Brian Setzer e l’arte di cantare di automobili | Rolling Stone Italia
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Brian Setzer e l’arte di cantare di automobili

Nel nuovo ‘Gotta Have the Rumble’ il chitarrista degli Stray Cats canta ancora una volta di amori e motori. «Non sono canzoni che scrivi sotto la doccia, serve l'adrenalina di un giro in moto»

Brian Setzer

Foto: Tony Nelson/Future Publishing via Getty Images

Le canzoni sui motori non mancano mai nei dischi di Brian Setzer. L’ultimo, Gotta Have the Rumble, non fa eccezione. Si apre con Checkered Flag, un pezzo su chi ama correre, e il quasi noir di Smash Up on Highway One. Fra tutti tipi di auto, il chitarrista, cantante e co-fondatore della leggendaria band rockabilly degli Stray Cats ne ha uno preferita. E insomma, nel vialetto della sua casa in Minnesota non vedrete mai parcheggiata una Tesla. «No, no, no», risponde ridendo alla domanda. «Anche se va che è un piacere».

A 62 anni, Setzer è ancora fedele alle auto da corsa e al rombo delle moto, due cose che si abbinando in modo naturale alla sua immagine da icona del rockabilly. «Sono sempre stato appassionato di motori, adoro le mie moto», dice. «Vado in giro su una Triumph del ’57. Qui in Minnesota ci sono strade di campagna meravigliose e come tutti ho bisogno di qualcosa che mi aiuti a liberare la testa dai pensieri».

Molte delle canzoni di Gotta Have the Rumble, uscito in agosto, sono state scritte durante queste fughe adrenaliniche. L’energia è condensata nelle 11 tracce del disco, che ha registrato in remoto con un produttore di Nashville, Julian Raymond. Ci sono Drip Drop, una canzone d’amore in stile bossa nova, Turn You On, Turn Me On, che imita il tipico ritmo di Bo Diddley e Rockabilly Banjo, un tributo a Glen Campbell e al suo varietà degli anni ’70, una delle passioni dell’infanzia di Setzer.

Abbiamo chiesto al chitarrista come si fa a scrivere una bella car song, i segreti del fascino della sua Brian Setzer Orchestra e cosa pensa del 40esimo anniversario di Rock This Town, la prima hit degli Stray Cats.

Hai scritto tantissime canzoni che parlano di motori. Come si fa a mantenere fresco quell’immaginario?
L’importante è scatenare emozioni. Mi smuove l’adrenalina. Andare a fare una corsa in moto mi dà la carica. Non sono uno che scrive canzoni sotto la doccia, dev’esserci una scintilla che mi dà il via. L’immaginario delle auto e delle moto fa parte della mia vita. È un’emozione. Ma non puoi scrivere in maniera troppo letterale. Ecco cosa ne verrebbe fuori: “Beh, sono saltato in macchina / Ho fatto il pieno / Ho controllato il livello dell’olio”. Non si può cantare una cosa del genere. Devi parlare di “andare a tutta birra nel buio di una notte piovosa”. È così che si fa la poesia.

Smash Up on Highway One ha un giro di chitarra alla Dick Dale. Pensavi a lui quando l’hai scritta? 

Sì, assolutamente. Con gli Stray Cats suoniamo sempre Miserlou, è un piccolo break a metà di ogni concerto, e la adoro. Così ho pensato di mettere quel giro in un brano rockabilly, è così che la musica si evolve. Prendi nuove idee e le inserisci in un njovo contesto. La gente mi chiede sempre come faccio a far sì che questa musica suoni nuova. Ecco spiegato come: prendo elementi che non appartengono al genere, li inserisco e tutto cambia.

Drip Drop somiglia più alla bossa nova di Herb Alpert che al rockabilly. Come sei arrivato a quel suono? 

Quando lavori a un disco attraversi fasi diverse. Dopo aver scritto un paio di pezzi rock, senti il bisogno di fermarti un attimo e… A essere onesto, io vivo nella tundra, guardavo i ghiaccioli sciogliersi. Ma non puoi scrivere di una cosa così, quindi ho pensato: l’inverno è quasi finito, sta arrivando la primavera… cos’altro si scioglie e gocciola? Le mie lacrime. Qui non siamo così lontani dal posto dove Buddy Holly ha suonato per l’ultima volta, così ho inserito un passaggio su di lui e ho chiesto a mia moglie e a una sua amica di cantarla. È una canzone d’amore, tutto qui.

La Brian Setzer Orchestra continua ad attirare pubblico, soprattutto durante le feste. Da dove viene il suo fascino, secondo te? 

Quando ho fondato la big band, un sacco di gente si è messa a fare swing, pensavano fosse un revival. Ma non è così, io ho una vera big band. Non si tratta di un paio di trombettisti in fondo al palco, ne abbiamo 16! L’ho fondata perché la adoro. Credimi, non pensavo che avrebbe funzionato, ma la gente mi impedisce di metterla da parte. Ogni anno le cose diventano più grandi, come una valanga. Chi non sarebbe sorpreso, con 18 persone sul palco? Amo suonare con loro, ma amo anche gli Stray Cats e fare musica da solo.

A proposito degli Stray Cats, nel 2022 cadranno i 40 anni di Rock This Town. Cosa ricordi di quando l’avete registrata? 

Ricordo le session a Londra, in uno studio che ora non c’è più. Ho lavorato al lungo sul suono del basso, un elemento fondamentale del rockabilly. Nessuno aveva fatto niente di simile. Negli anni ’50 si suonava il contrabbasso, poi è stato dimenticato per quarant’anni. Volevo il suono dello slap, così ho iniziato a spostare Lee (Rocker) in giro per la stanza. Era un bassista fantastico, ma volevamo quel suono. Dave Edmunds (il produttore) voleva che il sound non fosse né troppo distorto, né troppo pulito. Abbiamo registrato Runaway Boys e Rock This Town, quando le abbiamo riascoltate abbiamo capito che ce l’avevamo fatta.

Gli Stray Cats non sono ancora nella Rock & Roll Hall of Fame. Ti piacerebbe entrarci? 

Se non succedesse mi dispiacerebbe. Sai, credo che sia un onore. Ma non so come funzionano certe cose. La mia chitarra è allo Smithsonian, e gli Stray Cats dovrebbero essere nella Rock & Roll Hall of Fame, sì. Ma non è che ci perdo il sonno.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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