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Branduardi: «I discografici ridevano di ‘Alla fiera dell’est’. Poi ho riso io»

Sono quasi 50 anni che va controcorrente, con successo. La sua ultima follia: un disco, ‘Il cammino dell’anima’, dedicato all’opera di santa Ildegarda di Bingen, mistica, musicista e mito del femminismo vissuta nel 1100

Angelo Branduardi

Foto: Ferdinando Bassi

Quando lo sento, Angelo Branduardi sembra scocciato. Non per l’intervista, ma perché, a causa del coronavirus, è stato obbligato a rinviare i suoi concerti. Per uno come lui che vive di musica è uno vero dispiacere. Anche perché il suo ultimo lavoro, Il cammino dell’anima, è un progetto interessante e meritevole che approfondisce alcuni temi dell’opera visionaria di Hildegard von Bingen, Santa Ildegarda in Italia. Monaca e poi badessa, Ildegarda fu anche mistica e poetessa, musicista, filologa ed erborista. Ha spesso anticipato i tempi e ha esplorato, senza paure, il posto dell’anima nel Cosmo, musicandolo con la sua visione unica. È lavoro complesso, quello di Branduardi, che il cantautore ci spiega regalandoci anche la sua lucida e personalissima visione sull’attualità musicale e non.

Perché hai deciso di approfondire la conoscenza della musica di Ildegarda?
Stavo facendo una ricerca sulle donne che avevano scritto musica. Qualcuno mi ha detto che stavo perdendo la più brava: ho cercato le partiture originali e le ho trovato straordinarie. È vissuta più di mille anni fa ed è diventata grande mito del femminismo moderno.

Cosa hai approfondito, nello specifico?
Mi sono interessato alla persona, che era un’aliena, una specie di Leonardo Da Vinci. Era una musicista straordinaria: aveva inventato note inaudite che non si possono sentire perché sinfonia delle sfere cosmiche. Ha anche creato la lingua “ignota”, un esperanto ante litteram. E poi era un sacco di altre cose: medico, psicoterapeuta, studiosa dell’anatomia, dietologa. A lei si deve addirittura l’invenzione del luppolo nella birra.

Che altro?
Molto particolare il suo ordine, quando lo creò: le monache erano tutte bellissime, ricchissime e nobilissime. Erano vestite di bianco, non portavano velo, ma capelli sciolti a volte intrecciati con ghirlande. Quando le veniva chiesto delle altre suore lei rispondeva: “Perché, ci sono altri monasteri?”. Scriveva a papi e imperatori, alla pari. È stata fatta santa solo mille anni dopo la sua morte, da un fine teologo come Ratzinger: il suo processo di beatificazione iniziò dopo la dipartita, ma fu immediatamente fermato.

Come mai?
C’erano troppe cose strane. Fosse vissuta 300 anni dopo sarebbe finita sul rogo. Ratzinger l’ha fatta santa e dottore della Chiesa (titolo attribuito a religiosi che hanno mostrato particolari doti di illuminazione della dottrina, nda). Sono solo quattro le donne considerate i dottori della Chiesa: Santa Caterina da Siena, Santa Teresa D’Avila, Santa Teresa di Lisieux e Ildegarda. Per tutti questi motivi è stata un mito fondante del femminismo storico.

Cosa ti ha appassionato di Ildegarda?
Negli anni oscuri del Medioevo – che poi così oscuri non erano perché radici profonde della cultura europea – scriveva alcune melodie che risentono del tempo, mentre altre no. Soprattutto le due estasi.

Cioè?
Ildegarda andava in trance e venivano trascritte le parole dal suo confessore. Le due estasi, La donna e Il figlio, sono melodie universali, potrebbero essere state scritte oggi. Nella suite, ci sono due brani strumentali, due danze che sembrano celtiche perché le monache, nella rappresentazione del Cammino dell’anima, ballavano. Quello che ne nessuno sa è un’altra cosa.

Sarebbe a dire?
Se si guarda l’altare della chiesa romanica di Sant’Ambrogio, a Milano, si nota che è appoggiato su grandi lastre di marmo, molto larghe e lunghe, che degradano e sono sempre più grandi e più lunghe. I gradini sono molto bassi, perché durante le cerimonie i fedeli ballavano. Una cosa meravigliosa perché racchiudeva tutto: la fede, la musica, il canto, la danza. Non si capisce come questa storia sia andata a finire male. Credo sia una delle proibizioni, insieme ad altre, nella musica, dopo il Concilio di Trento, nel 1545. Nel Concilio Vaticano II si cercò di reintrodurre qualcosa che facesse partecipare la gente, ma i risultati furono disastrosi.

Tornando a Ildegarda?
Abbiamo affrontato il materiale con estremo rispetto: le linee melodiche sono inalterate, abbiamo scritto solo la parte verticale della musica, le armonie, gli accordi, le progressioni. Anche un po’ di ritmo che, se si vanno a vedere le partiture, era già segnato. Abbiamo usato batterie, percussioni antiche, rivestito la musica primitiva di cose fruibili e attuali, senza mai esagerare.

La difficoltà maggiore?
Le parole che Luisa, mia moglie, ha tradotto. Ildegarda scriveva in un latino che non era ancora latino e in un tedesco che non era ancora tedesco. È stato fatto un grande lavoro, le liriche sono bellissime. E poi, incredibile ma vero, il disco viene comprato e la gente riempie i teatri.

Come te lo spieghi?
Sono un artista di nicchia però, parecchie volte, senza volerlo, sono finito nel mainstream piazzando successi internazionali.

Effettivamente è proprio così…
Vado controcorrente, quello che altri non fanno. So che un lavoro di questo genere è provocatorio, ma sono un provocatore. Quando ho scritto Alla fiera dell’est un sacco di direttori artistici delle case discografiche si sono messi a ridere, poi dopo ho riso io. A questo proposito c’è una cosa importante: se chiedi a un bambino chi sono, non lo sa. Ma il topolino lo conosce. Significa che quella canzone non mi appartiene più, è diventata patrimonio popolare. Dopo la mia dipartita mi darà un briciolo di immortalità. Il massimo che un artista può raggiungere, anche se sembro immodesto lo dico.

Hai prodotto anche il disco L’infinitamente piccolo, dedicato a San Francesco. Adesso questo dedicato a Ildegarda. Trovi analogie tra i due santi?
Sì. L’idea che la musica sia l’arte più alta è verissima e condivisa da entrambi. Il mio amico Morricone aggiunge che, essendo l’arte più astratta, è la più vicina all’assoluto. Un concetto che dicevano entrambi: la sinfonia del cosmo di Ildegarda da un lato e Francesco, dall’altro, che parla del cerchio, dove il creatore canta per te e tu canti per lui e tutte le creature. Come nella prima poesia della nascente letteratura italiana, Il cantico di frate sole. Secondo Francesco, quando questo cerchio si interrompe, è un casino.

Altre similitudini?
Francesco era stato ricco, restaurava la Chiesa, ha avuto problemi dopo la prima regola che lui non voleva fare, era troppo intellettuale. Questo non c’è in Ildegarda, il padre era ricchissimo e aveva un monastero di donne altrettanto ricche. Non è una colpa, ma da questo punto di vista la visione è davvero diversa.

Passiamo all’attualità. Un artista come te come vive questi tempi?
Come uomo sono diverso dal musicista. Mi dicono essere una persona gradevole, piena di humour e autoironia. Quando prendo il violino, però, divento un altro e anche io vedo e sento la musica delle sfere celesti. In questo momento il cerchio magico di Francesco è interrotto, ma da tempo.

Perché?
Greta Thunberg lo dice meglio di me. E poi c’è questa corsa al di più, questo obbligo di fatturare ogni anno di più. È una specie di turbo capitalismo. Io non sono comunista o socialista, ma il turbo capitalismo mi lascia perplesso. La finanza è staccata dell’economia e diventa un gioco dove perdono i poveri.

Sei stato spesso accostato alla destra. Come vedi le Sardine?
Sono una bella cosa, ti stavo parlando solo di cose negative, mentre qualcosa di positivo c’è. La destra e la sinistra non le ritengo categorie.

Ma allora perché ti volevano vicino alla destra?
Per la ricerca delle radici. Lessi la prima volta Il signore degli anelli, con fatica, in inglese, perché in Italia non era ancora stato pubblicato. Quando uscì con Rusconi, L’Espresso scrisse che era un libro nazista. Sono un ammiratore di Tolkien e non ci trovo nulla di nazista. Addirittura ci hanno fatto i film, anche per bambini. Dov’era il nazismo? Semplicemente nel fatto che coltivava le radici antiche. Come la bellissima frase “le radici antiche e profonde non gelano mai”, avrei voluto dirla io. Non percorro un’autostrada, ma un cammino a volte sofferto, dove cado, però continuo la ricerca con la erre maiuscola, come la chiamavano i Cavalieri della Tavola Rotonda che andavano a rintracciare il Graal. Io mi accosto a quel tipo di cosa e, anche se vivo qui e ora e mi occupo dell’influenza, del coronavirus e di tutte le cose che succedono, in un certo senso sono un uomo antico. Non è che abbia un interesse straordinario, però leggo il giornale tutti i giorni, anche gli annunci mortuari.

A questo proposito, su Facebook, durante martedì grasso hai scritto: “Dietro la maschera della guerra, c’è sempre la faccia della Morte, ma in Ballo in Fa Diesis Minore è la Musica che sconfigge la Morte”. Come si traduce questa frase, oggi, ai tempi del coronavirus?
Come musicista non mi dice niente, non vedo la peste nera. Ho sentito un professorone al telegiornale dire che quest’anno ci sono stati cinque milioni di casi di influenza normale con, nell’ultimo mese, 260 morti. Questo perché la gente non si vaccina. Io sono sempre a contatto con tante persone e teatri, mi faccio i vaccini e non ho mai niente. Il coronavirus non deve essere preso come una peste medievale, è una cosa successa per ragioni non dimostrate, ma evidenti.

Tipo?
La Cina è un Paese pieno di contraddizioni: ci sono i miliardari, ma la maggior parte della gente vive ancora senza l’acqua e le fognature, con le bestie vicine. Infatti il primo contatto è stato tra un animale e un uomo, da lì è partito il tutto. Non ne faccio una tragedia: abbiamo sconfitto tutti i batteri e adesso ci sono i virus. Al limite, nell’estinzione, quando ci sarà, resteranno solo loro, i virus.

Torniamo alla politica. Anche se ti avvicinano alla destra, hai avuto modo di confrontarti con due nomi molto amati dalla sinistra: in Primo d’aprile 1965 hai musicato l’ultima lettera di Che Guevara ai genitori. E poi hai conosciuto Pasolini.
Non solo: sono stato un allievo di Franco Fortini altro uomo amatissimo dalla sinistra, quasi maoista. Venivo dal conservatorio dove se suoni bene, anche se sei un deficiente, non importa. In pochi andavamo il pomeriggio da lui ed era una bottega rinascimentale. Rimanevo a bocca aperta, tutto quello che so l’ho imparato lì. Mi fece conoscere Pasolini che lesse le poesie che Fortini reputava più belle, quelle in dialetto friulano. Quando abbiamo studiato il Paradiso della Divina Commedia – che Fortini riteneva il più bello, mentre l’Inferno più popolare – mi faceva vedere l’empireo. Un uomo straordinario, senza il quale non sarei quello che sono. Ma ho avuto tanti incontri fortunati con uomini straordinari. Sono come un ragno che succhia la preda, qualsiasi cosa che mi interessa la faccio mia. Ho questo senso che, anche se non voglio mi si appiccica addosso, come la polvere della gavetta che è durata tanto. Questa polvere gli artisti di oggi non ce l’hanno più, non hanno tempo di coltivarsi, sono grezzi.  Riescono a guardare la macchina da presa come grandi professionisti, ma non hanno il tempo di crescere. E la crescita è tormento ed estasi.

Ti riferisci ai talent show?
Eh sì, sì. Vanno, vincono e restano per sei mesi fino a che non arriva il nuovo vincitore. In realtà, nonostante i media siano molti di più di quando ho iniziato io, reputo che oggi sia molto più difficile, per un debuttante, farsi vedere come artista e impostare una carriera lunga. Era molto più semplice ai miei tempi.

Ecco, non lo avrei mai detto…
Ti faccio un esempio: quando una casa discografica trovava un cantautore che gli interessava gli dava cinque anni di tempo e tre dischi. Dicevano: “Col primo perdiamo, col secondo andiamo a pari e col terzo guadagniamo”. E magari davano una piccola cifra mensile che potesse aiutare gli artisti ad andare avanti nello studio. Perché, come dice Morricone, lo studio è tutto. Oggi hanno cinque minuti e poi una pedata nel culo. La casa discografica come creatrice di talenti non esiste più, non ci sono più i grandi direttori artistici che ho conosciuto io, che aiutavano l’artista, gli prospettavano cose diverse, erano come dei maestri anche se poi, magari, non li ascoltavo affatto. Adesso non è così.

Però adesso ci sono le etichette indipendenti che, fatte le dovute proporzioni, fanno quello che un tempo era compito delle major.
Questo è vero.

Foto: Ferdinando Bassi

Chi ti piace tra le nuove leve?
Purtroppo non sono artisti di primo pelo: Caparezza, che mi ha fatto l’onore di inserire il mio pezzo Confessione di un malandrino nel brano La fitta sassaiola dell’ingiuria. Tiziano Ferro è un grande artista. E mi piace pure Fabri Fibra. Resto legato, poi, all’uomo che ho amato di più: Franco Battiato. I nomi che ti ho detto non sono moderni, ma della trap e di quelle robe lì non mi interesso affatto, mi dà fastidio la misoginia.

Non vai spesso in tv.
È una scelta mia. E poi non mi chiamano perché istigo al suicidio gli spettatori (ride, nda). Ho fatto programmi di nicchia, non spettacoli, ma conversazioni lunghe, nelle quali ho tempo di esprimermi. Ma sai, avere una nicchia qua, una in Germania, una in Francia, una in mezzo mondo, alla fine faccio bingo.

Non sei mai andato a Sanremo.
Ai miei colleghi storici, come Venditti e De Gregori, gli veniva l’itterizia. La differenza tra loro e me è che io non vengo da una scuola e non ho creato una scuola. Non ho mai avuto epigoni, anche perché li avrei ammazzati. Ma come si fa ad andare a Sanremo? L’ugola non è un muscolo.

Ti hanno mai chiamato?
Come no! Gli ho risposto che volevo i primi cinque posti, non mi bastava vincere. Me lo chiese una signora molto simpatica e intelligente, penso durante il Tenco. Alla mia risposta si mise a ridere. Ora non cura più Sanremo da anni. Quella fu l’unica richiesta diretta, le altre arrivarono tramite la casa discografica e il manager.

Il momento della tua carriera che ti ha dato maggiore soddisfazione e quello che ti ha provocato più sofferenza?
Forse è la stessa cosa: quando ho suonato a Parigi sulla pista dell’aeroporto di Bourges davanti a 150 mila persone. Da un lato un’esperienza enorme, dall’altro una grande sofferenza perché avevo paura: compresi di non essere un artista rock, non c’entravo niente. Quello è stato il top della mia carriera, ma anche la fine, di una certa carriera.

Ti senti sottovalutato?
No, assolutamente. I branduardiani mi amano molto. Ora sono una specie di padre nobile, trasversale, che riempie i teatri con gente che viene ad ascoltare Ildegarda e San Francesco. Sono felicissimo di quello che ho.

Hai già in mente il prossimo progetto nel quale vuoi immergerti?
Farò un tour europeo. Ildegarda in Europa è molto conosciuta ed è forse l’unica santa cattolica stimata da anglicani e protestanti. Quando sono in giro a suonare non riesco a scrivere, tutto è concentrato su quelle tre ore serali. Capiterà, se avrò ancora idee. Fino a ora qualcosa è successo.

Che artista sei oggi?
Ti rispondo con una frase bellissima di un trovatore tedesco, anonimo, dell’anno mille, che faccio mia: “io sono il trovatore e sempre vado per molti paesi e città. Ora sono giunto fin qui, lasciate che prima di partirne io canti”.

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