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Caparezza e la sua Guantanamo mentale

Sul lettino dello psicologo assieme a Caparezza, che torna con “Prisoner 709”. Ma sta già pensando a come evadere

Siamo un cantante e un giornalista. Ma quanto c’è della tua professione, e quanto di te come uomo, nelle tue domande? E quanto nelle mie risposte? È la prigionia dei ruoli, e non c’è modo di uscirne».

La porta si è appena richiusa alle mie spalle, e già vorrei scappare. Fin dal primo ascolto avevo avuto la sensazione che il nuovo disco di Caparezza fosse una lunga seduta dallo psicologo in musica, ma non potevo immaginare che anche la nostra intervista sarebbe subito precipitata nell’autoanalisi. E, cosa ben peggiore, non è per nulla chiaro se sul lettino si sia accomodato Michele Salvemini, oppure io.

«Di solito, dopo l’uscita di un disco, vivo settimane agitate. Per la prima volta sono sereno», dice. Sarà… «O meglio, diciamo una serena inquietudine. Sono reduce da un periodo non proprio felice, ho affrontato i miei dubbi e le mie insicurezze, e mi piace l’idea che fra qualche tempo potrò riascoltarlo e dire: “Guarda, allora stavo messo così”». Registrato a Los Angeles con Chris Lord-Alge, Prisoner 709 è un album «onesto». Già Museica, del 2014, aveva segnato l’abbandono di Caparezza alla critica sociale. Allora aveva scelto di raccontare l’evasione attraverso l’arte e il fantastico, ora è tempo di guardarsi dentro. «E alla fine è venuta fuori la parte peggiore di me».

Il nuovo doloroso inizio ha una data: 27 giugno 2015. Il suo tour faceva tappa a Parabiago, nel milanese, e durante il soundcheck il musicista avvertiva un fastidioso fischio all’orecchio. «Dopo una settimana era ancora lì, e ho capito che non mi avrebbe più abbandonato».
Aveva contratto l’acufene, un disturbo uditivo da cui non si guarisce. Anni di volumi alle stelle non hanno aiutato. «È come un Larsen che ti trapana l’orecchio senza sosta, anche adesso che parlo con te lo sento. Adotto la tecnica della distrazione, come chi dorme accanto alla stazione». Suonare in giro era diventato un calvario: ogni rumore lo faceva impazzire, il fonico ha dovuto fare i salti mortali per evitare le frequenze più moleste, e permettere allo show di andare avanti. «Ricordo una sera in albergo a Rimini: la sensazione di soffocamento, il mio corpo come una Guantanamo in cui ero bombardato dagli stessi ossessionanti suoni».

Terminato l’ultimo live, Caparezza si è trincerato in se stesso per mesi. Senza suonare, senza comporre. «Poi Daniele Silvestri mi ha chiesto un featuring per La guerra del sale. Mi ha convinto dicendo solo: “Divertiamoci”».

Poco dopo iniziava a concepire Prisoner 709, un album scritto «quasi in ordine cronologico». La prima canzone, Prosopagnosia, denuncia senza giri di parole il malessere che cova dentro. «Il termine indica il deficit che impedisce di riconoscere i volti delle altre persone. A me capita con il mio».
Come sempre, i dischi di Caparezza sono infarciti di citazioni, simbologie e riferimenti. Fondamentale quello all’opera di Oliver Sacks, neurologo e autore del libro Risvegli.

«Mi succede sempre così: quando inizio ad andare in fissa con una cosa, tutto va in quella direzione. In aereo ho letto L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, il suo saggio sulle lesioni all’encefalo, ed è stato una rivelazione. Era un periodo in cui mi facevo un sacco di domande: quale fosse il mio posto, se fossi davvero destinato a fare musica, cose così».
A quel punto nei suoi timpani iniziò a «infuriare l’acufene». «Mentre studiava la prosopagnosia, Sacks iniziò a soffrirne. Io avevo parlato di un fischio nelle orecchie nell’ultimo pezzo di Museica, ed eccolo ronzare. Mi viene il dubbio di essermela tirata».
A soffiare sul fuoco dei suoi dilemmi fu la scoperta dell’esperimento del 1971 di Philip Zimbardo, professore della Stanford University. Lo psicologo ricreò un carcere all’interno dell’ateneo e lo popolò di studenti, divisi tra detenuti e guardie. L’immedesimazione dei ragazzi nella loro nuova condizione fu impressionante. Dopo poche ore i secondini erano già dei sadici aguzzini, mentre i carcerati erano annichiliti. Uno di loro, il numero 819, ebbe un crollo emotivo, stigmatizzato dai colleghi. Nell’album di Caparezza è diventato il prigioniero 709, dove lo “zero” sta a indicare la libertà di scelta. “7” e “9”, rispettivamente Michele oppure il suo alter ego sul palco. «Forse anche io mi ritrovavo dentro a un ruolo, da cui non ero più capace di sganciarmi?», si chiede. E mi chiede.

Le 16 tracce danno corpo e coerenza a un moderno concept album, «ma preferisco album a tema». Un’autoanalisi che dalla comminazione della pena passa per l’ora d’aria, rappresentata dalle speranze di Ti fa stare bene, il vero singolo del disco. «È il momento di respirare, quello in cui rifletto su tutte le cose che mi fanno penare. Alla fine decido di ascoltare i bambini, che sono incapaci di essere infelici». Prisoner 709 è un disco cupo, quasi noise (nonostante l’acufene), tutt’altro che immediato: non esattamente gli ingredienti che decretano il successo di un album.
«Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare. In 17 anni di carriera ho attraversato vari periodi, dalla provocazione all’impegno sociale. Ci sono cose che a una certa età hanno un senso e altre no, grazie al cazzo che a 43 anni sono Fuori dal tunnel».

Il filo rosso che tiene assieme le differenti fasi è la multiforme psiche dell’artista. «Sono uno che si mette sempre in discussione, ho poche certezze e infiniti dubbi. Mi tengono sempre coi piedi per terra, talvolta anche sotto. Sono estremamente diffidente, diffido persino della diffidenza stessa». Non a caso tra i bersagli di Prisoner 709 ci sono «quelli che cercano sempre una verità nascosta».

«Anche io in passato ho ceduto al complottismo, perché essere vittime del sistema fa figo. La gente dice: “Sicuramente esiste un vaccino contro il cancro”. Ma cosa ne sai tu? Ormai le opinioni, anche le più stupide, sono diventate dei fatti. E io non lo sopporto».
Ma che fine ha fatto il Caparezza di Legalize the Premier oppure di Non siete Stato voi? Vivisezionato anche lui dalla furia dell’autocoscienza? «Mi fa ribrezzo dirlo, ma sono un disilluso della politica. Ormai parla solo due linguaggi: il politichese e il rozzismo. Salvo solo ciò che va in direzione dell’integrazione. Riace, per esempio, dove la comunità ha evitato lo spopolamento grazie ai richiedenti asilo. Un giorno il sindaco, parlando di un piccolo scampato alle bombe che avevano ucciso i suoi genitori, disse: “Questo bambino in una notte è diventato uomo, ma sarà sempre giudicato da uomini che rimangono bambini”. In questa frase c’è il dramma dei nostri giorni».

Sono tre le collaborazioni che impreziosiscono Prisoner 709: Max Gazzè, John De Leo e DMC, ovvero Darryl McDaniels, pioniere dell’hip hop newyorkese che duetta con lui in Forever Jung. «Ho scoperto i Run-DMC su un canale di Molfetta, che mandava in onda, non si sa bene come né perché, i video musicali. Erano in tuta, me ne innamorai». Nel pezzo si avanza l’ipotesi che il rap sia una prosecuzione della psicoanalisi. «Aiuta a tirare fuori se stessi, senza un filo logico e senza eccessivo controllo. La poesia diventa rap quando si accetta il fatto che la musica possa guarire: gli MC ripetono sempre che le rime hanno salvato loro la vita, sbandierano cose che dal vivo non direbbero mai».

La successiva domanda, sulla trap e i suoi giovani interpreti, non lo coglie impreparato. «Adam Horovitz dei Beastie Boys a un analogo quesito rispose: “Quella musica non vuole che mi piaccia”». Freud torna utile ancora una volta. «Quei ragazzi vogliono uccidere il padre, è sempre successo. Dopo il prog e l’ipertecnica c’è stato il punk, dopo le rime all’eccesso di Eminem arrivano loro e tolgono. Ogni generazione cerca la sua identità, e io quando avevo 18 anni odiavo essere giudicato dai vecchi, per cui non lo farò con loro».

Il suo, di padre, che già in passato aveva definito eroe per un’ordinaria vita di lavoro in fabbrica, rappresenta la speranza di una fuga. «Ho sempre pensato che ci sarebbe stato tempo in futuro per fare le cose che fanno tutti. Ho perso parti di vita, e la mia inquietudine sta anche nella mancanza di normalità».
La penultima traccia del disco canta l’evasione, e anticipa il percorso di redenzione che sarà il prossimo capitolo della sua storia musicale. «In Prisoner 709 si spiega che il disagio deriva dalla mancata accettazione di sé. L’acufene ha sballato i miei valori, ho capito che non c’è nulla che valga il tempo dato a chi ti vuole bene. Forse così troverò il modo di uscire dalla cella». Per tornare su un palco? È questa la domanda con cui mi congedo. «Di certo non potrò fare tanti live, sto pensando a un tour diverso. Non sono più nelle condizioni di dire che farò il cantante per tutta la vita. Ho superato anche questa fase, non ne ho paura. Va bene così».

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