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Brittany Howard: «L’industria musicale è piena di promesse vuote»

La cantante racconta il debutto solista ‘Jaime’ e la sua rilevanza, spiega perché ha abbandonato gli Alabama Shakes, si chiede se le promesse di equità nel music business saranno mantenute

Brittany Howard

Foto: Magdalena Wosinska per Rolling Stone US

In giugno Brittany Howard ha messo la mascherina ed è andata in uno studio di Nashville, dove passa la quarantena da marzo. Lì ha suonato con altri musicisti per la prima volta in tre mesi. L’occasione: una performance per il Tonight Show di Goat Head, uno dei brani più belli del suo debutto solista del 2019, Jaime.

La canzone, che racconta un episodio della sua infanzia, una intimidazione razzista ai danni dei genitori, ha assunto una nuova rilevanza grazie alle proteste del movimento Black Lives Matter. Suonarla con gli altri della band è stato un momento di pura gioia.

«Stare insieme e fare musica è stato un gran sollievo», racconta. «E ovviamente il pezzo ha un messaggio preciso, ci ha fatti sentire ancora più forti e ci ha fatto capire che stavamo facendo la cosa giusta. È il potere della musica, ti dà la possibilità di esprimerti. Suonare Goat Head è stato un modo per dire: guardate che queste cose accadono da tempo, non c’è niente di nuovo».

Come sono stati gli ultimi mesi?
Sono stata giù di morale, come tutti. Ero felice di partire in tour, la band era affiatata, mi divertivo. Poi abbiamo dovuto frenate. Quarantena, pandemia. Ero anche felice di prendermi una pausa, perché lavoravo senza sosta dall’uscita del disco. Poi è arrivato il malessere e ho cominciato a chiedermi come avrei fatto a valorizzare il lavoro fatto per il disco.

Com’era esibirti da solista e non con gli Alabama Shakes? Era diverso? 

Mi sembrava di giocare in una grande squadra di basket. Insieme a me c’erano Shaquille, Magic Johnson e Michael Jordan, i giocatori migliori di sempre uniti per lanciare un messaggio. Volevamo dare il meglio ogni sera, non sentivamo la stanchezza, ci facevamo forza a vicenda. È stato incredibile averli tutti sul palco. Era diverso, perché c’era un’intenzione nuova. L’hanno capito tutti ed erano lì per questo.

È passato un anno dall’uscita di Jaime. Cosa pensi dell’accoglienza che ha ricevuto? È come te la aspettavi?
Non avevo aspettative, davvero. Ora so che stranamente la gente ama soprattutto canzoni come Goat Head, Short and Sweet e Run to Me. È un disco variegato, lo ascolta gente di tutti i tipi. Me lo aspettavo? No. Ne sono sorpresa? Non necessariamente.

Ti sembra di aver raggiunto un nuovo pubblico? 

Sì, decisamente.. Ho imparato a suonare ascoltando ed esplorando la musica che mi capitava di incontrare. È su questo che ho fatto affidamento quando mi sono ritrovata a scrivere il mio materiale senza la band. Ho dato retta a tutti e nessuno mi diceva di non fare una certa cosa o che un passaggio era ripetitivo. Quel disco sono io, con i miei errori e i miei successi. È stato liberatorio. Non mi interessa cosa pensano gli altri.

La batteria di Nate Smith ha un ruolo centrale nel disco. Ha un ritmo più moderno e ballabile rispetto agli Alabama Shakes. È stata una scelta consapevole?
È semplicemente quello che mi piace. Non ci ho pensato. Ho cercato il ritmo giusto per accompagnare i pezzi che scrivevo.

A volte i dischi solisti sono esperimenti, piccole deviazioni dal percorso. Jaime, invece, sembra un nuovo inizio. Stai scrivendo nuova musica?
Sì, e vorrei anche dire questo: Jaime è l’inizio di qualcosa. Sono orgogliosa che sia uscito. Dietro c’è tanto lavoro, tanta paura, tanta indecisione. Per fare questo disco è servita tanta umiltà. Mi sono allontanata dai ragazzi della band con cui ho creato una cosa che amo. Ma fare questo disco mi ha fatto capire la mia creatività, mi ha fatto capire che devo andare fino in fondo e che sono io responsabile di quello che scrivo. Quindi sì, sto lavorando a nuova musica e non mi preoccupo di cosa succederà, di chi la pubblicherà e se finirà in classifica. Non mi interessa. Non puoi scrivere niente di onesto se nella tua testa ci sono altre 600 miliardi di persone.

Le prime cose degli Alabama Shakes sembrano darti ragione…

Giusto. Alla gente piaceva. Ma avevo la stessa mentalità. Devo essere orgogliosa delle mie cose. Perché sono io che dovrò passare molte ore della mia vita a suonarle.

Come descriveresti le nuove canzoni? 

Abbastanza matte. Al momento sono in una fase iniziale, sto facendo delle demo ed è sicuramente musica che nessuno ha mai sentito prima. Sono eccitata, ma non significa che siano buone. Significa solo che sono diverse.

Hai avuto varie nomination agli Americana Music Honors & Awards. Ti ha sorpreso, considerando quanto Jaime sia diverso dal resto del tuo catalogo? 

È stato sorprendente essere considerata un’artista di genere Americana, ma ha senso. Le mie radici vanno in profondità nella musica di tutti i tempi e luoghi. È ovvio che faccia riferimento al genere, faccio riferimento a tutto. Credo che questo disco possa essere considerato tante cose diverse.

A proposito: la tua canzone History Repeats è stata nominata in due categorie rock ai Grammy dell’anno scorso. Non succede spesso a canzoni così strane… 

Onestamente, non credo che sapessero cosa farsene. È strano che History Repeats finisca tra le nomination rock dei Grammy. Non me lo aspettavo. Ma ero felice di essere lì, ero felice che avessero pensato a me. È folle, quel pezzo è incredibilmente attuale.

Non potevi prevedere che Jaime sarebbe stato tanto attuale un anno dopo l’uscita…

Sì, è così. Se senti il disco pensando a cosa è successo negli ultimi mesi, è inquietante, o ancora meglio, rilevante. Non me lo aspettavo.

L’industria musicale sta vivendo un risveglio grazie al movimento Black Lives Matter. Cosa pensi di quello che hai visto succedere nel settore? Ti sembra che le cose stiano cambiando davvero? 

Per quanto riguarda la mia etichetta e il mio team, sono brava gente, fanno la cosa giusta. Nell’industria ho visto tante promesse vuote. Alcune aziende si stanno muovendo solo per paura di essere criticate. Altre ci credono davvero. Posso dire chi appartiene a un gruppo e chi all’altro? No, non posso. Il fatto è che le rivoluzioni creano rivoluzioni a loro volta. La storia ci dirà dove andremo a finire. Ci mostrerà cosa fare e cosa non fare. L’unica cosa che possiamo fare è studiarla.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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