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Boosta: «Perché uno deve mangiare sano, ma ascoltare musica di merda?»

Va bene mangiare spesso insalate come il pop frivolo, ma a volte ci vuole qualcosa di digestione complessa. Quel burrito sarà proprio Cramps Records, storica label italiana che rinasce con il tastierista dei Subsonica alla guida

Fare un’intervista con un soundcheck in sottofondo è complesso, ma sbobinarla è ancora peggio. La voce dell’intervistato, in questo caso Davide Boosta Dileo, si perde nello stesso range di frequenze medie degli amplificatori di chi suona, in questo caso Massaroni Pianoforti, con il risultato che difficilmente si distinguono le parole di uno dall’altro e i picchi di decibel della batteria inglobano il parlato con una facilità assurda.

Ironia della sorte, però, la voce del tastierista dei Subsonica è per davvero la voce di Masseroni, dei Minis (gruppo di quattordicenni bravissimi) e di chiunque andrà a comporre la nuova squadra di Cramps Records. Da lunedì 17 giugno Boosta è infatti il nuovo direttore artistico, A&R e signore oscuro della neo-rinata etichetta, inattiva dal 1980 ma onnipresente nelle orecchie degli amanti del rock anomalo, del pop inconsueto-dagli Skiantos agli Area, da Camerini a Finardi. Ed è sempre Boosta che, l’altra sera, davanti a una birretta, mi ha parlato del nuovo corso di Cramps, proprio mentre Masseroni e la sua band stavano testando i volumi prima della festa di (ri)lancio dell’etichetta.

Siccome, oltre a Minis e Massaroni, Cramps vuole pubblicare un altro album nel 2019, l’idea è che mandiate a noi le vostre demo. Noi le scremiamo, e le passiamo a Boosta. Sarà ovviamente lui a scegliere il terzo album pubblicato da Cramps quest’anno. Trovate il form per mandare le candidature a questo indirizzo.

Perché proprio Cramps? E perché proprio te?
Era un mio desiderio. Ho sempre voluto cimentarmi nella discografia, ma nell’accezione migliore del termine. Perché io parto dall’assunto che più musica c’è e meglio stiamo tutti. Io sono felice della mia esistenza da musicista, mi sento abbastanza realizzato. Però mi piace l’idea di lasciare un’eredità, la possibilità di fare un pochino da fratello maggiore. Avere una chiave in più per qualcuno mi sembra molto bello. Allora ho pensato: un’etichetta nuova non ha neanche tanto senso, quindi è meglio puntare su una storica, che aveva bisogno di riscattarsi. Cramps è stato il primo nome che mi è venuto in mente. Dagli Ottanta non ha più fatto nulla, la sua storia è come se finisca lì. Adoravo l’idea di riprendere il discorso da lì, un po’ come Enzo Tortora che, dopo tutto il casino, è tornato a Portobello e ha esordito con un “Dove eravamo rimasti?”. Ma soprattutto, volevo rimettere insieme due nodi fondamentali. La memoria storica è sempre più corta, i ragazzi di oggi è difficile che sappiano cosa è successo negli anni Settanta. È anche vero che allora la musica aveva un altro valore storico e culturale. Mi sono detto, ripartiamo da lì, da questo logo bellissimo e iconico. Ricominciamo a fare musica, musica nuova. E mentre la fai, vuoi mettere mai che qualcuno si appassiona?

È facile che possa succedere. Che qualcuno così scopra gli Skiantos o gli Area.
Io penso che la cosa più bella di questo marchio fosse la dedica, la dedizione alla complessità. Questo è un periodo molto semplice. O meglio, è un periodo complesso ma snocciolato in maniera semplicistica. Motivo per cui nei giornali bastano i titoli dei link e le immagini e voilà, ti sei informato. Stessa cosa nella musica, nel pop lavori con quattro accordi in continuazione, il pezzo poi è sempre più corto e standardizzato. Ci sta, ci sta tutto. Ma è come nel cibo: di commestibili ci sono migliaia di ingradienti che puoi masticare, ingoiare, odiare, vomitare. L’idea di portare un po’ di complessità, è come intraprendere un percorso. Perché, le cose complesse, mangiate subito a stomaco vuoto sono indigeribili. Bisogna procedere per gradi: riaprire le porte di Cramps, far confluire i ragazzi con la demo in mano, e poi muovere un percorso che sia dritto verso il futuro ma costellato di tappe che ti consentono di fermarti e guardare al passato. L’unica cosa che posso garantirmi, dopo 20 anni che faccio questo mestiere, è la libertà. E soprattutto, posso garantirla a chiunque farà parte di Cramps.

Insomma, sarai a tutti gli effetti un A&R discografico.
Yes I do. Sarò un A&R, un fratello maggiore, qualcuno che può sentire la tua musica e ti può dare il suo parere. Per quanto la musica sia l’argomento più soggettivo al mondo.

Per “semplificazione” intendi un genere in particolare?
Prendiamo il cosiddetto indie, l’indie pop contemporaneo. Possiamo dire che sono almeno due anni che è partita l’ondata? In due anni saremo già alla quinta generazione di artisti indie, di gruppi a catena. Non è un problema, il problema è che uno batte il sentiero all’inizio e poi in poco tempo quel sentiero lo battono tutti. Un po’ la colpa è nostra, dei media, di quello che succede intorno. Però la musica non dev’essere intrattenimento. Perché ora la maggior parte della musica commerciale è intrattenimento. La musica deve tornare a essere una responsabilità. Torniamo sulla metafora del cibo. Ti dicono che bisogna mangiare bene, mangiare bio, senza zuccheri aggiunti, tutte quelle cazzate lì. Perché il cibo ti fa stare bene, fa vivere bene. Cazzo, ma anche la musica fa stare bene. È provato scientificamente che la musica ti renda più intelligente, ti amplia i collegamenti sinaptici, rilascia endorfine che fanno bene al corpo. E allora perché devo mangiare bene ma ascoltare musica di merda? Il che non vuol dire che l’intrattenimento sia musica di merda. A me piace il pop. Dico solamente che, così come bisogna imparare a mangiare tutto come da piccoli, bisogna anche ritornare ad ascoltare di tutto. Questo già sarebbe un passo avanti. Posso mangiare bene tutta la settimana, ma la sera che mi voglio scassare cibo messicano e asfaltarmi di alette di pollo, vado. Stessa cosa per la musica. Anche io quando voglio stare leggero mi ascolto gli Aqua o Britney Spears. Ma non c’è solo quello. Cramps è proprio questo, c’erano gli Area, gli Skiantos, c’era Finardi. Potevi fare tutto, dal frivolo al complesso. Perché non farlo anche ora?

La diversità interna di Cramps, oltre che il suo punto di forza, è stato poi uno dei motivi che l’ha portata allo sbando. Per via delle discordanze fra gli artisti. Tu come pensi di evitare che succeda di nuovo?
Penso che la fine di Cramps sia stata più complessa, sotto più punti di vista, sia umano che artistico, che storico e culturale. Non dimentichiamo che dagli anni Settanta agli Ottanta la musica è cambiata radicalmente. Per me può solo essere un valore la diversificazione, come faceva Gianni Sassi all’epoca. Non sapremo mai esattamente come e perché è finita la prima storia di Cramps. Quello che so di Cramps, quello che ricordo, è la voglia di essere potenti. Esteticamente, come contenuti, essere un’etichetta di rottura. C’era sempre qualcosa che ti lasciava-come dicono gli inglesi?-un pochino uncomfortable. Noi ormai siamo abituati alla musica come intrattenimento comodo e preconfezionato. Ecco, Cramps vuole essere un po’ scomoda. Ora, non significa che faremo solo cover di John Cage. Ma sicuro sfoggeremo una grammatica sbilenca. E da piccola etichetta voglio che diventi una riflessione collettiva, perché il microfono è una responsabilità. Quando i testi sono vuoti, o peggio consegnano messaggi sbagliati, allora stai sbagliando. Il punk anche aveva messaggi scioccanti, ma faceva da antagonista ai cattivi. Nei testi di Cramps, spero, non parleremo di quanti soldi facciamo o di quante borse di Gucci ci compriamo.

Parlami un po’ dei primi nomi nel roster della nuova Cramps.
Allora, quello che senti è Masseroni. A me lui piace molto, perché è il trait d’union fra passato e futuro. Ha una scrittura molto legata agli anni Settanta, armonicamente e melodicamente, molto pop, e scrive delle liriche che sono incredibili. Ora, non è che io sono lo Zanichelli del pop, è semplicemente un’accezione di pop che piace a me. È un bel modo di scrivere canzoni nel Duemila. Poi ci sono i Minis, che hanno più o meno quattordici anni a testa. Li ho conosciuti tre anni fa. Ora dimmi, degli undicenni che fanno stoner: che cazzo ti devo dire ancora?

In effetti nulla. Però entro il 2019 bisogna pubblicare un terzo artista, che cercheremo insieme. Che identikit devono avere i candidati?
Eh, quello che non ho ancora trovato, semplicemente. Cerco una roba che mi faccia dire: “Oh!” Non so come spiegarlo, è un po’ alla Fonzie. Io cerco tutto, rap, pop, jazz: basta che non sia banale. Oggi ci sono artisti anche molto apprezzabili, ma senza un minimo di sangue che scorre. Sento tutta la codifica della contemporaneità: faccio trap, allora metto il charleston che fa in un modo; faccio rock, allora metto la chitarra un po’ distorta così; faccio synthpop, allora piazzo tutte le citazioni possibili agli anni ’80. Ecco, io quando sento la maggior parte delle demo sento praticamente i manuali su come fare un genere. Anche musica fatta bene.



Senti il manierismo, insomma.
Sì! Poi, tutti rubiamo, tutti abbiamo citato. Ma il bolo che risputi dopo aver ascoltato musica per una vita, deve avere qualcosa di tuo. Deve. A volte le arterie di chi ascolta sono talmente sclerotizzate e atrofizzate che l’artista si castra a priori. Dice: “Io ci metto giusto quella goccia di sangue, perché so che solo quella riesce a passare”. Quindi succede che gli artisti si auto-castrino. Serve qualcuno che impedisca l’infarto delle radio, della musica.

Forse è il momento giusto per farlo.
Sì, perché la gente è tornata ai concerti, è tornata a vivere l’esperienza live. La musica è una sinusoide, ci sono momenti di niente e momenti di tutto. Se noi riusciamo a intercettare un pochino di meraviglia e di stupore, allora la magia torna. Perché ora tanti fanno musica per diventare popolari. La musica non è più un’esigenza, ma un veicolo per la fama. Quello che mi piacerebbe che passasse, specie alle generazioni più giovani della mia, è la popolarità può essere il corollario, non il fine ultimo. Io voglio fare il musicista da quando ho 14 anni, ora ne ho 44, quindi sono trent’anni che corro dietro alla musica. Da 22 anni con la musica ci campo, mi pago la spesa al supermercato grazie ai dischi. Se la gente per strada non mi riconosce, non me ne fotte un cazzo. Mi sono realizzato, mi frega di essere parte della vita delle persone a cui piace la mia musica. Molto spesso, c’è questo misunderstanding nato dal proverbiale quarto d’ora di popolarità (che ora si è ridotto a quindici secondi di una story di Instagram) per cui la musica diventa uno strumento. La musica è un’esigenza. Se avete l’esigenza di fare musica, mandatemi le demo. Altrimenti lasciamo perdere, amici come prima.

Non può essere un hobby, dici.
L’unica chance di riuscire nella musica è averne la necessità, un bruciante bisogno. Perché se hai quel bisogno ne fai di ogni, pur di fare musica. Io per comprare gli strumenti davo addirittura lezioni di canto, anche se a 14 anni ero stonato come una capra. Ho mentito su tutto pur di fare musica. Facevo i matrimoni, con le orchestrine suonavo Polka Loca con la pianola. A 18 anni, per guadagnarmi il primo stipendio da musicista, facevo il pianista in un ristorante che faceva il dopo teatro a Torino. Lavoravo il mercoledì, il venerdì e il sabato secondo la formula 3×2. Nel senso che su tre sere me ne pagavano due. Cento mila lire, dalle sette di sera alle tre di mattina. Quindi prendevo duecentomila lire alla settimana, cioè ottocentomila al mese. Che per me era una quantità assurda. Andavo da Merula, a Cuneo, e mi pagavo a rate gli strumenti. Al primo anno di università, i miei coetanei uscivano a farsi una birra, io invece arrivavo al ristorante alle sette, mi infilavo in una botola e suonavo il piano, che non era nemmeno nella stessa sala in cui la gente cenava. Era al piano di sotto, sotto la scala. Me ne stavo ore lì a suonare praticamente per me stesso.

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