Bruce Springsteen non pensava di tornare in tour con la E Street Band, non all’inizio del 2026. Avendo passato gli ultimi tre anni a suonare praricamente senza sosta, era il momento di prendersi una pausa. E però il 7 gennaio Renée Good è stata uccisa da un agente dell’ICE durante una protesta a Minneapolis e 17 giorni dopo Alex Pretti è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco durante uno scontro con due agenti della U.S. Customs and Border Protection. Springsteen ha risposto con Streets of Minneapolis in cui cita per nome Good e Pretti e attribuisce la responsabilità delle loro morti a “King Trump”. Non era abbastanza. Dover portare il suo messaggio in giro per l’America.
Il Land of Hope and Dreams Tour è partito il 31 marzo da Minneapolis. Nel caso la scritta “No Kings” sulla locandina non fosse sufficientemente esplicita, quella sera Springsteen ha chiarito la sua posizione prima ancora di suonare una sola nota. «L’America che amo, l’America di cui ho scritto per 50 anni, quella che è stata un faro di speranza e libertà per il mondo intero è attualmente nelle mani di un’amministrazione corrotta, incompetente, razzista, irresponsabile e traditrice». Nei due mesi seguenti e nell’arco di 20 concerti ha pronunciato nuovamente quel discorso parola per parola prima di suonare una serie di pezzi politicizzati tra cui Born in the U.S.A., Death to My Hometown, Long Walk Home e Youngstown. Ha aperto e chiuso il set con due cover: War di Edwin Starr e Chimes of Freedom di Bob Dylan.
Quando il tour si è chiuso il 30 maggio alla Xfinity Mobile Arena di Philadelphia, i registi Chris Hilson e Thom Zimny era lì per girare il film-concerto che Springsteen sta pubblicando a puntate su YouTube. I primi sette brani sono usciti col titolo Land of Hope and Dreams American Tour (Philadelphia Freedom Cut). Il giorno prima della pubblicazione, ho parlato con Springsteen del tour, del film-concerto, del momento storico che stiamo ancora vivendo, del prossimo album, dei concerti futuri, delle aspettative per le elezioni di metà mandato e di molto altro.
Dove ti trovi?
Sono nel New Jersey. Torno da un bagno nell’oceano.
Ottimo. Senti, di solito i grandi tour vengono programmati con almeno un anno di anticipo. Non è stato il caso di questo.
L’anno scorso tra la primavera e l’inizio dell’estate avevamo fatto qualcosa di simile in Europa, anche se non altrettanto mirato. E visto il contenuto dei brani e la natura del concerto, mi sono detto: «Prima o poi devo farlo in America». Così abbiamo fissato in fretta 20 concerti.
Che obiettivi ti sei dato? Volevi convincere qualcuno a cambiare idea? Riunire persone che la pensano allo stesso modo? Sfogare la tua indignazione?
Non c’erano obiettivi precisi. Ero sostanzialmente lì per suonare quella musica e trasmetterne il messaggio. Dopo quel che è successo a Minneapolis ho scritto Streets of Minneapolis. È stata quella canzone che ha fatto partire il progetto, mi sono detto che dovevamo suonarla dal vivo. Poi ho messo giù una scaletta con cose scritte nell’arco di 50 anni e che, grazie alla struttura dello show, sono diventate attuali. Questa era l’idea: raccontare lo stato della nazione nel 2026.
Nel breve intervallo di tempo che ha separato l’annuncio e l’inizio del tour è scoppiata la guerra in Iran. Ha cambiato qualcosa?
All’inizio mi sono chiesto come affrontare la questione, sentivo che dovevo farlo. Sono rimasto lì a pensare e… in genere, quando un Paese entra in guerra, la gente si schiera dalla parte della propria squadra. Cercavo di capire come affrontare questa cosa in modo equilibrato. Mi sono ricordato che nel 1985 avevamo fatto una versione di War e così ho preparato il discorso che vedete all’inizio del film, in cui elenco una serie di cose e poi “pace invece di…” e, boom, “guerra!”. Abbiamo capito che quello doveva essere l’inizio dello show, una delle migliori aperture che abbiamo mai fatto.
Da War si passava direttamente a Born in the U.S.A., incredibile.
Abbiamo ripreso possesso di Born in the U.S.A., l’abbiamo ricontestualizzata in modo che il suo significato fosse inequivocabile. Non c’erano dubbi su cosa parlasse arrivando dopo War e prima di Death to My Hometown.
Negli ultimi anni hai fatto Born in the U.S.A. tantissime volte in Europa, ma quasi mai in America. L’hai evitata qui perché, anche se sono passati tanti anni, molti americani continuano a non capirne il significato?
Farla negli Stati Uniti mi lasciava perplesso, non sono mai riuscito a cantarla con la sicurezza necessaria per interpretare una canzone del genere. In Europa, invece, per qualche ragione… abbiamo un pubblico enorme in Europa che è molto, molto interessato all’America e alle idee americane. Ed è molto legato alla band. Laggiù è sempre sembrato tutto più naturale e più comprensibile. Non ricordo esattamente com’è finita in quella posizione nella scaletta, l’avevo messa all’inizio, doveva essere l’apertura del concerto, un modo per dire: questo è lo show in cui ci avvolgiamo nella bandiera, il nostro obiettivo è riprenderci la bandiera. È stata in apertura fino a quando è arrivata War e, ovviamente, le due canzoni hanno funzionato piuttosto bene insieme.
Hai suonato Darkness on the Edge of Town tantissime volte in vita tua, ma il testo fa un altro effetto dopo Clampdown dei Clash e No Surrender.
È quello che in buona sostanza dovrebbe succedere con quasi tutte le canzoni in scaletta. Sono state riallineate, ridefinite, ricontestualizzate in relazione al momento storico che stiamo vivendo. Se c’era un obiettivo che ci eravamo dati, era questo: dare al pubblico a fine serata una sorta di discorso sullo stato della nazione. In quel contesto Darkness ha una sfumatura diversa. È una delle mie canzoni migliori, è apocalittica anche sul piano personale. In quel contesto era potentissima.
Ero alla prima data, quando hai fatto per la prima volta Streets of Minneapolis con una band. Mi ha fatto venire in mente Ohio di Neil Young. In entrambi i casi, c’è un governo che ha ucciso dei propri cittadini e c’è una canzone che chiama in causa il presidente per nome, senza timori.
È decisamente figlia di Ohio. L’ho scritta per quel momento preciso, non sapevo che futuro avrebbe potuto avere. Temevo di essermi messo troppo in cattedra, ma Tom Morello mi ha dato un ottimo consiglio: «La sottigliezza è meravigliosa, ma a volte devi prenderli a calci nei denti». Ho capito che quello era il momento per farlo ed è esattamente quel che fa la canzone.
State pubblicando il film a puntate in modo in modo che coincida con le elezioni di metà mandato?
Non è stato pensato per questo, ma tanto meglio se succede. La verità è che abbiamo chiesto a Thom [Zimny] di lavorare sui primi sette brani per capire che cosa avevamo per le mani. Non sapevo che effetto avrebbe avuto lo show sullo schermo. Lui ha fatto il montaggio e l’editing e abbiamo sistemato il sonoro dei primi sette pezzi. Quando l’ho visto, ho detto: questa roba deve uscire subito. Non potevo aspettare altri tre o quattro mesi affinché venisse montato il resto del concerto. Il progetto stesso, a partire dal tour organizzato all’improvviso, nasce dall’idea dell’immediatezza e dell’essere parte del contesto storico, offrire qualcosa che sento che può essere utile al pubblico, al mio pubblico. E quindi, appena l’ho visto, ho detto: «Questo esce adesso». «E il resto?». «Lo pubblicheremo a puntate». Ed è così che faremo. Vedrete circa sette canzoni alla volta, in quattro parti diverse, e alla fine avrete l’intero show. Credo che in questo modo l’impatto sia maggiore. Per come la vedo io, i primi sette brani hanno un impatto enorme proprio perché durano solo 40 minuti. E quei 40 minuti chiunque può trovarli per farsi un’idea di quello che stavamo cercando di fare. Sono 40 minuti e dicono tutto quello che volevamo dire.
La scaletta non è granché cambiata da una sera all’altra. Forse la tua esperienza a Broadway ha cambiato il modo in cui affronti uno show?
No. Semplicemente, una volta trovata quella scaletta, non sarebbe stato il caso di aggiungere Darlington County o altri pezzi del genere, non avrebbe avuto senso. Quella scaletta raccontava una storia a sé, nel bene e nel male. Lungo il percorso abbiamo aggiunto Clampdown, ma una volta stabilita quella scaletta l’abbiamo mantenuta per tutto il tour. È stato divertente, perché andando avanti la storia si fa sempre più profonda. Il concerto di Philadelphia, che abbiamo avuto la fortuna di filmare, è stato uno dei momenti più belli del tour.
Molti fan davano per scontato che avreste filmato il grande concerto a Washington D.C. Perché invece Philadelphia?
Volevamo riprendere due serate abbastanza simili da poterle montare insieme e, se ricordo bene, abbiamo filmato Boston e Philadelphia e, sempre se non sbaglio, alla fine abbiamo usato solo Philadelphia. Questo era il motivo. Washington era una data a sé ed è stato un grande concerto all’aperto, in uno stadio di baseball. Abbiamo fatto tantissimi bei concerti durante questo tour. E verso la fine la band era incontenibile. Così, quando siamo arrivati a Philadelphia, la città è esplosa. È stato meraviglioso.
Immagino sapessi che, facendo un tour del genere, nonostante tutto quello che hai fatto e detto in passato, avresti perso alcuni fan che sostengono Trump. Qualcuno avrà sicuramente pensato: «È la goccia che fa traboccare il vaso, per me finisce qui». Ma se l’alternativa era restare in silenzio, immagino che per te valesse la pena pagarne il prezzo.
Ormai sono vecchio e faccio quel che voglio, cosa che in realtà ho fatto per tutta la vita. Ho sempre realizzato i dischi che volevo fare e poi sono andato a cercare il pubblico per quei dischi. Con questo concerto è successa la stessa cosa. Era lo show che volevo fare, la storia che volevo raccontare. Sono andato a cercare il suo pubblico e sono sicuro che ci sia stato qualcuno – e ho letto alcune cose – che ha reagito in maniera dura. Ma è così che va. E in questo momento mi sta bene.
Il mese prossimo suonerai allo show di Tom Morello a Washington D.C. Farai qualcos’altro prima delle elezioni di metà mandato o sarà la tua unica apparizione?
Sarà l’unica. Tom ha organizzato l’evento e mi ha chiesto se mi andava di esserci. Dopo tutto quello che ha fatto per me durante il mio tour, nel quale è stato un elemento importante della band, gli ho detto: «Certo che ci sarò, amico mio». Suoneremo qualche pezzo insieme e poi vedremo cos’altro succederà.
Quando abbiamo parlato l’anno scorso mi avevi detto di avere un nuovo album solista completamente finito. Che programmi hai per quel disco?
In questo momento sto lavorando a un paio di dischi. Uno l’ho finito ed è pronto. Sto lavorando all’altro e, per la natura del materiale che contiene, credo che debba uscire prima. Questa è la situazione in cui mi trovo. Sto cercando di finirlo e vorrei pubblicarlo per primo. L’altro disco che ho realizzato, invece, non è legato all’attualità, può uscire in qualsiasi momento e funzionerà comunque.
È un disco solista o un disco con la E Street Band?
È una sorpresa (ride).
Ok, ma sai quando uscirà? Quand’è che scopriremo questa sorpresa?
Al momento no lo so, spero prima piuttosto che dopo, naturalmente.
Ti manca andare in tour? Senti il desiderio di tornare sulla strada?
Siamo stati parecchio in tour. Abbiamo suonato la primavera precedente e anche questa primavera. È così che mi piace fare oggi. Vorrei partire e fare 20 o 30 concerti. Non credo che ci sarà un altro tour della E Street Band da 140 date. Ormai il tempo è troppo poco. Però immagino una serie di tour più brevi, che ci permettano di andare in posti diversi in momenti diversi. La band suona alla grande. Se avete visto questo spettacolo, avete visto uno dei migliori che abbiamo mai fatto. La band suona talmente bene che ci rende felici. Continueremo così.
C’è una parte molto rumorosa dei fan a cui mancano i concerti più liberi e imprevedibili, quelli in cui prendevi i cartelli dal pubblico e cambiavi la scaletta da una sera all’altra. Potresti tornare a fare un tour del genere in futuro?
Non lo so. Non voglio fare promettere nulla. Semplicemente non so cosa farò dopo o cosa mi spingerà ad andare in una direzione piuttosto che in un’altra. Potrebbero tornare concerti di quel tipo, oppure potrei inventarmi qualcosa di completamente o in parte diverso. Non posso dirlo, davvero.
Per tornare alla politica e chiudere: sembra che nel Partito Democratico stia per scoppiare una guerra interna tra l’ala più tradizionale del partito e quella dei Democratic Socialists of America. Temi che possa diventare uno scontro pesante e complicare il tentativo di battere Vance o chiunque sarà il candidato repubblicano nel 2028?
È di sicuro una preoccupazione. Ci sono candidati che mi piacciono. Al momento però non ho altro da dire. E naturalmente vogliono riconquistare la Camera e, Dio volendo, anche il Senato, e rendere gli ultimi due anni del mandato di Trump i più miserabili della sua vita, se possibile. Questo mi piacerebbe vedere.
Io sono ottimista. Il gradimento di Trump è ai minimi storici. Credo che finalmente il Paese ne abbia abbastanza di questa roba.
Credo sia vero.
Quindi sei fiducioso che nel 2028, e negli anni successivi, l’America possa finalmente voltare pagina e lasciarsi tutto questo alle spalle?
Sono sempre ottimista.















