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Buongiorno, Presidente Carter

La nostra intervista del 2005 all’uomo che vale di più nell’hip hop: Jay Z. Tratto dal nostro speciale sul rap in edicola

Crediti: Albert Watson

Crediti: Albert Watson

Questa mattina il presidente Carter si è alzato alle 8, ha guardato SportsCenter, si è allenato nella palestra della sua casa del New Jersey con un personal trainer, poi è salito sulla sua Mercedes Maybach e ha chiesto all’autista Romeo di portarlo oltre il George Washington Bridge fino alla sede della Universal Records all’angolo tra Eight Avenue e 50th Street a Manhattan. Shawn Carter, meglio conosciuto con il nome di Jay-Z, è il presidente della Def Jam Records dal 3 gennaio del 2005. «Il giorno dopo essere tornato dalle vacanze ero qui, puntuale alle dieci», dice orgoglioso. Il suo ufficio è al 29esimo piano e di solito lui arriva tra le 10 e le 11, ma oggi è arrivato alle 12.20, con il BlackBerry attaccato all’orecchio e una catena di diamanti con la scritta “Roc-A-Fella” al collo, una polo del suo marchio Rocawear ispirata alle squadre di calcio europee, pantaloni baggy e Reebok S. Carter bianche. Il tutto lo fa sembrare una decina d’anni più giovane dei sui 35 anni.

Jay si infila dritto in una riunione convocata d’urgenza. Il nuovo pezzo di Young Jeezy, il rapper più caldo dell’anno e primo successo di Jay-Z come discografico, è sfuggito all’embargo e l’uomo del reparto A&R dell’etichetta è preoccupato. Jay però non la considera un’emergenza. Non è uno che va facilmente nel panico. Nella vita come nei suoi dischi Jay-Z è sempre tranquillo e in controllo della situazione. Usa sempre lo stesso tono autorevole, sia che stia parlando di sesso che di lotta per la sopravvivenza, di ricchezza o di vendetta. «È uno che riesce a semplificare le cose», dice suo cugino Be-Hi, che è cresciuto con lui nel complesso di case popolari Marcy Houses a Brooklyn. «La gente spesso si crea problemi che non esistono: ecco, lui è uno che ti spiega il modo più facile per risolverli».

Durante la riunione Jay spiega che il pezzo è stato pensato appositamente per i club e non per le radio, quindi non lo passeranno mai: «Stai sereno», dice all’uomo di A&R, «comportati da Joe Torre, nigga (Joe Torre, ex giocatore e allenatore della squadra di baseball dei New York Mets, ndr)». Il che vuol dire: diventa un manager serio e impara a gestire la situazione, nigga. Sono vent’anni che Jay-Z gestisce le situazioni alla grande.

Negli anni ’80, al tempo dell’epidemia di crack, Shawn Carter era un giovane trafficante che si guadagnava da vivere vendendo crack e altre droghe. A 20 anni lascia la strada e comincia a usare le sue innate capacità imprenditoriali per entrare nel mondo dell’hip hop.
Nessuna etichetta vuole scritturarlo, e lui fonda la Roc-A-Fella con cui pubblica il suo album d’esordio. Quando cominciano a girare i soldi e i rapper iniziano a diversificare le loro attività firmando linee di abbigliamento, recitando nei film o producendo bottiglie di acqua minerale, Jay-Z diventa l’imprenditore di maggior successo della scena hip hop. «Tutti i ragazzi neri lo vedono come un esempio da seguire», dice Kanye West.

Il 4 dicembre Jay compie 36 anni, e non sa neanche cosa voglia dire attraversare una crisi di mezza età. Vale oltre 320 milioni di dollari ed è il presidente dell’etichetta più importante nella storia dell’hip hop.

«Avere Jay con noi vuol dire portare avanti l’eredità della Def Jam», dice Antonio “L.A.” Reid, presidente di Island Def Jam Music Group. «Se sei un rapper 16enne di Brooklyn o Atlanta o Houston e sai che c’è Jay-Z che sta portando avanti la tradizione dell’hip hop, sicuramente la Def Jam diventerà la tua prima scelta».
L’accordo con la Universal gli frutta tra gli 8 e i 10 milioni di dollari all’anno. È anche presidente e azionista della Roc-A-Fella Records, orgoglioso titolare di una quota della squadra di basket dei Brooklyn Nets («Non sono mai stato così felice di staccare un assegno», dice) e proprietario di due appartamenti multimilionari a Manhattan: un loft di 900 metri quadrati a Tribeca da 7,5 milioni e un attico al Time Warner Center vicino a Central Park che vale più di 10 milioni, da cui si vede l’attico della sua fidanzata Beyoncé. Oltre a tutto questo, ogni tanto fa anche il rapper. «La mia vita è una follia», dice come se fosse quasi in soggezione verso se stesso, «sono il membro più giovane e l’unico nero nel consiglio di amministrazione dei Nets, sono il fottuto presidente della Def Jam, ma cosa vuol dire tutto questo?». Diventa filosofico: «Cerco di stare alla larga da questa follia. Resto fuori, non mi faccio trascinare dentro più di tanto, perché so che non si fermerà e diventerà ancora più folle».

Innanzitutto non dimentica chi era prima, e le sue vecchie abitudini. Per esempio, cosa tipica dei multimilionari, non ha contanti nel portafoglio. Oggi c’è un unico solitario biglietto da un dollaro. Ma in un’altra tasca, come un vero trafficante di strada, ha un rotolone di banconote alto almeno cinque centimetri: «Non mi sento a posto senza», dice.
Nel suo ufficio, oltre a una gran vista sul fiume Hudson, ci sono un divano color cioccolato, un enorme televisore con due casse gigantesche e, di fianco alla scrivania, un monitor per controllare le mail. Sparsi in giro, ci sono anche mazzi di rose rosa, gigli bianchi e un’orchidea viola. Alla parete, una foto di Jay che ride con il Principe Carlo durante un evento elegante a Londra e, sulla scrivania, una di lui con Mariah Carey, una delle artiste della Def Jam. In un angolo del pavimento c’è il segnale stradale di “Marcy Ave.”, un ricordo dei tempi di Marcy Houses. E al centro della scrivania c’è il Grammy come “Best Rap Solo Performance” che ha vinto nel 2003 per 99 Problems. È arrivato qualche giorno fa, e Jay ha deciso di tenerlo sulla scrivania per un po’ prima di portarlo a casa. È il quarto che ha vinto. Beyoncé ne ha otto. Mi racconta che lei lo prende sempre in giro perché ne ha molti meno.
La porta del suo ufficio è sempre aperta. I dipendenti entrano ed escono, si siedono sul divano, fanno due tiri con un pallone che è sempre lì, a volte vengono perché devono parlare con lui e a volte no, come se fosse la stanza del tipo più simpatico nel dormitorio del campus. Jay risponde alle email, guarda le classifiche dei passaggi radiofonici e delle vendite degli album, incontra avvocati e manager e parla con gli artisti. Il suo stile è un insieme di esperienza di strada old-school e tecniche motivazionali New Age. Ha anche creato degli aforismi come: «Non voglio essere il capo, voglio solo dare una mano a far sì che le cose avvengano. Se vincono loro, vinco anche io». Un giorno ha visto un documentario su Bruce Lee: «Quello in cui dice la sua celebre frase: “Diventate acqua”. Voglio scriverlo a tutti: diventate acqua. Se versate l’acqua in una tazza prenderà la forma della tazza. Siate fluidi, trattate ogni progetto in modo diverso, lo stile migliore è non avere nessuno stile, perché gli stili possono essere capiti e anticipati».

Lo scorso ottobre Jay ha battuto la concorrenza di cinque etichette discografiche e ha scritturato i Roots, che avevano appena risolto il loro contratto con la Geffen, che fa parte del gruppo Interscope: «La prima cosa che ci ha chiesto è di fare un album che venisse acclamato dalla critica», racconta il batterista della band Ahmir ?uestlove Thompson, «era la sua unica priorità. Io gli parlavo dei singoli e lui mi rispondeva: “Togliteli dalla testa”».
Jay gira per il 29esimo piano e scherza e fa battute con tutti. «I dipendenti hanno dovuto farci l’abitudine», racconta un amico: «La loro prima reazione entrando in ufficio era: “Oh mio Dio, quello è Jay-Z!”, e lui rispondeva: “Sì, beh, sono qui per lavorare”».

In questo momento sta guardando sul laptop il videoclip di Gold Digger di Kanye West. Alla fine c’è una scena in cui una donna tiene in mano un grosso pugnale. MTV non passa videoclip in cui vengono mostrate armi, ma nessuno è riuscito a convincere Kanye a tagliare quella scena. La sua risposta è stata: “Shakira ha un coltello nel video di La Tortura, quindi perché io no?”.
Shakira però è in cucina e il coltello serve per tagliare le cipolle. Jay adesso deve trovare il modo per far ragionare uno dei suoi artisti più testardi e più di successo (alla fine West accetta di oscurare il coltello con delle scintille di luce). L’addetta alla promozione video, che lavorava con Jay quando ancora pubblicava dischi, lo prende in giro per questa situazione scomoda: «Questo è il tipo di problemi che davi tu a me. E io ti rispondevo: “Non vedo l’ora di vederti dall’altra parte della barricata”».

La prossima estate Jay svelerà un nuovo prodotto da lanciare sul mercato: un colore chiamato “Jay-Z Blu”. «Diverse multinazionali sono interessate a collaborare con lui», spiega Steve Stoute, capo della Translation Consultation and Brand Imaging che lo sta aiutando a sviluppare il progetto: «Automobili, laptop, tante cose diverse. Ho una lista di proposte commerciali da non credere. I consumatori sanno che lui non dice mai cazzate. Se dice che una cosa è cool, è in grado di cambiare il mercato da solo».
Jay-Z è comparso sulla scena hip-hop nel 1996 portandosi dietro una storia perfetta: da spacciatore di Brooklyn che non è mai finito in galera qual era, è uscito dal giro e si è ritrovato con un sacco di soldi a disposizione. Non c’era bisogno di esagerare nulla. Soprattutto, è uno che si porta dietro dalla strada un talento enorme: «È stato in grado di guadagnarsi il rispetto dei puristi hip hop». La prima ragione è il suo flow particolare, e il modo in cui le parole seguono e determinano allo stesso tempo il ritmo delle canzoni: «Cerco di trasformarmi in uno strumento musicale in più all’interno delle canzoni», dice Jay. Come sempre il suo modo di spiegare rende semplici anche le cose più complicate. Il flow nasce anche dal suo approccio particolare alla stesura delle rime: Jay non scrive mai nulla. In strada non aveva carta e penna, e quindi ha imparato a memorizzare le rime. Ha sviluppato la capacità di ricordare fino a sei canzoni dall’inizio alla fine. Quando è in studio, ascolta la base musicale dieci o venti volte mormorando tra sé, poi entra in sala microfoni e spara fuori tutto d’un fiato una sequenza complessa e intricata di rime.

Il fatto di non scrivere niente, mi spiega, gli permette di avere un rapporto più vero con la musica. Quando registra non sta mettendo in musica delle parole, sta aggiungendo la sua voce a un tappeto di suoni, diventando parte integrante della canzone. «È il punto di riferimento per quanto riguarda l’intonazione, i testi e la struttura dei pezzi», dice Kanye West.
Le sue storie ci raccontano che in strada era un tipo tosto e coraggioso, il suo sarcasmo ci dice che è un tipo intelligente e spiritoso, il suo flow rilassato che è cool e il suo atteggiamento spavaldo, quell’aria da “io non perdo mai” e la fiducia incrollabile in se stesso sono una cosa che conquista il pubblico, in ogni parte del mondo. Inoltre, nonostante sia così famoso, è riuscito a difendere la sua privacy. Certo, tutti abbiamo visto le sue foto con Beyoncé, ma lui non ha mai parlato pubblicamente della relazione con lei. Ha anche scritto la sua autobiografia, The Black Book, (in collaborazione con la scrittrice e regista Dream Hampton), ma ha deciso di non pubblicarla: «So che le persone vogliono sapere tutto di me, e prima pensavo fosse ok. Però, mentre finivo di scrivere, mi sono detto: “Cosa sto facendo?”».

La privacy gli permette di mantenere un alone di mistero. «È una specie di Fonzie nero», dice ?uestlove: «I ribelli misteriosi sono i personaggi che interessano di più alla gente».
Shawn Corey Carter è nato a Brooklyn da Gloria Carter e Adnes “AJ” Reeves. È il quarto figlio di Gloria, il suo preferito. Lui e Gloria sono molto legati ancora oggi: «Siamo ottimi amici», dice Jay. Ha anche un fratello, Eric, che vive nella zona di Upstate New York, e due sorelle, Michelle, che lavora alla Rocawear e Andrea detta Annie, guardia carceraria a Riker Island. A 4 anni, Jay assaggia la fama per la prima volta: «Ho fatto un numero con la mia bicicletta e tutto il quartiere era lì a guardarmi. È stata la prima volta in cui mi sono sentito famoso, ed è stato bello».
A 11 anni fa un’altra scoperta: «Ho avvertito la netta sensazione di essere intelligente. Ho fatto anche dei test e mi hanno confermato che ero sopra la media della mia età. Ero entusiasta».
DJ Clark Kent lo conosce quando hanno circa 15 anni: «Diceva già al tempo di voler diventare il miglior rapper del mondo ed è divertente vedere come ci sia riuscito senza fare troppi sforzi. Il suo è un dono». La sua ascesa può sembrare facile, ma Jay si è preparato a lungo: «Ogni mattina si metteva davanti allo specchio e rappava», dice suo cugino Be-Hi, «si allenava, provava la pronuncia delle parole e il flow. Tutte le mattine. Sai come quelli che si alzano presto per fare ginnastica? Lui rappava». DJ Clark Kent gli finanzia e produce i primi demo, ma Jay non si concentra abbastanza sull’hip hop, perché è troppo impegnato a trafficare droga nel quartiere. Però sa che deve darci un taglio al più presto: «Più vai avanti, più sono alte le probabilità che ti succeda qualcosa». Eppure, come è successo a Michael Jordan quando è stato scartato dalla squadra di basket del suo liceo, il giovane Jay-Z non riesce a ottenere un contratto discografico: «Era frustrato dal fatto di vedere MC molto meno bravi di lui che ce la facevano. Diceva: “Sono dei buffoni. Io sono molto meglio, perché quei nigga firmano contratti e io no?”», racconta Kent. Nei primi anni ’90 Kent gli presenta un giovane manager di Harlem di nome Damon Dash. Insieme a un amico, Kareem Burke, i due formano la Roc-A-Fella Records e nel 1996 pubblicano il primo album di Jay-Z, Reasonable Doubt. «Mi piacerebbe dire che quella era la nostra idea fin dall’inizio, ma in realtà è stata la frustrazione a farci prendere la decisione: «Le etichette discografiche non ci prendono in considerazione? Facciamone una noi”», dice Jay.

I primi mesi a capo della Def Jam sono stati duri: «Mi sembrava tutto vecchio, volevo andarmene subito». Comincia a pensare a come dimettersi senza creare uno scandalo: «Non c’era niente di nuovo, nessun entusiasmo, sempre la stessa storia. Dov’è la passione? Dove sono le idee? Dov’è la roba nuova?». Poi ha capito che, in quanto presidente, la responsabilità di riaccendere la passione era sua. Negli ultimi anni ha scritturato un’orda di artisti: il rapper di New York Tru Life, la cantante pop-reggae Rihanna, la 17enne R&B Teairra Mari. «Mi piacerebbe trovare un artista rock&roll che spacca, un Kurt Cobain del ghetto».
Due dei suoi artisti hanno avuto grande successo quest’anno: Kanye West ha venduto 2 milioni di copie di Late Registration e Jeezy un milione del suo album di debutto. Teairra Mari e Rihanna invece hanno venduto solo 200mila copie, nonostante Pon De Replay di Rihanna sia stata una delle hit dell’estate. «È stata dura con le prime tre uscite», dice Damon Dash, che da settembre non è più socio della Roc-A-Fella, «quelli non sono numeri importanti. È chiaro che non è così facile come sembra, però penso che Jay sarà in grado di ribaltare la situazione, anche se credo che debba ancora imparare qualcosa».

Jay lascia l’ufficio alle 18.30. Mentre la Maybach torna verso il New Jersey, il suo telefono squilla. È Beyoncé. Lui la prende in giro sulla sua città: «Houston non è un ghetto come mi avevi detto tu!». Si sente Beyoncé ridere. L’auto si ferma al piccolo Teterboro Airport e Jay sale a bordo di un lussuoso aereo G4 da 13 posti (ha un accordo con una compagnia di jet privati: 25 ore di volo gli costano 300mila dollari). Arrivano anche Teairra Mari e altri amici e l’aereo decolla. Trenta minuti di volo per arrivare a Philadelphia e vedere Beyoncé in concerto con le Destiny’s Child.

Dalle casse esce musica di Al Green, e le assistenti di volo servono ali di pollo e code di gambero fritte. Una di loro lo chiama addirittura “Signor Combs”. Che importa? Sta andando a trovare la sua ragazza.
Quando gli arriva un bicchiere di vino, Jay sembra un personaggio del film Sideways: esamina il tappo di sughero, ma non lo annusa, e sta bene attento a non toccare troppo il calice, perché, mi spiega, il calore delle mani altera il sapore. Lo assaggia, tutti aspettano il suo giudizio. Lui guarda la hostess e dice: «Una fottuta schifezza». Poi le fa l’occhiolino: «Nah, sto scherzando». Arriva allo Spectrum di Philadelphia 10 minuti prima dell’inizio del concerto, va nel backstage a salutare B e poi, quando le luci si spengono, si infila tra il pubblico. Beyoncé, Kelly e Michelle si esibiscono per due ore e sull’ultimo pezzo Jay e la sua crew vanno in camerino ad aspettarla. Beyoncé arriva con indosso un accappatoio nero e ciabatte di pelo, e Jay la accoglie con un applauso. Lei si cambia, jeans, maglietta e un cappello da baseball nero, si raccoglie i capelli in una treccia e lo abbraccia appoggiando per un attimo la testa sul suo petto.
Sull’aereo che li riporta a New York, lei sta con le gambe allungate sul sedile e parla a voce bassa. Stanno molto attenti a non essere troppo espansivi in pubblico, ma quando sono insieme sono il prototipo di una coppia molto affiatata: scherzano, mangiano dallo stesso piatto, parlano con gli occhi. Lei ride spesso per qualcosa che lui le sussurra all’orecchio. Lui continua a non rilasciare dichiarazioni sulla loro relazione, ma dice che hanno in mente di fare un figlio entro cinque anni.

Jay è diventato presidente della Def Jam dopo essere stato nel mirino della Universal Music Group per anni, ma è stato anche molto vicino a un ruolo dirigenziale alla Warner Music Group. Nel 2004 la Universal gli ha offerto un contratto di tre anni a sette o otto cifre, più la comproprietà della Roc-A-Fella e i diritti sui master realizzati alla Def Jam (che diventeranno suoi tra 10 anni). Nel frattempo, il suo vecchio amico Lyor Cohen diventa amministratore delegato delle etichette del gruppo Warner Music Group. Alla fine Jay-Z sceglie la soluzione che gli dà la possibilità di avere i propri master. Il problema è la comproprietà della Roc-A-Fella. Jay sa che Damon Dash la prenderà male e gli offre la sua quota della Roc-A-Fella in cambio della proprietà esclusiva dell’album Reasonable Doubt. Secondo Jay, Damon accetta ma il suo terzo socio, Kareem Burke, si oppone. «Secondo me sono stato più che generoso».
Sia Jay che Damon dicono di essere ancora amici e che non c’è mai stato uno scontro, ma i loro collaboratori affermano che le cose tra di loro sono cambiate dal 1999. Un dirigente descrive Dash come “un defibrillatore”, una personalità combattiva che affrontava le situazioni in maniera aggressiva, mentre Jay cercava sempre la soluzione meno scioccante.
Gli chiedo se, con il suo modo di fare, Dash sia diventato insopportabile: «Sì, molto, ma va detto a suo merito che, se per lui funziona e ottiene dei risultati, va bene così». La questione Roc-A-Fella crea una frattura insanabile: «Saremo sempre amici, ma non posso dimenticare quello che ha fatto» .
A settembre, Dash ha venduto la sua quota nella Rocawear per 20 milioni di dollari, tagliando ogni legame con Jay. Ha smesso di indossare la sua catena con il logo “Roc-A-Fella” e non nasconde i suoi sentimenti: «Non lo conosco più». Sapeva che le cose non sarebbero più state le stesse dal primo giorno in cui lui ha cominciato a lavorare alla Def Jam: «L’ho incontrato in ascensore. Era vestito in giacca e cravatta con il cappotto e le scarpe eleganti. Io invece ero vestito da rapper. Una situazione assurda. Abbiamo scambiato due parole, senza alcun rancore, ma non era la stessa persona che conoscevo».

Negli ultimi anni, oltre al successo negli affari, Jay ha dovuto affrontare due dei problemi più importanti della sua vita. Nel 2003 i medici dicono a suo padre che non gli rimane molto da vivere. Jay non lo conosce bene, perché ha divorziato da sua madre quando aveva 11 anni e da allora non lo ha più visto. Gli rimane qualche ricordo: «A 5 anni mi ha insegnato a orientarmi in strada. Mi portava a fare un giro e mi chiedeva di ripetere esattamente il percorso che avevamo fatto. Oppure, quando eravamo in macchina, vedeva una persona e mi chiedeva: “Che taglia porta quella signora?”. Io rispondevo: “Una 38?”. “No sbagliato, la 42. Devi prestare attenzione”. Sono cose che mi sono rimaste dentro e mi sono servite quando nelle canzoni ho cominciato a parlare di vestiti, di scarpe Christian Louboutin e cose del genere».
Quando se ne è andato, per Jay è stato un trauma: «Per i bambini il papà è come Superman. Superman se n’è andato? È un casino. Era un brav’uomo, ma non è riuscito a gestire bene la situazione. Il dolore e il risentimento ti portano a dimenticare tutte le cose buone che ha fatto, anche adesso che sono un adulto». L’abbandono lo rende emotivamente freddo: «Sono cambiato, sono diventato più chiuso e protettivo nei miei confronti. Non ho più voluto legarmi a qualcosa o a qualcuno che potevo perdere. Ho smesso di entusiasmarmi o di arrabbiarmi. Sono diventato impassibile e la cosa ovviamente ha influito nel mio rapporto con le donne. «Non mi sono mai lasciato andare veramente», dice. Non ha mai neanche sofferto per amore: «No, mai. Mai, mai, mai».
Fino a poco tempo fa Jay non sapeva perché suo padre se n’era andato. Dream Hampton lo ha scoperto intervistando sua madre: «Lo zio era stato accoltellato a tradimento durante una rissa, e suo padre era consumato dal desiderio di vendetta. Continuava a cercare il responsabile, qualcuno bussava alla porta alle due di notte: “Yo, l’ho visto” e lui si infilava i vestiti e correva fuori. Non si è mai ripreso».

«È diventato più cattivo, amareggiato. È cambiato», dice Jay. Quando la madre scopre che AJ sta per morire, fa di tutto perché Jay si riconcili con lui prima che sia troppo tardi: «Io non volevo, ma lei insisteva. Alla fine ho detto: “Ok, fallo venire a casa mia”».
Lo aspetta tutto il giorno nella sua casa nel New Jersey, ritrovandosi in quella sensazione di abbandono che aveva fatto di tutto per eliminare. AJ non si presenta. «Dentro di me sapevo che non sarebbe venuto».
Gli concede una seconda occasione, l’ultima: «Mentre lo aspettavo per la seconda volta, mi dicevo: non lo farò mai più, mai più». Questa volta AJ arriva. «Gli ho detto tutto quello che pensavo. Non ci sono stati pianti, grida, niente di drammatico. Una conversazione tra adulti, ma comunque difficile. Non gliel’ho fatta passare liscia: “Come hai potuto?”. E lui: “Sapevi dove ero”. Ho risposto: “Ero un bambino, non dovevo essere io a venirti a cercare”. E lui: “Hai ragione”. Questo ha sistemato le cose».
Jay gli compra un appartamento a Brooklyn vicino all’ospedale. «Era la cosa giusta da fare, per il karma e tutto il resto». Qualche mese dopo, quando AJ muore, Jay è in pace.
Almeno fino all’estate del 2005, quando deve affrontare una perdita molto più dura. Jay ha sempre considerato i suoi quattro nipoti e la sua nipotina come dei figli e ha avuto un ruolo importante nella loro educazione. Il giorno in cui il figlio di sua sorella Annie, Colleek Luckie, si è diplomato, è arrivato in aereo dalla West Coast. «Appena atterrato, sono salito sull’auto e ho detto all’autista: “Sai dove dobbiamo andare, vero?”. Mi sono addormentato e quando mi sono svegliato ci eravamo persi. Mi sono detto: “Se lo ricorderà per sempre! Sono io il primo che si ricorda tutto!”». Quasi prende a pugni l’autista: «Avevo le lacrime agli occhi, e di solito non piango mai, ma alla fine ce l’ho fatta». Il 28 giugno Luckie muore in un incidente stradale in Pennsylvania mentre è alla guida della Chrysler che Jay gli ha regalato per il diploma. Quando arriva la notizia, Jay è a Los Angeles ai BET Awards. «È stato un colpo tremendo. Terribile. Non c’è niente di peggio. Sono rimasto paralizzato». Sono passati mesi, ma non l’ha ancora superata: «La merda ti piove addosso a distanza di tempo». Fa una pausa: «Era un ragazzo splendido».

Teoricamente Jay si è ritirato. Al momento non sta lavorando a nessun album e non ha in progetto di farlo, anche se quest’anno ha fatto due grandi concerti e tre collaborazioni importanti con Kanye West in Diamonds From Sierra Leone, con Young Jeezy in Go Crazy e con Mariah Carey in Shake It Off. La domanda sorge spontanea: «Tornerai?». La risposta dipende dai giorni. Oggi, per esempio, mi dice: «Ci sto pensando, mi è venuta voglia», con un lampo di eccitazione negli occhi, «la musica è noiosa. Ha bisogno di una spinta, di un colpo di scena, di un detox. Forse questo album di Kanye può cambiare le cose, ma per il resto… Hai bisogno di una pausa». Una settimana dopo, però, alla domanda: «Stai pensando di fare un album?», risponde: «No, oggi no. È un pensiero che va e viene e io ho bisogno di impazzire davvero dalla voglia per farlo. Non voglio registrare un album solo perché siamo a novembre o cazzate del genere».
Eppure il generatore di rime che ha in testa non smette mai di lavorare. «Ho sei o sette idee per canzoni buone e altre idee strane», dice, «ma sei o sette ci sono, sarebbero pronte per uscire domani». Di solito le canta mentre fa la doccia: «Ogni mattina, ogni doccia». Si alza e comincia a fare freestyle, in modo così calmo che all’inizio sembra che stia solo parlando:
“It’s who you are, man / You gotta understand / Clothes don’t make the man / Man makes the clothes / When I stunt and pose / Im’a pimp but ain’t stuntin’ no ho’s / All I’m waiting is dough / Maybe a lady for comfort / When foes is lined up at my do’ / But no, not to shoot out with me / Put on a cute outfit and hit me off / So my mind’s right when niggas come to / Pick me off”.
Poi dice: «L’ultima strofa, quella in cui dico che i nigga vengono a prendermi a casa, ma non per farmi fuori, mi piace. Credo sia un buon modo per finire».

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