe di essere raccontata. Anzi, più storie. E quindi ho cercato la formula meno scontata. Io non ho mai fatto niente del genere, quindi è una novità anche per me. Però in tutto questo, che è un lavoro grande e complesso, non mi sono mai avvalso dell’intelligenza artificiale, per la quale non ho un’avversione concettuale. Semplicemente al momento non ne ho voluto usufruire in nessuno stadio e a nessun livello di questo lavoro, che rimane completamente analogico. Perché questo è teatro fatto proprio di assi, di corde, di luci gestite da esseri umani. C’è l’umano al centro della questione, con tutte le sue questioni ancora aperte, oltre al lavorare insieme. In estrema sintesi: credo che il lavoro debba essere un’occasione sociale, un’occasione di arricchimento e non di alienazione, non può essere solo una scorciatoia per il profitto. L’AI per ora ci permette in qualche modo di saltare tutte le fasi che comportano il coinvolgimento e le relazioni, per questo trovo che sia rischiosa.

Intanto, fuori dal teatro, le Big Tech hanno più potere degli Stati.
Pierpaolo: Ricordo quando mi comprai il primo G3 della Mac con il collegamento a 56k: per me si apriva un mondo, era bellissimo. E ti dava anche speranza. Perché in un Paese dominato da un’informazione mistificata quasi al 100%, avere Internet e potersi avvalere di più fonti, se non di un’infinità di fonti, parve a tutti una straordinaria opportunità di democrazia. Poi sono passati due decenni e questa speranza di democrazia è stata sussunta dalle grandi corporation, quindi dal capitale, ed è stata trasformata nel suo esatto contrario. È una schiavitù. Nella rete, nel world wide web siamo pesci che ci cascano dentro a strascico.

Vinicio: Quando è iniziato questo lavoro, era un momento in cui sperimentavamo l’alienazione dell’immunità in contrapposizione alla comunità. Il periodo del Covid. Tutto è cominciato in quel lasso di tempo, in un mondo in cui eravamo tutti isolati. In quel crogiolo di umanità organica mi sembrò un rituffarmi in una materia umana. A maggior ragione ora che, pur fuori da quel tipo di isolamento, ce ne sono altri differenti. Naturalmente un lavoro del genere può essere naïf, però alla base di tutto c’è sempre questa domanda: quanto valore ha la nostra esperienza umana, la vita stessa, e anche la morte? Così il titolo fa riferimento a questo: dalla paura della morte, dalla gestione della paura della morte viene l’esercizio di ogni potere. Alla base c’è sempre quello. Quindi c’è qualcosa che va al di là delle tecnologie e dei nuovi assetti che il capitale mondiale si è dato: rimane comunque la questione dell’umano.

Pierpaolo: Ci rendiamo conto che neanche i faraoni erano così ricchi e potenti come le Big Tech? È un problema enorme per la democrazia. Infinite supply, la chiamano negli Stati Uniti: la ricchezza infinita. E se tu sei infinitamente ricco puoi corrompere chiunque, puoi fare quello che vuoi. E non solo: puoi influenzare i governi, puoi determinarne le politiche, letteralmente. Il denaro fa miracoli, ragazzi! A breve Musk, Zuckerberg, Bezos o simili non avranno più bisogno di politici: si candideranno loro stessi e si confronteranno sui loro patrimoni. Questo è un processo in corso. E pensiamo che stiamo andando verso gli eserciti privati. Questa è la via che ha preso l’umanità nell’attuale momento storico.

Pierpaolo Capovilla e Vinicio Capossela. Foto: Nicol Vizioli

Foto: Nicol Vizioli

Dylan Thomas in quest’epoca come ci può venire in aiuto?
Vinicio: Dylan Thomas non è mai stato un poeta politico, amava il mito. In questo senso mi ci sento piuttosto affine. Non era un militante, ma veniva da Swansea, che è stata rasa al suolo durante la Seconda guerra mondiale. E ci sono le pagine scritte da lui di Cerimonia dopo un’incursione aerea dove c’è un bambino di poche ore che invece di succhiare dal seno della madre può succhiare soltanto dalla fossa nera scavata da una bomba. È un’immagine in cui lui arriva a dirci che lì falliscono Adamo ed Eva. Ecco: a volte la poesia, al di là del proclama e della militanza, ci dice dell’umano. E può essere un’occasione di resistenza, di fortificazione della coscienza, e anche un modo di rompere l’isolamento.

Pierpaolo: Che bella scoperta Dylan Thomas, l’avevo letto da ragazzo senza capirci un’acca! Ho fatto un anno di Lingue e letterature straniere e seguivo i corsi d’inglese all’Università di Venezia, però il corso monografico era su Ezra Pound. Non conosco bene la poesia anglosassone, a parte Kerouac, Burroughs, Ferlinghetti. Ma Dylan Thomas è gigantesco, lo sto esperendo ora. Anche se rimango un amante incallito dei poeti russi, da Esenin e Majakovskij.

In tutto questo la grande assente è la politica?
Pierpaolo: Attualmente la politica è il contrario dell’aristocrazia, dove governano i migliori: questi sono i peggiori in assoluto, quindi si può definire cachistocrazia. Fanno politica non per vocazione, non perché abbiano delle idee. L’unica cosa che interessa a questi dinosauri, giovani o anziani, donne o uomini che siano, sono i posti di potere per se stessi, per i loro amici o per le loro famiglie. Non gli importa nient’altro. E poi hanno il coraggio di parlare di merito. Parlano di merito questi politici da strapazzo che sono dei farabutti, un mucchio di mascalzoni. Non c’entra l’antifascismo, c’entra proprio un discorso di competenza.

Vinicio: Nel 2018 ho fatto un disco che si chiamava Ballate per uomini e bestie, perché mi sembrava che andasse tutto verso quella direzione. Come in una recente vignetta di Altan, dove illustra come “remigriamo nell’alto Medioevo”. Poi nel 2023 ho scritto un altro disco che si chiama Tredici canzoni urgenti, perché la direzione è chiara, ed è verso il basso. Quindi non posso che essere d’accordo con Pierpaolo, che però in questo campo è molto più efficace. Aderisco completamente alla sua visione e a quella definizione: cachistocrazia.

Pierpaolo: Tutto ciò si riverbera anche nella cultura. Guardate il ministro che ha appena nominato il proprio stilista come consulente. L’unico merito che ha è di essere amico del ministro. Questa classe politica, oltre che inadeguata e insufficiente, è proprio cachistocratica. La stessa Meloni è diplomata, non ha competenze. Che dire di Salvini alle infrastrutture? Non ha neanche una laurea, ma alle infrastrutture vorrei come minimo un ingegnere. Berlusconi ha fatto danni incredibili, così come quel mostro politico che è il Partito Democratico. Se c’è qualcosa che mi fa inalberare è questo: il problema, nel nostro Paese, si chiama Partito Democratico. Perché se da una parte li conosci e sai come sono, dall’altra ti aspetteresti qualcosa di diverso. Invece il Partito Democratico è un’accozzaglia, un carrozzone di partito, qualcosa di davvero indecente.

I social, mezzi di comunicazione nati per unire, ora sembrano favorire le divisioni.
Pierpaolo: Sono stato attenzionato dai social di Salvini, quindi mi è arrivato l’algoritmo addosso. Migliaia di messaggi di insulti, calunnie e minacce. Una cosa penosa… Io voglio essere sincero: provo pietà per queste persone. Sono stato contattato da uno studio legale per denunciare quei commenti: «Guarda che puoi farci un sacco di soldi», mi hanno detto. Ma come posso fare i soldi sulla pelle di quelle persone? Non me ne frega niente. A me i soldi non dispiacciono, però me li faccio lavorando, non me li faccio querelando la gente. E poi io non amo così tanto il denaro. Ho vissuto una vita senza pensare ai soldi, e ho fatto bene.

Vinicio: A volte l’attivismo, la partecipazione politica, corre anche il rischio di restringere il mondo: si ribattono posizioni che hai più o meno già sentito e a cui puoi scegliere se aderire o non aderire, però raramente trovi una vera partecipazione personale. È più una tifoseria. E questo perché la semplificazione dei social, che è la base anche di discorsi importanti, alla fine al suo massimo diventa «stai con quello o stai con quell’altro», che è una cosa umiliante. Invece intellettuali come Pierpaolo hanno una profondità e una documentazione nell’argomentare le questioni che le rendono delle occasioni di apprendimento, non soltanto la ripetizione di una posizione. Al di là della posizione, che puoi condividere o non condividere, ci sono molti modi di farlo. E come lo fa lui non è soltanto una posa.

Pierpaolo mi sembra perfetto per aderire a questo «inno contro la mansuetudine».
Pierpaolo: Come si può essere mansueti rispetto a quello che accade? Adesso a Venezia hanno bloccato la moschea, come se non avessero il diritto, questi benedetti musulmani, di avere un posto dove pregare insieme. Che problema c’è se pregano insieme? È tutto abbastanza assurdo. Perché la lotta di classe non la puoi fare senza i nostri fratelli migranti. È impossibile! Sono riusciti a seminare zizzania e discordia, quando non odio e razzismo, all’interno della classe operaia del nostro Paese. Che sia chiaro: questi migranti sono la nostra classe operaia. Noi siamo un Paese in pieno inverno demografico, senza i nostri fratelli e sorelle africani le fabbriche qui chiudono dalla prima all’ultima. Vogliamo lasciarci nuovamente piegare dal potente di turno? Davvero vogliamo questo?

Vinicio: Quello che sta rendendo preziosi questi giorni è che non sono cose ripetute a memoria mentre passeggi per strada. La politica è come ti rapporti al mondo, alle persone, alle cose, in ogni gesto. Non è ripetere una lezione o un’idea, ma applicarla nel tuo rapporto continuativo con il mondo, non solo quando sali su un palco. In questo senso i giorni che stiamo passando insieme sono un grande arricchimento.

In un ambiente della musica, come della cultura in generale, sempre più standardizzato, voi sembrate ancora una variabile impazzita. Come diceva Pierpaolo, al di là del talento, serve anche una reale sregolatezza nella propria vita?
Pierpaolo: Serve il gettare alle ortiche la vita per amore! Io fumo tre pacchetti di sigarette al giorno, non ho mai smesso da quando avevo 15 anni. Smetto solo quattro mesi l’anno di bere alcolici, altrimenti non sarei vivo. Perché io sono un alcolista, un vero alcolista. Ci ho fatto anche il film, Le città di pianura, tanto che adesso me ne posso vantare. E stranamente godo di buona salute.

Vinicio: La verità è che con molta incoscienza abbiamo intrapreso un’avventura mossa dalla sincerità. Infatti la mia condizione è oscillante tra stupore e meraviglia: il teatro è un’arte, sono infinite le possibilità del teatro. Nel mio piccolo, anche solo il rapporto con la ghost light è significativo. È una lucina che quando a teatro si spegne tutto lei rimane, una sorta di lucina per i fantasmi. Ha quasi un suo valore animistico, quando la guardo mi accende stupore e meraviglia. Che però continuano a convivere con il terrore puro, in particolare quando mi viene in mente il fantasma di Fantozzi che parla della corazzata Potëmkin. È il mio arco di oscillazione in questa avventura.

Perché è così raro che oggi un artista rischi anche di sbagliare?
Pierpaolo: Perché hanno turistificato la musica. È diventata musica per turisti. Sono corsi e ricorsi storici: il fatto è che fino a un certo punto la stessa musica rock divenne un canone espressivo. Pensiamo al prog o al punk. Questo canone è andato scomparendo. Colpa dei discografici, questa è la loro responsabilità, che la riconoscano prima o poi. La musica comunque continua, c’è sempre. Non si fanno i soldi di Tony Effe, perché è cambiato il mezzo con i social e con il cellulare, ma anche se siamo divisi in tante piccole o grandi isole le cose buone possono ancora esistere.

Vinicio: Non a caso questa ballad opera diventerà un disco che contiene canzoni con delle novità musicali. Ci saranno brani quasi operistici che uniscono le voci per superare anche il fatto di cantare soltanto con la propria voce. Il Bosco di latte nasce da “play for voices” di Thomas, che Striglia aveva tradotto in “gioco per voci”, ma forse sarebbe più corretto definirla una “recita per voci”. Perché è un utile confondere la nostra voce con quella degli altri, in modo da tornare ad ascoltarci. Così facendo sono contento di essere uscito dalla mia piccola isola.