Capo Plaza e DrefGold sono molto affamati

Ci sono molte aspettative sui due ragazzi, anche perché i due pesi massimi della trap, Ghali e Sfera, li hanno scelti come nomi su cui investire per le loro label.
Capo Plaza e DrefGold. Foto di Martina Giovanna Bardot

Capo Plaza e DrefGold. Foto di Martina Giovanna Bardot


Ci sono grosse aspettative su Capo Plaza e Drefgold. L’attenzione sui due giovani trap boy cresce con il passare dei singoli. In più, i due pesi massimi della trap nostrana, Ghali e Sfera Ebbasta, hanno scelto rispettivamente uno e l’altro come investimenti di punta delle loro due etichette: Sto e BHMG.

Ma loro, veri nomi Luca d’Orso e Elia Specolizzi, classe ’98 e ’97, uno salernitano e l’altro bolognese, se la vivono senza pensieri. Non si sentono delle matricole, né tantomeno sentono di dover imparare qualcosa soltanto perché appena ventenni. La strada per il successo, quello vero, è ancora lunga e se la gente nutre delle grosse aspettative, loro ne nutrono di ancora più grandi. I ragazzi hanno fame.

Innanzitutto, a che punto siete con i vostri lavori?
Dref: Deve uscire l’album. Dobbiamo solo scegliere quando, se d’estate o a fine estate. Perché in quel periodo escono quasi tutti e non vorrei sovrappormi con altri artisti più grossi. Comunque uscirà un altro singolo che farà da presentazione del disco.

Capo: Noi invece siamo pronti. Manca pochissimo al disco, non ti posso dire quando ma tieniti pronto. Tra l’altro ci sarà anche mio cugino [indica Dref, ndr].

Dref: Sarà un disco di merda.

Capo: Un disco bruttissimo [scoppiano a ridere]. L’ho scritto fra Milano e Salerno in 7/8 mesi.

Entrambi siete stati presi sotto l’ala da un pezzo grosso della scena: Dref con Sfera Ebbasta e Capo con Ghali. Non sentite un po’ di responsabilità?
Capo: No, fra, io devo pensare semplicemente a fare musica. Un po’ ci penso a volte: sia io che Dref abbiamo ruoli importanti nella nuova scena. Però se ci pensi continuamente ti blocchi. Il trucco è mettersi a testa bassa a fare musica, senza pensare al resto. Alla gente questa cosa piace, sa che stai facendo qualcosa di buono e ti stai dando da fare. È bene tenere sempre a mente che sei sotto i riflettori e che hai delle responsabilità, ma se ti fai sopraffare da ‘ste cose sei finito. Non riesci più a fare nulla. Bloccato.

Dref: Sono riconoscente perché Sfera e Charlie Charles mi hanno contattato su Instagram, dandomi un po’ della loro fiducia e visibilità. Ma sia io che Capo facciamo musica da un po’, quindi prima o poi saremmo emersi comunque. Magari più lentamente, ma avrei comunque continuato a fare le mie cose. Ora che ricopro un certo ruolo nella scena sono soltanto stimolato a fare sempre meglio. Alla fine, se sono qui è perché la mia musica piace.

E coi fan invece? Parlo di responsabilità. Poi giuro che smetto con le domande da sbirro.
Dref: Eh lì invece ci penso già di più. Prendi Sciroppo però. Nel pezzo si parla di codeina ma, frate, se te la vuoi bere bevila tranquillamente. Cioè fallo con la testa, però è impossibile morire bevendo quella roba. E quando arrivano le stories di Instagram del ragazzino che fa il video al fratellino piccolo che canta “Sciroppo cade in basso come l’MD”, chissà che cazzo gli dirà la sua testa quando da grande capirà cosa significa. Uno spera sempre che la gente non faccia cazzate, io per esempio non mi drogo. In ogni caso, di certe cose vieni a conoscenza con o senza la mia musica. È pieno di rapper italiani e americani che hanno sempre parlato di queste cose.

Capo Plaza. Foto di Martina Giovanna Bardot

Capo Plaza. Foto di Martina Giovanna Bardot

Quanto sentite di ispirarvi ai rapper americani e quanto invece vi sentite originali?
Capo: Faccio semplicemente quello che mi sento. Non ascolto mai musica italiana, se non quella dei miei amici. Non penso però di avere un’impronta precisa. Faccio come cazzo mi pare, nel nuovo disco per esempio ci saranno pezzi reggaeton, per farti capire. Se mi piace un suono e la melodia sopra, può essere anche che il pezzo non dica nulla ma,se funziona, ben venga. Non sto a pensare se ho copiato questo o quello. Prendi spunti, idee, ma non copi. Puoi prendere il mood del pezzo.

Dref: Una cosa molto figa di questo genere è che a volte non devi manco mettere le doppie, quindi la traccia si compone di principale e sporche. È inevitabile che a volte si trovino analogie, in fondo è proprio il genere che è così. È la trap. Usiamo tutti lo slang. Quanto all’aspetto estetico, anche lì è facile che io veda la scarpa addosso al rapper americano e la vada a comprare. Succede davvero poche volte che sia un francese o un italiano a lanciare il trend. Lì, l’influenza d’Oltreoceano è il 50%.

Capo: Secondo me sull’estetica è molto più del 50%. È un’influenza totale sui rapper, ovunque.

Dref: Tornando alla musica, a me piacerebbe a volte fare una traccia in un certo modo. Vado dal produttore dicendogli: “Oh, senti che bomba. Questa la voglio cantare serena, tranquilla” E poi prima che tu te ne accorga stai urlando come un ossesso. Va tutto a istinto, non lo puoi controllare. Una volta poi, coi mixtape, riuscivi a capire cosa ascoltava il tuo rapper preferito perché per esempio sentivi Guè che rappava su un beat di Cam’ron. Oggi invece è tutta roba prodotta.

E vogliamo sfatare il cliché del rapper con un passato losco?
Capo: Penso che ogni rapper abbia la sua storia. Non significa però che se sei un bravo ragazzo di famiglia benestante non puoi fare il rap oppure ti devi vergognare del tuo passato. Forse se vieni da determinate situazioni vivi la tua musica diversamente. Cambia molto la visione del mondo a seconda se ti svegli in una villa oppure in una cameretta quattro metri per quattro.

Dref: È proprio il passato losco che fa la differenza. Se fai una vita troppo del cazzo, da povero, c’è il rischio di finire in quelle cooperative pomeridiane dove ci si incontra e si fa musica un po’ a caso. Insieme a gente a cui non frega davvero un cazzo di fare musica. Mio padre è muratore e mia madre infermiera, quindi lei uno stipendio lo portava a casa, lui a volte no. Le mie cazzate le ho fatte, la vita da balordo. Se non mi fossi messo a rischio, le mie canzoni sarebbero semplicemente diverse. Non dico che sarebbero migliori o peggiori, semplicemente diverse. Un po’ di losco ci vuole. Anche perché, se stai a scuola tutto il giorno, poi vai a giocare a calcetto e poi a casa, chissà poi che palle di canzoni scrivi.

Capo: Il succo della questione è: se vieni da un letto comodo, certe cose ti vengono semplici ma ad altre proprio non ci arrivi. Un letto più scomodo forse a volte ti aiuta di più, paradossalmente. Anche perché non lo fai solo per te ma anche per chi è con te, chi viene dalla tua stessa situazione.

DrefGold. Foto di Martina Giovanna Bardot

DrefGold. Foto di Martina Giovanna Bardot

C’è qualcosa della trap che invece non vi piace?
Capo: I rapper.

A me per esempio non piace molto che ci si vanti delle vendite di un disco all’interno di una canzone.
Capo: Una cosa che odio è forse il farsi vedere troppo. Anche a me non piace questa cosa del vantarsi dei dischi.

Drefgold: Però stiamo sempre parlando di un genere che nasce in zone davvero disagiate in America. Tutti quei neri stanno vivendo la rivalsa, è normale che si prendano le loro soddisfazioni.

Vero, mi riferivo forse un po’ di più ai rapper italiani.
Capo: Anche io mi riferivo più all’Italia.

Dref: Noi in Italia non è che dobbiamo far vedere che a 20 anni riusciamo a comprarci la casa coi soldi della musica. Non è credibile. Però qualche soddisfazione me la voglio prendere, se permetti. Io fino a qualche anno fa credevo che un disco d’oro lo potesse fare solo De Andrè, non mi crocifiggete se me la meno un po’ sui dischi d’oro anche io.

Capo: Non va bene solo l’ostentazione eccessiva secondo me.

Dref: Però un post su Instagram dove ci vantiamo delle certificazioni di un disco l’abbiamo fatto tutti, sia io che te.

Capo: Ma non parlo delle certificazioni, quelle ci possono anche stare. Però, frà, non si può fare un post per ogni scarpa, occhiale, felpa di marca che ti compri o ti regalano. Io evito. Apprezzo quello che fanno per noi i brand come Nike, però mantengo la mia integrità.

Dref: Sono d’accordo. Anche io cerco di mantenere clean le mie storie, ma sai quanto però ho faticato per permettermi quella roba. Ora che posso permetterlo lo faccio. Ho passato anni davanti a una vetrina di Gucci a sbavare. E quelle volte in cui avevo i soldi per comprare, entravo e mi guardavano storto. Quasi non riuscivo a guardare negli occhi il commesso. Io sono ancora un novello di queste cose. Magari fra anni mi sembrerà la normalità, ora no.

Capo: Però all’occhio: la gente in Italia non è come in America. Se posti un video dove te la meni che sei da Gucci finisci soltanto per stare sulle palle, perché magari ti stai spendendo i soldi dei tuoi. La gente qui vuole vedere che sei uno come loro, uno che ce l’ha fatta. Ti vogliono vedere al bar.

Come mai secondo voi certa gente come Sfera si attrae addosso così tanti hater?
Capo: Perché quando arriva qualcuno che spacca il culo la gente non ci arriva mai subito. Sfera è stata la rivoluzione. Prima di lui la trap era un deserto in Italia. Quindi non capisco chi critica, sono solo ignoranti. E non venitemi a dire che è un fatto generazionale, perché io riesco tranquillamente ad apprezzare la musica della gente che aveva la nostra età 20 anni fa. Che cazzo ne sanno della trap?

Dref: C’è poi il fatto che questa musica è molto elettronica 2.0. Digitale. Quindi, questa cosa può infastidire molte generazioni più vecchie.

Forse è proprio la sua cazzimma che fa discutere. Si può essere rapper senza cazzimma?
Capo: Ma ovvio che no.

Dref: Beh, sì dai.

Capo: Invece no. Per fare il rapper devi avere la fame che ti scende dagli occhi.

Dref: Io invece sono preso bene quando rappo. Tutte le mie canzoni lo sono: Kanaglia, Occupato, eccetera.

Capo: Ma la cazzimma, frà, non significa essere cattivo e incazzato. Come posso dire? Vuol dire avere sempre fame, essere sul pezzo. Essere figl ‘e bucchin.