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La caccia alle streghe di :absent

Il musicista toscano ha appena firmato il suo terzo disco elettronico: un concentrato di pulsazioni vive e oscurità in stile Burial

Ettore Bianconi aka :absent. Crediti: Manolo Murillo

Ettore Bianconi aka :absent. Crediti: Manolo Murillo

L’alter ego di Ettore Bianconi (fratello del Bianconi dei Baustelle nonché tastierista nei live della band), :absent, ha toccato quota tre album. Ma è come se Tetra, opera elettronica dai toni scuri e ispirata apertamente alle streghe, fosse il primo, vero manifesto di ciò che il musicista toscano ha da dire e suonare dal vivo.

Tetra come quattro o come tetro?
Un po’ entrambe le cose. Prima di tutto sono per i titoli corti e poi mi piaceva il doppio significato. Il disco parla più o meno segretamente di streghe, argomento che mi è sempre piaciuto fin da piccolo. La strega mi appassiona molto sia come figura mitologica che come personaggio degli horror. È un po’ facile a dirsi, ma l’immagine che cerco sia nel disco che coi visual nel live è Suspiria di Dario Argento. Ho avuto la fortuna di andare alla presentazione di Profondo Rosso che di recente è stato restaurato. Lì, a proposito di Suspiria, Dario Argento ha raccontato che i colori sparatissimi del film sono il risultato di una rimanenza di magazzino di vecchie pellicole. Il problema era che ce n’erano poche, quindi ha girato pochissimo. Praticamente, quello che ha girato è stato montato senza fare tagli, non potendo sprecare pellicola.

Quindi doveva avere già in testa il film alla perfezione.
Che poi è quello che ho cercato di fare io in modo più moderno: cercare di limitare al massimo il computer. Come oggetto ti dà migliaia di possibilità, preset e suoni, ma alla fine è dispersivo. Viene fuori qualcosa di già sentito, qualcosa di radiofonico, la fine della creatività in un periodo dove già non si vendono dischi. Tanto vale fare quello che ti piace e farlo con passione. Perciò sono andato alla ricerca di synth analogici con molti meno suoni e possibilità, ma con un suono caldo, unico. Se ti concentri bene su qualcosa che ha poche possibilità di scelta, sei più determinato a tirare fuori il meglio.

Di dischi ne hai già fatti altri due, come definiresti questo terzo?
Il più prezioso, quello a cui sono più affezionato. Il primo disco era un’arruffaglia di cose sparse che ho fatto fra i 20 e i 28 anni. L’altro è stato un disco che abbiamo fatto dopo le presentazioni del libro di Francesca, deriva da sonorizzazioni che avevamo fatto per la presentazione. Tetra è qualcosa di completamente mio, con un suono ben preciso e con dentro le persone a cui voglio bene. E poi c’è anche il significato del 4.


Quale significato?
Non te lo posso dire per scaramanzia. Se divento famoso te lo scrivo.

Ha sempre a che fare con le streghe?
Sì e no. Questa cosa delle streghe poi va oltre la mia persona. Ad esempio, quando ho contattato chi doveva scrivere i testi, ho soltanto dato come istruzione il fatto che l’album dovesse essere sulle streghe. Ognuno quindi ha tirato fuori del suo: To The Sea ha una visione molto classica della strega, con questa donna che sacrifica i suoi figli al mare, Marvellous Thing è la storia di uno che si ricorda di una strega che ha Parigi gli ha fatto perdere la testa.

Anche i Radiohead di recente si sono serviti delle streghe ma come metafora dei migranti e dell’accoglienza nei loro confronti.
E infatti quando ho visto il primo singolo ho pensato: “Mannaggia a te, Thom Yorke!”

Vabbè, significa che sei sul pezzo, dai!
No, infatti. Non è che l’ha fatto Pupo, quindi un po’ mi sento sollevato. Però checcazzo…

Tu sei anche sound designer, giusto?
Io sì, perché, ahimé, oggigiorno per fare il musicista bisogna scendere a patti. La mia donna lavora nella moda, perciò realizzo materiale audio/video per le case di moda. Ci sta perché ti mette nell’ottica di dover lavorare, di rimanere con i piedi per terra. Poi mi capitano anche cose belle e interessanti, come la sonorizzazione della fontana medievale che sto facendo a Poggibonsi, una specie di fonte della vita.

Nel live ho percepito tanta oscurità, cosa che mi è piaciuta. Aveva un non so che di Burial…
Ma infatti Burial è uno dei miei artisti preferiti. Non diresti mai che il mio gruppo preferito sono gli R.E.M. Altra gente che ha sentito il disco ci ha sentito un po’ di Depeche Mode, un po’ di Cure, Chemical Brothers, Radiohead (mannaggia a loro). L’ultimo disco di Oneohtrix Point Never mi sta piacendo tantissimo, così come il ritorno dei Portishead. Comunque il dubstep di Burial mi ha influenzato sin dall’inizio. A Firenze nei primi Duemila c’era questo DJ illuminato, Simone Fabbroni, che fino a pochi anni prima era stato a Londra e portava nel suo localino portava Skream, Benga e tutta questa gente. Posto minuscolo, 5 euro l’ingresso.

Che mi dici dell’artwork con il bambino?
L’artwork è opera di un fotografo, si chiama Jacopo Emiliani, a cui ho lasciato carta bianca proprio come ho fatto con chi scrive i testi. Man mano che finivo le tracce, gliele mandavo per suscitare ispirazione. Quando mi ha mandato finalmente il primo materiale ho accettato al volo. I bambini in foto sono i suoi nipoti, che sono stati bravissimi e anche molto espressivi.

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