Brunori e Lundini, invenzione a due voci | Rolling Stone Italia

Foto: Mattia Balsamini (1) e Azzurra Primavera (2)

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Brunori e Lundini, invenzione a due voci

Abbiamo fatto chiacchierare il cantautore di 'Cip!' (e del nuovo EP cazzone 'Cheap!') e il comico della 'Pezza'. È venuta fuori una conversazione su ironia e sfuggevolezza, il rapporto col pubblico, l'allergia verso la retorica, il desiderio di piacere. E un mostro di nome Mimmo che cerca di fregarti con la sindrome dell’impostore

Quello che state per leggere è, per certi versi, un seminario sull’ironia e sulla sfuggevolezza. Lo è ai più alti livelli: quasi mistici, maniacali. Attenzione: non che Dario Brunori e Valerio Lundini siano stati altezzosi e snob, e men che meno hanno affrontato questa chiacchierata senza volersi aprire. Anzi. No: è che semplicemente se già Brunori sparge l’ironia a piene mani – e il divertissement a titolo Cheap! fatto uscire in questi giorni lo dimostra, cinque canzoni cazzone scritte e suonate di getto, una amabile e divertita boutade in musica lunga poco più di un quarto d’ora – nel momento in cui lo fai interagire con un Valerio Lundini si raggiungono vette metafisiche.

Ecco, se conoscete Lundini (e visto il suo successo sempre più pervasivo e virale, certo che lo conoscete), conoscete anche i suoi meccanismi: faccia impassibile, apparente nonsense al servizio di chirurgica e sottile ironia, così sottile da diventare inaspettatamente tagliente. L’interazione di tutto questo con la bonarietà acuta di Brunori è, insomma, devastante. Diviene tutto un trattato filosofico da decrittare. Ragionamenti sofisticati con la corazza della gag: una gag solo a prima vista gratuita o non necessaria ma in realtà calibratissima. Del resto è la chiacchierata in sé che nasce con una gag, guarda un po’, col manager di Lundini che via Zoom ci fa: «Scusate, Valerio non c’è ancora, ma sta arrivando, era in bagno, mi ha detto di dirvi che era in bagno… Ah no accidenti, state già registrando?». Sì. Stiamo già registrando. E siamo pronti già alla prima stilettata di sviamenti e surrealtà, di battute e meta-ironie, nel momento in cui prenderanno in mano la conversazione i due intervistati.

Come in effetti subito accade, già dalla banalissima domanda: allora, ma voi due, vi conoscevate già? «Sì, io e Valerio ci conosciamo da tantissimo, da quando cioè ci conoscemmo a quel campo di bocce a Fuscaldo Marina, nel 1985», esordisce tranquillo Brunori. Lundini, senza scomporsi, conferma con un cenno di assenso, aggiungendo poi: «Sì, poi abbiamo fatto anche la cresima insieme». Ma certamente: è ovvio che vi siate conosciuti già nel 1985, considerando che Valerio Lundini è nato nel 1986. Ovvio. «Va bene: in realtà ci siamo conosciuto ieri, per telefono, per parlare proprio di questa intervista e capire come potevamo giocarcela. In realtà però non ci siamo accordati su nulla, anche se abbiamo parlato un sacco – infatti a un certo punto ci siamo detti: “Meglio finirla qui, altrimenti poi domani non abbiamo più nulla da dire”. Sono venute fuori delle cose bellissime, parlando tra noi. Degli unicum. Anzi: unica, plurale neutro», dice Lundini. «Tutto questo mentre avevo finito un clamoroso pranzo da mia madre», chiosa Brunori, «quindi insomma, ero in fase calante… Eppure, appena ho parlato con Valerio ho capito subito che guarda, era come se ci conoscessimo da sempre». «Ma noi in realtà ci conosciamo già. Solo che non ti ricordi…». «Ah. Cioè?».

Fuori l’aneddoto. «Ci incrociammo per la prima volta più o meno dieci anni fa, a Roma, al Teatro Valle Occupato», inizia Lundini. «Non so come ci riuscirono, ma in quegli anni quelli del Valle effettivamente resero l’occupazione di un teatro un qualcosa di rilevante, coinvolgente, e insomma col risultato che lì ci andavano un po’ tutti. E ci andasti a suonare anche tu, Dario, in trio se ricordo bene. Ero lì col mio bassista Carmelo. Che guardandoti suonare, tutto serio mi disse: “Mmmmh. Non sono sicuro se sia calabrese…”. Alla fine del concerto del concerto andammo a parlarti; e lui ti fece: “Di dove sei?”. E tu: “Di Cosenza”. “Ecco”, si voltò Carmelo verso di me, serissimo: “Vedi? È calabrese”. Come si mi avesse svelato una grande, sorprendente verità». «Già, perché di me non lo si capisce mai, io non dico mai da dove vengo. Vero». «Io invece ti dissi solo: “Oh, complimenti”. Naturalmente tu ti ricordi tutto, vero Dario? Ti ricordi quella frase. Non puoi averla dimenticata». «Certo che non me la sono dimenticata: appena mi hai chiamato, ieri, ti ho riconosciuto dalle prime sillabe. Ti ho riconosciuto da come pronunciavi il fonema “nt”: era indelebile nella mia memoria come lo avevi usato dicendomi “Complimenti”, dieci anni fa. Una cosa già di per sé così strana e atipica da sentirsi dire alla fine di un concerto, no?, figurati con quella “nt” lì. Non poteva non restarmi indelebilmente impressa».

Foto: Mattia Balsamini

Insomma, il confine fra scherzo, ironia e realtà fattuale è già rarefatto, qui davanti a noi. Subito. Immediatamente. Ora: il punto è riuscire a portarli su discussioni un po’ più serie. Fargliele affrontare, ecco, non solo fargliele sfiorare coi colpi di fioretto dell’ironia soave e surreale. Dopo che per un po’ si parla della calabresità-non-calabresità di Brunori («Ho vissuto per anni in Toscana, nel mio parlato si sente. Diciamo che il mio spesso è un toscalabro, ecco…»), proviamo ad affondare il colpo con Lundini, nel momento in cui si passa di rimbalzo – e per ovvia associazione – a parlare invece di inflessione romana e romanità, anzi, romanitudine. Quella spesso presentissima in televisione. Qualcuno direbbe: troppo. «Io sono sempre stato una che la soffre. Anzi, con Emanuela (Fanelli, ndr) ci è venuta questa idea di fare una miniserie, dentro il mio programma, scritta da lei ed intitolata A piedi scarzi. Una sorta di parodia del cinema romano che parla delle periferie romane utilizzando attori romani che parlano di luoghi romani, dando per scontato che tutti sappiano bene di cosa si tratti: come se Tor Bella Monaca o il Pigneto stessero nell’immaginario di uno di Cosenza o Trieste nello stesso modo in cui ci sta, per dire, Manhattan. Già. Però, se ci pensi bene: anche ironizzare su tutto questo è effettivamente molto romano. È l’ennesima autoreferenzialità».

Ok Valerio: ma tu comunque questa autoreferenzialità un po’ si vede che la guardi con sospetto, o che almeno cerchi di evitarla… «Boh. Ci sono dei video di me da giovane in cui parlo veramente romanissimo, sembro Rugantino rifatto da Celentano, una macchietta praticamente. Non farò mai vedere questi filmati, me ne vergogno. Mettiamola così: forse nella vita privata sono più dialettale che nella vita pubblica. Di sicuro questa sicumera dei romani per cui la loro lingua e il loro dialetto siano patrimonio di tutto il mondo, non so… diciamo che se ne approfittano un po’ troppo».

Interviene Brunori: «Il punto è se l’uso del dialetto diventa inclusivo, come può essere ad esempio nel caso di Troisi, o invece esclusivo, come a dire “noi siamo meglio”. Io sono convinto che chi si loda si sbroda, e chi si rifugia troppo nel dialetto con l’idea di tagliare fuori gli altri fa una cosa molto provinciale, che in realtà nasconde un grande complesso di inferiorità. Ma questa delle inflessioni dialettali è una cosa di cui bisognerebbe parlare di più. Quando ero ragazzino io, c’erano un sacco di gruppi che usavano il dialetto. Era anche interessante. Oggi i ragazzini usano tutti il milanese che sentono dai rapper su YouTube. È strano».

«Esattamente come quando andavo al liceo io e tutti i gruppi dei miei amici cantavano in inglese», continua il ragionamento Lundini. «Creavano questi gruppi dai nomi sempre un po’ così, robe tipo Shiva’s Spleen, che manco sapevano bene cosa volesse dire – e cosa volessero dire loro, chiamandosi così. Ti dicevano: “No, l’italiano non lo uso, non mi piace, è provinciale”; la verità è che non erano in grado di usarlo. Prendi una frase con sei, sette note: beh, con l’inglese, puoi ficcarci dentro un intero concetto, una storia, con tanto di eventuali rovesciamenti e rimandi ironici; con l’italiano è già tanto se sei riuscito a mettere sia il soggetto che il verbo, che le note sono già finite. Loro comunque l’inglese si limitavano ad usarlo sempre con le stesse frasi, però: quante volte avrò sentito “Take me away…”? Sbaglio? Poi, piano piano, è arrivato l’italiano. Prima con l’egemonia del nord, o dell’Emilia. La parola chiave era: “fragile”, anzi, frazile, pronunciato così, in modo un po’ tremolante. Quante volte l’ho sentita? Poi ci si è spostati più verso il Centro Italia. Sono raddoppiate le consonanti».

Ma sono raddoppiati anche i fatturati. La musica indie italiana, cantata in italiano, oggi tira, funziona. Tanto. E in Cheap! Brunori ci ironizza anche sopra, su ‘sta cosa, nella traccia Ode al cantautore: «Non ho problemi con le cose che funzionano, che hanno successo. Ho sempre detto che il mio è un progetto artistico a scopo di lucro: si chiama Brunori Sas non per caso», ride Dario. Rilanciamo: questo lucro oggi lo si viene a cercare a Milano, no? Proprio quella traccia si apre con l’io narrante che declama parlando di sé “suddito del regno di Milano”… l’ironia è evidente. Ma altrettanto lo è la voglia di parlare di ciò che Milano sia e rappresenti, oggi, per la musica italiana. «Su Milano si possono dire anche tante banalità, lo so: il mio è sempre il racconto di chi da una parte ne è affascinato, dall’altra si porta sempre il paese dentro. Un rapporto ambivalente insomma, tenendo un piedi di qua e uno di là. Però fammi dire una cosa: per me Milano è anche una città tenera. E nessuno, nessuno mai la vede come tenera…». In effetti. «È che per me questa tenacia delle persone nel volersi sempre far vedere indaffarate e ottimiste, come se sempre andasse tutto bene, quando spesso in realtà è solo un modo per tenere in piedi le cose che invece fanno fatica a stare in piedi, beh… fa un po’ di tenerezza. Sì. Tenerezza».

Però l’ironia di Ode al cantautore in alcuni passaggi non è tenera. È anzi invece piuttosto corrosiva. Tanto da introdurre il concetto del cantautore contemporaneo come potenziale impostore. Posizione forte. Ecco: Valerio Lundini più di una volta in interviste passate ha parlato proprio della sindrome dell’impostore, di come la si possa provare. «Vero. Ma quello che intendo dire non è che ne sono affetto nel senso più banale. No. Non mi è mai capitato di pensare, onestamente, “oh, loro sì che sono bravi, io che ci faccio qui, sono lavoro che dovrebbero esserci al posto mio, non io”. È diverso, quello che intendo. Ha a che fare con delle richieste che pongo a me stesso. Per dire: recentemente mi ha chiamato Roberto Bolle: “Sono in onda a Capodanno, vieni anche tu dai”. Io ho detto “Ok, ma devo fare qualcosa. Qualcosa di specifico. Non vengo solo a fare presenza, a fare simpatia”. Sarebbe comodo venire a fare presenza, basarla sulla simpatia, e stop. Lo fanno in tanti: perché in fondo davanti alle telecamere è facile apparire simpatici, la verità è questa, è la soluzione più semplice, non devi fare niente di che. No. Non mi basta. Ho bisogno di idee. Ho bisogno di svilupparle. Solo che quando mi metto a farlo, ho sempre il sospetto di non essere abbastanza nuovo, di non essere sufficientemente originale, di aver copiato – quando ti giuro che io sto sempre attento a non copiare niente da nessuno. È solo che inevitabilmente quando vedi qualcosa o leggi qualcosa ti restano degli input, che poi tu metti in quello che fai, anche senza accorgertene. Però è lì che mi viene la paura di poter essere un impostore. Per me la sindrome dell’impostore è questa, insomma: sentire di rischiare di non avere più cose da dire».

«Mi ritrovo molto in quello che dice Valerio», interviene Brunori. «Credo che sia io che lui siamo afflitti da una pesante parte giudicante di noi stessi. È utile se la sai gestire, ti spinge a fare, a creare, ad avere sempre nuove idee; ma può essere molto, molto impegnativa. Io la chiamo Mimmo. E quando Mimmo prende il sopravvento, il problema è che non solo sono terribilmente feroce nei confronti di me stesso – ma lo sono anche nei confronti di tutto il resto. Mi fa schifo tutto. Ma quando penso così, quando ho queste sensazioni, poi mi dico “E chi saresti tu per permetterti di parlare male di quello che fanno gli altri?”: allora lì mi sento doppiamente un impostore. Quando Mimmo è più forte di me, mi sento davvero un impostore all’ennesima potenza». E lì come reagisci, Dario? «Mi autodenuncio subito come impostore. Ma è peggio. Perché poi la gente allora pensa “Ma guarda questo quanto è umile, guarda quanto è autoironico”. Invece non è vero nulla, sono sincero quando mi autodenuncio. Poi però, come appunto diceva Valerio, capisci che è normale sentirsi impostore quando chiedi tanto a te stesso. C’è un unico problema: oggi chi crede tanto in se stesso è favorito. Gli altri gli danno più ascolto e più fiducia, e si crea così un meccanismo perverso».

Ve lo dicevamo che era una conversazione tosta. Domanda a Brunori: è per toglierti da questo meccanismo, per scrostare cioè ogni dubbio sul fatto che tu ti prenda un po’ troppo sul serio, che hai fatto una cosa cazzona come Cheap? «Un po’ l’ho fatta perché mi andava di farla così, senza pensarci e ragionarci troppo, un po’ perché effettivamente volevo uscire dall’idea che ogni disco dovesse per forza essere una opera definitiva, un kolossal. Credo lo raccontasse Samuele Bersani, no?, di come Dalla dicesse spesso che ogni tanto devi preparare anche solo un cappuccino e una brioche, niente di più: l’ansia di dover sempre fare la canzone definitiva o il disco definitivo, ogni singola cosa che fai, è deleteria. Ecco, stavo perdendo un po’ di vista questa cosa, mentre io invece ho iniziato e sono cresciuto proprio grazie a un’attitudine spensierata. A furia di sentirmi sempre più un cantautore, rischiavo di perdere questa spensieratezza».

Beh, ci si sente sempre più cantautore – o comico, nel caso di Valerio – proprio perché il favore del pubblico ormai è evidente, è corposissimo. Ovvio che ci si prende (un po’ più) sul serio. Siete tutt’e due due persone fondamentalmente tranquille, semplici e alla mano, almeno a vedervi così: come state affrontando il successo che vi sta investendo? «All’inizio non è che fosse chissà quale successo», inizia asciutto Lundini. «Si trattava di, che so, 120 persone a Roma, ma appena ne uscivo è già tanto se arrivavo a 50. In questo modo e con questi numeri era ovvio considerare il mio pubblico come se fosse semplicemente una cerchia allargata di amici, li consideravo tutti tali, gente insomma che avrei tranquillamente potuto frequentare nella vita normale. Poi è arrivata la televisione, e io comunque devo aver lavorato bene, e ora… Ora, coi numeri che faccio è normale che in sala ci sia anche qualche matto, qualche scemo, qualcuno che nella vita reale potrei trovare odioso. Ma credo valga anche per Dario oggi, no?». «Ah, io odio tutti. Odio tutto il mio pubblico. Ecco, sì, usalo come titolo per il pezzo che verrà fuori da questa conversazione: “Brunori odia tutto il suo pubblico”. Funziona benissimo! È perfetto, è corretto. Puoi farlo. Dai!» (e qui perfino a Lundini, imperturbabile per tutta la chiacchierata come suo solito, sfugge mezzo sorriso. Solo mezzo).

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Ora arriviamo al cuore. L’uso dell’ironia. Soprattutto, quando la si usa in maniera così estrema che può capitare che si venga presi sul serio (Brunori odia davvero tutto il suo pubblico?). O, in generale, di essere capiti male oppure – altra faccia della stessa medaglia – quando l’ironia ti permette di non esporti mai davvero, di lasciarti sempre una via di fuga alle spalle con cui dire “Ma no, scherzavo, mica dicevo sul serio”. Brunori: «Ho ben presente questo rischio. Tant’è che quando ho fatto A casa tutto bene avevo deciso di essere serio, ma proprio serio, ai confini del serioso e del retorico. E non so nemmeno se sia stato un tentativo del tutto riuscito, sai. Io credo che l’ironia migliore sia quella che ti permette di prendere una posizione netta, e di farlo in modo efficace – più efficace ancora che se fossi semplicemente serio. L’ironia che invece ti permette di dire e non dire, che ti protegge, che non ti fa mai schierare, quell’idea molto postmoderna del “Ma dai, non mi avrete mica preso sul serio, scherzavo”, ecco, quella effettivamente no, non va bene. Ma non è facile trovare l’equilibrio giusto. Nemmeno io ci riesco sempre. Per pigrizia, spesso: anche perché poi quando devi specificare dove ti schieri, di questi tempi e con le modalità di comunicazione che ci sono oggi, ogni tanto entri in un ginepraio da cui è difficile tirarsi fuori. Ma io ci tengo a far capire da che parte sto, sono contento quando accade. Solo che non sono chiuso, non sono ideologico. Io rifuggo l’ideologia in maniera veramente totale. L’ironia, per me, è spesso più un mezzo per far comprendere al pubblico che no, non mi deve incasellare. “Guardami, osservami, ascoltami, giudicami, ma non mi incasellare”. Ecco, questo è importante».

Lundini: «L’ironia per me non è una scelta, ma qualcosa a cui sono abituato fin da bambino. La usavano tutti gli amici di cui mi circondavo. Amici che oggi magari fanno il grafico, il banchiere, l’avvocato, ma all’epoca adottavano l’ironia ancora più di me. Venendo al punto, per me l’ironia è prima di tutto allergia verso la retorica: la retorica è non dico ipocrisia, perché questa è una parola brutta e non voglio arrivare a questo tipo di accuse e di giudizio, ma di sicuro è un segno di poca serenità nel parlare. Io noto che quando si parla di determinati temi molto delicati, come che so il razzismo, le malattie, la morte di qualcuno, per paura – anche giusta – di essere indelicati si finisce con l’utilizzare un tono talmente prudente e composto, solenne e mesto, che dopo un po’ si diventa quasi ridicoli. Ecco: l’ironia per me è un modo, se vuoi un po’ vile, per sfuggire a questo rischio. Ti faccio un esempio concreto. Facciamo finta che stia parlando di una guerra, ora. Potrei adottare un tono di voce serio e chiudere gli occhi e iniziare “Purtroppo quello che sta accadendo in queste ore è drammatico…”; ma penso sempre che dopo un po’ ci sono persone che avrebbero il diritto di venire da me e dirmi “Ma falla finita: in guerra non ci stai tu, in guerra ci stanno altre persone”. Capisci? È vera però una cosa: l’ironia perfetta sarebbe quella in cui non ti preoccupi affatto di come vieni dipinto. Come quando Dario ti dice che odia tutto il suo pubblico, e che puoi tranquillamente usare questa frase come titolo. È un modo intelligente per denunciare che proprio nei modi di comunicare che usiamo oggi c’è qualcosa di insito che non va, c’è una retorica di fondo. L’ironia deve far capire che da un lato non sei uno che si prende troppo sul serio, dall’altro che non sei un coglione, che sei cioè consapevole di tutta una serie di meccanismi».

«In ultima analisi, sai cosa? L’ironia nasconde il desiderio di piacere a tutti, cosa in cui ovviamente non riuscirai mai. Un desiderio molto umano. Un desiderio assolutamente nefasto».