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Bologna, la televisione e gli hater: i nuovi miti dello Stato Sociale

«Vogliamo sempre dare un messaggio oltre alla musica», parola dei cinque di Bolo. Pensando anche a chi li odia
"Amore, lavoro e altri miti da sfatare" è il terzo disco del gruppo

"Amore, lavoro e altri miti da sfatare" è il terzo disco del gruppo

Che fosse l’anno della consacrazione per Lo Stato Sociale era chiaro dal momento in cui annunciarono la data al Forum di Assago, a dicembre. Il disco Amore, lavoro e altri miti da sfatare è l’ennesima dimostrazione dell’impegno disimpegnato dei cinque bolognesi, che sono venuti a trovarci in redazione armati anche di risposte pre-registrate.

Ovviamente volevo chiedervi qualcosa su quali siano gli altri miti da sfatare. Sospetto ve lo chiedano in molti… (La risposta è un audio preregistrato, a conferma di quanto appena detto).
Lodo: Riscatto individuale, successo, l’immagine come giustificazione dell’esistenza, la democrazia della rete, la propria autorappresentazione in avatar, non il film ma come filtro di un social network, il mito del confine e quindi il sottomito dei 30 euro agli immigrati negli alberghi, il mito della ricchezza smodata (va bene essere ricchi però anche tu a un certo punto fermati che non c’è sempre bisogno di strafare), il mito del salutismo portato all’estremo, il mito del capital-liberismo come unico modello economico che possa esistere al mondo, il mito che non esiste più la destra alla sinistra, come altri luoghi comuni a caso, il mito che si possa fare della musica, della lettura, delle espressioni in genere non politica perché qualsiasi gesto è anche un gesto politico, il mito che il successo giustifichi un percorso.

Vediamo se la prossima nota audio risponde anche per questo. Nella review del disco vi abbiamo definiti “un punto in cui si intrecciano le linee immaginarie che uniscono i Cccp Fedeli alla linea e Luca Carboni, Francesco Guccini e i Lunapop“…
Albi: Ma magari… a me sembra una cosa bellissima. È un grandissimo complimento.

Non c’era una risposta per la bolognesità, per fortuna.
Albi: Perché non lo diciamo mai esplicitamente. Per noi non traspare.
Checco: Vuoi dirlo esplicitamente?
Lodo: Beh, tra di loro Carboni ne parla spesso. Anche Guccini…

Quindi la sentite vostra?
Lodo: Sì, tutto quello che abbiamo di bolognese è quello che non ci ha mai fatto partire per il viaggio di essere dei grandi fenomeni, è il motivo per cui siamo sempre autoironici, ci pigliamo sempre per il culo.

Ed è la stessa autoironia che usate quando cantate di temi anche un po’ “impegnati”?
Bebo: Fa parte anche di un codice che è la forma canzone, quindi c’è anche bisogno di asciugare il linguaggio. Ci sono tante cose da dire, certo, ma ci sono altre forme da da utilizzare. Bisogna adeguarsi al mezzo che utilizzi, quindi l’analisi a volte è sacrificata in favore di qualcosa di più pungente.
Albi: E forse è anche la voglia di avvicinarti al tuo interlocutore, fare un passo verso di lui.

Vi siete sempre espressi come collettivo, con cinque singoli sullo stesso piano…
Checco: L’ho scoperto ieri, ero convinto fossimo una boyband.
Albi: Massì dai, anche il fatto che abbiamo scritto un romanzo è un’operazione in questo senso. Secondo me siamo un collettivo perché vorremmo occuparci un po’ di tutto, abbiamo l’ambizione di sperimentare altri forme espressive.
Bebo: Tipo Lodo che fa teatro, Carota ha il progetto dei Keaton, Checco potrebbe fare un progetto solista se fosse meno pigro. Ci sono tante cose che dovremmo fare e potremmo fare.

A proposito di altri media, in tv alle Iene com’è andata?
Albi: È un’esperienza particolare per noi, siamo molto autonomi di solito anche nel creare contenitore e contenuto. Invece lì devi rispettare un codice, un registro di contenuto, una forma che a un primo impatto noi abbiamo trovato difficoltosa. Però poco dopo abbiamo iniziato a capirla: devi rispettarla perché esiste da prima di te. Il nostro intento è di riuscire a mettere del nostro anche in quella roba lì e non ribaltare tutto. Ad esempio, ci sono alcune parole che non puoi dire perché sono troppo forbite. Ecco, tipo “forbite” non puoi dirlo in tv.

Mi aspettavo il contrario in realtà…
Albi: No, il resto va bene, sono le parole troppo complicate per la maggior parte del pubblico che non funzionano. Ma quello lo accettiamo, fa parte del nostro messaggio fare in qualche modo “cultura”.
Lodo: O comunque giocare il più possibile con linguaggio, con i tempi comici, con il paradosso…
Checco: La sfida vera anche in television, come è successo quando siamo andati da Fazio, è riuscire a ribaltare la situazione, ma stando dentro le regole, stando nei limiti pur trovando una nostra identità. È un gioco interessante.
Albi: Tendenzialmente noi vogliamo sempre dare un messaggio, cerchiamo di portare qualcosa in più rispetto a soltanto una canzone. Come è successo al Primo maggio a Roma, avevamo 12 minuti e abbiamo passato mesi a pensare come riempirli. Non è solo tv, andiamo in onda sulla Rai e dobbiamo dire qualcosa, non sono solo tre canzoni.
Carota: Però quello era più il nostro contesto, eravamo su un palco…

Ma comunque era una prova da sostenere…
Lodo: Sì, noi sulla musica ci facciamo prendere, suoniamo un po’ come sentiamo sul momento. Ma sullo spettacolo siamo talebani, che non vuol dire che non cazzeggiamo, ma abbiamo un’idea precisa, di ritmi di tempo. Siamo cazzoni e talebani.
Albi: In un nostro concerto, in due ore ci sono forse due secondi di silenzio, non stacchiamo mai. Abbiamo ritmo.

E adesso che arrivate alla prova del Forum, come la state vivendo?
Albi: È un grossissimo test, siamo fermi con i concerti da un anno e mezzo. Per 4 anni abbiamo suonato sempre, ora dobbiamo toglierci la ruggine. È più per quello che sono preoccupato, che per la quantità di persone…
Lodo: Sì, suonare di fronte a tanta gente me la vivo bene, soprattutto se pagano un biglietto per noi. Per dirti, al Primo maggio stavo malissimo perché ti vedono sia i tuoi genitori, dalla tv, per cui senza avere il rapporto corretto, senza empatia e senza respirare l’atmosfera del live. E soprattutto ti vedono tutti quelli che ti odiano, che mai si sposterebbero per vederti suonare. A me il fatto di farmi vedere di fronte a quelli che mi odiano un po’ imbarazza, la televisione me la vivo un po’ peggio.

E non è uno stimolo in più, una sfida per conquistare anche loro?
Lodo: No, perché non credo che sia una questione di stimoli o di bravura, credo sia proprio a prescindere, di stile.
Checco: È come con la morosa quando vuol capire male una cosa la capisce male, non c’è via di scampo. Anche se ti impegni, se fai tutto bene, hai cannato una volta e basta.
Albi: Credo che i media, a seconda della loro fruizione, abbiano dei loro codici, a me appassionano un po’ tutti. Anche il palco per me è una forma di comunicazione, ma la tv è affascinante per quel lato ignoto, sei più nudo rispetto a un palco.

A proposito di chi vi odia, che rapporto avete voi con gli hater?
Albi: Non fa piacere ricevere la critiche, ovviamente. Bisogna conviverci, noi esercitiamo una grande influenza, perché essendo così variegati, così nella nostra proposta andiamo a incontrare molto spesso una larga fetta di persone che apprezzano quello che facciamo e una larga fetta che non capiscono. Hai più superfici di attacco.
Checco: Avere una trasversalità è un vantaggio da un punto di vista, ma crea sicuro delle incomprensioni.
Albi: Però credo che quando uno capisce cosa facciamo smette di insultarci. Al massimo non ci considera.

Ma voi rispondete?
Albi: Sì, chi più chi meno.
Checco: Più che altro quando vanno sul personale.
Lodo: Se è un personale pruriginoso è antipatico e da fessi, è il personale ideologico che è sbagliato. Se pensi che in quello che facciamo ci siano dei secondi fini, che ci sia voglia di fare i soldi, di fregare la gente. Ecco quello non lo accettiamo.

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