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Bobo Rondelli: «Canto la gioia della disperazione»

‘Cuore libero’ è un viaggio malinconico che parla di dolore e libertà. «La vita è corta e merdosa come un bastone da pollaio», dice il cantautore, un po' Piero Ciampi, un po’ Nick Drake e quando vuole anche un po' conte Mascetti

Bobo Rondelli

Foto press

Intervistare Bobo Rondelli è sempre un’esperienza. Tra una risposta e l’altra può capitare che il cantautore livornese imbracci la chitarra e accenni una canzone, reciti i versi di una poesia, si lanci in un’imitazione perfetta di Marcello Mastroianni o del Tognazzi di Amici miei. Si ride, ma non solo, perché poi c’è il lato mesto dell’artista che preferisce definirsi artigiano e che ti dice che le canzoni «a volte vengono, a volte no, non esiste una tecnica che ti garantisca che riuscirai a scriverle per sempre».

Durante questo anno e passa di pandemia, però, gliene sono venute 12, tra cui il singolo Sabrina, finite nel nuovo disco Cuore libero, in uscita l’11 giugno: un viaggio intimo, malinconico, dall’afflato poetico, che lo vede guardarsi dentro, sviscerare pene d’amore e sentimenti, rimembrare momenti lontani, riflettere su concetti come perdono e libertà con voce carezzevole e atmosfere acustiche morbide e soavi.

«L’ho registrato in casa ed è stata anche una scelta sonora», spiega Rondelli, classe ’63, anche attore per Paolo Virzì e altri, oltre che nella serie tv I delitti del BarLume. In questa nuova fatica è affiancato dal fidato Davide Fatemi alla produzione, in un album arricchito dal piano e dagli arrangiamenti orchestrali di Claudio Laucci, coautore delle musiche, dagli interventi degli amici di sempre Steve Lunardi, Valerio Fantozzi e Simone Padovani, dai cori di Jole Canelli e dalle chitarre di Leonardo Marcucci. È il suo nono lavoro solista dopo altri quattro con la sua vecchia band, gli Ottavo Padiglione, e uno firmato Les Bijoux pubblicato nel 1988, l’anno del debutto. Quest’estate lo porterà in tour, prima data al Teatro Romano di Fiesole il prossimo 1 luglio.

Ciao Bobo, come stai?
A differenza dei Rolling Stones non rotolo. Non rotolo sui palchi da un po’, sai com’è.

Tra poco, però, ricomincerai. Con un nuovo disco profondamente malinconico, devo dire.
A una certa età lo si diventa tutti, un po’ malinconici. Ma secondo me la malinconia aiuta, solitamente si associa al pensiero che c’è chi sta peggio, è consolatoria.

Che cosa significa per te oggi scrivere canzoni, in un mercato discografico in cui immagino faticherai a riconoscerti?
Non sto attento alle novità e alle mode, ho i miei riferimenti, un po’ Piero Ciampi, un po’ Nick Drake, e mi fa piacere che qualcuno se ne sia accorto, che amo muovermi in quel mondo acustico. Ma le canzoni non è che impari a scriverle, anche dopo tutte quelle che ho pubblicato non posso dire “so fare questa cosa”. No, per come la vedo io le canzoni non hanno bisogno di una tecnica speciale, sono come delle illuminazioni. Se arrivano sono contento, se no è lo stesso: ne hanno già scritte così tante di belle, di queste opere inutili ma utili, come dicevano i greci.

Tema caldo, di questi tempi.
Già, la pandemia ha dimostrato che Socrate aveva ragione. Se non ci sono spettacoli, se non ci si ritrova, se mancano i momenti di condivisione, la gente sta male. Perché al di là delle economie scarse, la solitudine è qualcosa di molto triste e il teatro, il cinema, i concerti sono un antidoto, occasioni in cui ci si confronta, si fa amicizia, si apre la mente, ci si scopre, ci si legge dentro. Ma io credo che dopo un lungo periodo di privazioni tutto questo si sia capito, a Livorno vedo che ci sono persone, anche ragazzi, che mi salutano per strada come per ringraziarmi, sento che mi vogliono bene.

Senti che hanno bisogno della tua musica?
Bisogno è un parolone. Sento che le persone hanno voglia che io… continui a sparare cazzate.

E a incidere album, no? Questo ha un titolo impegnativo: Cuore libero.
A parte che a me questo titolo non piaceva, ma mi hanno detto che era quello giusto (ride). Comunque Cuore libero si riferisce al fatto che sono uno che non aderisce al pensiero che ha attorno, al pensiero dominante. Mi piace la scena di Taxi Driver in cui De Niro dà una pedata al televisore, ecco.

La libertà sta anche in ciò che non si fa, o no?
La libertà è un deserto, non si è mai veramente liberi. Però uno che tende ad avere il cuore libero non è interessato ad arricchirsi, a schiacciare gli altri. Se gioco d’azzardo gioco col cuore, puntando alla roulette delle stelle. Solo che oggi vedo che c’è troppa evasione; pensa, per esempio, a quanto calcio c’è in tv, una partita tutte le sere e ogni giorno tutti a discutere di come ha giocato questo, del gol di quell’altro… Niente da ridire, io non sono un appassionato, ma non è che disprezzi chi lo è. Però parlo per me, e penso si stia dando troppa evasione alla gente.

Tu quand’è che ti senti più libero?
Quando faccio l’amore bene ed esco da me stesso, quando mi faccio trascinare via dalle ali della persona che amo.

In questo album l’amore è protagonista, soprattutto il dolore che l’amore può provocare. Ma nella title track mi sembra che il punto centrale sia la libertà come distacco dai desideri.
Sì, perché ormai l’unica cosa che desidero veramente è che i miei figli stiano bene. E in tutto questo provo ad affrontare la vecchiaia e la morte con leggerezza e serenità. Basta con gli opportunismi di certa gente che ti cerca perché ha bisogno di qualcosa, ricerco l’equilibrio dello yin e dello yang, ho sempre pensato che sia importante accettare di perdere e non esaltarsi troppo quando si vince. Perché anche quando qualcosa mi va bene, penso sempre a chi ha perso. Sarà che i miei genitori, come ho raccontato nell’autobiografia Cos’hai da guardare, hanno vissuto una vita molto dura. Erano meno che proletari, erano schiavi senza terra, mio padre muratore, mia madre che da ragazzina ha subìto molestie – ah, certi vecchi porci – ma che per questo si è sempre sentita in colpa. E queste sono cose che ti restano dentro. Le canzoni, allora, diventano un modo per essere portavoce di quella parte, per raccontare le ingiustizie e dire mai più: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

Un precetto apparentemente così semplice…
Sarebbe semplice se si iniziasse a sentire la ricchezza di un amore spirituale. E questo anche quando regali qualcosa, perché in fondo sei te che ricevi un regalo dagli altri quando li vedi sorridenti e felici per ciò che hai donato. Ma il mondo è sempre più spietato e finché non daremo dignità a tutti, finché ci sarà qualcuno costretto a mendicare, finché gli schiavisti continueranno ad arricchirsi, nulla cambierà. Ciò che mi auguro è che, indipendentemente dal fatto che ci sia un aldilà o meno, prima della morte ci pensino, gli sfruttatori, a ciò che hanno fatto.

La copertina di ‘Cuore libero’

Tu non credi all’aldilà, vero?
Non lo so. Credo alle persone che ho incontrato e che non ci sono più, ma che aleggiano: sento quelle. Credere a dio mi viene difficile, anche perché non è logico che ce ne siano così tanti, voglio dire, ogni popolo ha il suo…

Però in questo Cuore libero una spiritualità si percepisce, pur se lontana da qualsivoglia fede religiosa.
In questo disco ho cercato anche di dar valore alla gioia della disperazione, alla gioia del pianto. Si soffre, si supera il dolore, si ricomincia. Forse è un disco cristiano: Gesù muore e risorge e così è l’amore, come cantava De André. Sai, visto che adesso ho preso anche il premio (a fine maggio Rondelli ha ricevuto il Premio Faber, nda) posso parlare persino di De André. Scherzo, eh!

Lo so, lo so.
Non sarò mai all’altezza di certe sue canzoni, ma se quelle che scrivo piacciono a qualcuno… Non sta a me valutarmi, capisci? Non sta a me.

Però a te piaceranno le tue canzoni, o no?
Sì, e sarò sincero, mi piace quando durante i concerti sento il pubblico che le canta. Basta che non diventi la messa, se no interrompo e dico «ma dove siamo, in chiesa?». Oppure faccio cantare la gente e dico «ah, che bello, lavoro meno». Ma si scherza, si scherza sempre.

Tranquillo, lo scriverò.
È che ridere è necessario, soprattutto di se stessi. Quando parlo troppo sul serio mi viene da dire come Totò quando recitava ‘A livella e dopo l’ultimo verso «nuje simmo serie… appartenimmo â morte!», aggiungeva: «opperbacco».

Oggi come ti sembra ci si approcci al pensiero della morte?
Oggi ci sono queste trasmissioni dell’orrore che parlano per puntate e puntate della bimba non ritrovata, che ti spiattellano queste storie, una necrofilia diffusa che non mi piace.

Tanto voyeurismo verso le morti altrui, mentre la propria mortalità…
Quella è un po’ un tabù, ma c’è un pensiero che dice “non è il morire, è la paura di averne”: è la paura di morire che si cerca di rimuovere.

Tu non hai paura di morire, di invecchiare?
Più che altro non vorrei invecchiare troppo, perché gli acciacchi, i dolori… Diciamo che ho paura di morire di qualche malattia, preferirei addormentarmi e non svegliarmi più. Che poi, chi lo sa, in un mondo migliore forse sarebbe bello invecchiare, ma in questo è tutto troppo in mano alla tecnologia, al bombardamento mentale, e i vecchi ormai non contano più un cazzo. C’è un proverbio che dice: «La vita è corta e merdosa come un bastone da pollaio». Però non ci lamentiamo: c’è gente che muore di fame, di guerra, altro che epidemie, e tutto per il nostro lusso e benessere. Aiutiamoli a casa loro, dicono alcuni. E no, semmai smettiamo di sfruttarli, smettiamola di togliergli tutto. La verità è che il colonialismo non è mai finito. Ma sono discorsi lunghi e non starebbe a me farli, io scrivo canzonette. Tra l’altro per me lo sanno tutti che è questa la verità, lo schifo mi sale quando vedo quel Matteo che bacia i santini e poi non si preoccupa della gente che muore in mare: ci vuole una bella faccia tosta.

Per tutta risposta l’estate scorsa a Livorno hai cantato Imagine all’europarlamentare leghista Susanna Ceccardi, allora candidata alla presidenza della Regione Toscana, che aveva definito il brano di John Lennon “marxista”.
Che meraviglia. Anche se alle volte sento l’inutilità di partecipare alle proteste, perché non cambia mai niente, non fanno che riempirci di bugie dopo bugie. E siamo tutti stufi delle bugie.

“Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso”, cantava Battiato.
Quella è una bella frase. Le rivoluzioni sono soltanto una tregua, poi tutto torna come prima. Prima della pandemia mi ha fatto piacere vedere tanti ragazzi scendere in piazza con le Sardine, ma se poi i politici non ascoltano e se tutti noi non miglioriamo noi stessi rispetto a questa bramosia dell’apparire, del calpestare chiunque, e continuiamo a vivere in caste… È così, non è cambiato niente, è solo tutto più subdolo. E io non so più a chi dare retta, i mezzi di comunicazione trasformano in notizie quello che vogliono. Ma non vorrei passare per un pessimista.

Diciamo che sei un po’ stufo?
Non credo di essere l’unico. Ora tornerò a suonare, mi riprendo il mio palco e dirò la mia.

E canterai le tue nuove canzoni: com’è nata L’angelo e il lupo?
L’angelo e il lupo è una fiaba, una storia d’amore che ho scritto dopo che mi sono ritrovato disperato, ferito da una ragazza, la stessa di cui parlo ne L’infermiera, che un giorno mi avvicinò e un altro giorno, forse perché più giovane, se ne andò.

“Se vuoi andare fallo in un attimo, non ti voltare a vedermi piangere”, recita l’ultima traccia del disco. Tutto vero, tutto autobiografico?
Sì.

Tu come le vedi, le donne, oggi?
Più forti, quando decidono di andarsene lo fanno. L’uomo nasce coglione e morirà coglione. A Livorno si dice “la fia ci fa, la fia ci sfa”, è un vecchio detto che sembra volgare, ma non lo è. E le donne… le donne oggi dovrebbero smettere di voler essere belle per forza, dovrebbero scoreggiare pure loro, perdere pudore, essere libere e non avere paura di essere giudicate.

E voi uomini, non dovreste mettervi un po’ di più in discussione?
Certo. Ma c’è uomo e uomo e c’è donna e donna. E chiunque usi la violenza è un vigliacco, un verme.

Invece chi è la Sabrina che dà il nome al primo singolo estratto dall’album?
La sorella di un amico d’infanzia, da ragazzino me n’ero innamorato, in seguito è morta di overdose di eroina, ne parlo nel mio libro.

L’hai vista la docuserie SanPa?
Sì, e non mi è mai piaciuto Muccioli. Spero solo non accada più che si faccia arrivare la droga per le strade come a quei tempi, per spegnere il pensiero di una generazione. Perché è questo che è successo negli anni ’70: prima c’era l’hashish, poi a un certo punto sul mercato spuntò l’eroina e noi incoscienti non sapevamo di che si trattasse. Fu una mossa politica e anch’io ci sono cascato, le mie sfide alla morte me le sono fatte. Però non sono mai stato un vero tossico, mi sono sempre tirato indietro a forza, perché volevo suonare: la musica mi ha salvato.

Toglimi una curiosità, tu che ami il cinema neorealista e la commedia all’italiana degli anni ’60 e ’70, che film faresti vedere in questo periodo a un ventenne?
La ciociara di Vittorio De Sica, perché racconta la guerra dal punto di vista di una donna disperata e degli stupri che tantissime donne hanno subìto durante il secondo conflitto mondiale, quando gli americani mandavano in prima linea i soldati marocchini e francesi. Sarebbe da vedere e rivedere in quest’epoca di violenze e femminicidi.

E che canzone vorresti al tuo funerale?
La Marcia funebre per una marionetta di Charles Gounod.

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