L’incontro di Bobby Solo con il rock’n’roll non è arrivato solo grazie a un disco di Elvis. Si è prima incarnato in una creatura metà uomo e metà capra che gli è apparsa all’alba in un corridoio di Roma quando era bambino. Ce lo ha raccontato lui stesso per la prima volta, ora che ha 81 anni, in questa intervista: il suo personale crocicchio alla Robert Johnson. Da lì in poi la vita artistica di Roberto Satti, il vero nome all’anagrafe, sembra aver confermato il patto col diavolo.
Il ragazzo che nel ’64 ha venduto in una notte 345mila copie di Una lacrima sul viso, passando direttamente dal sottoscala senza gabinetto dell’Hotel Royal alla suite, oggi vive ad Aviano (Pordenone), macina ancora tournée tra il Nord e il Sud America (oltre all’Italia) e continua a parlare dei discografici di ieri e di oggi con un feroce candore: «Mi hanno rubato un sacco di soldi».
In questa lunga conversazione – interrotta solo da una videochiamata dal Minnesota del figlio Brian – ripercorre tutta la sua carriera: Presley e il primo amore che glielo fece scoprire, i contratti capestro, il socio che gli ha portato via lo studio di registrazione dove hanno inciso Patty Pravo e Napoli Centrale, i Måneskin («dei simpaticoni, ci canterei insieme»), l’avversione per i finti sold out e le fabbriche dei talent, fino allo sgarbo di Sanremo dove, conferma, non tornerà più: «Neanche se mi pagano».

Foto: Stefano Gislon
Partiamo dall’inizio. Che bambino era il piccolo Roberto Satti?
Timido e molto grasso. A un anno e mezzo pensavano avessi problemi alle gambe, avevo certe cosce che non riuscivo ad alzarmi in piedi. Sono nato a Roma nel 1945 e a Roma, allora, non c’era il latte come in campagna. Mi davano acqua e zucchero. Poi mio padre vendette agli americani due medaglie d’argento che aveva guadagnato combattendo in Etiopia, sugli aerei, e in cambio ci davano il latte in polvere, quello dei carri armati.
Quando è arrivata la musica?
Con un’apparizione, che mi piace raccontare a Rolling Stone per la prima volta. Avevo circa 3 anni, non avevo libri, non c’era la televisione, non c’era nulla. Una mattina all’alba scendo dal mio lettino azzurro di legno, quello con le sponde per non far cadere i bambini, e cammino nel corridoio verso la cucina, che era in fondo a 20 metri. È lì che vedo, ti giuro, una creatura con corpo di capra, alto così (fa il gesto con la mano, più alto di lui, nda), e la faccia da uomo, la barba e le corna, che mi guarda con degli occhioni neri. Tremo dal terrore, corro a buttarmi nel letto. Quando torno era ancora lì che mi guardava. La terza volta non c’era più.
Come te la sei spiegata?
Forse è stato il mio incontro con lo spirito del rock che mi ha scelto, come Robert Johnson che vendette l’anima al diavolo per il blues al crocicchio. Lascio agli esperti di esoterismo l’interpretazione. L’ho chiesto a un monsignore, mi ha detto che non era il diavolo ma un unicorno. Io non so benissimo cos’è un unicorno, ma quello di corna ne aveva due.
Tuo padre, militare dell’aviazione, non ti ha favorito nel percorso musicale.
Detestava il rock e aveva un’educazione rigidissima. Diceva: «Il rock è roba da straccioni, non sanno cantare, urlano». Amava Beethoven, Mozart, Verdi e Puccini. È per lui che mi hanno affibbiato un nome d’arte, diffidò la casa discografica dall’usare il cognome Satti. Allora la segretaria chiese al produttore discografico Vincenzo Micocci: «Come lo chiamiamo questo ragazzo?». E lui: «Americanizziamolo, chiamiamolo Bobby». «Ma Bobby cosa?». «Solo Bobby». Da quell’errore è nato Bobby Solo.
Com’eri arrivato alla Ricordi?
Per una ragazza (ride, nda). La segretaria era molto carina e andai a trovarla. C’era una chitarra appoggiata al muro e le cantai due pezzi di Elvis, Good Luck Charm e She’s Not You. Si apre la porta ed esce Micocci: «Chi cantava?». Mi prende e mi porta nel suo ufficio a cantargli altre canzoni. Io tremavo dalla paura, perché in quel momento entrarono anche Giorgio Gaber e Gino Paoli che ascoltavano quello che facevo. Micocci mi disse: «Che percentuale vuole?». Gli altri prendevano il 6%, ma io non pensavo ai soldi, pensavo solo la musica: «Facciamo l’1%». E lui: «No, sotto il 2% ci arrestano per corruzione di minorenne».
Poi hai venduto 57 milioni di dischi in tutto il mondo.
Così scrivono, anche se io i soldi di quei dischi non li ho mai visti. Qualcuno li avrà visti, io al massimo ho avuto un 5%. Ma non mi interessa. Per me i soldi servono solo per vivere, tutto il resto è inutile. A me serve la musica. Senza la musica per me la vita è finita. Quello che conta è che ho fatto 28 tournée per gli italiani negli Stati Uniti e in Canada, 6 in Giappone, 6 in Australia, 12 tra Argentina, Venezuela, Brasile, Bolivia e Cile. Non mi è mancato nulla.
Faccio un passo indietro: quando hai sentito Elvis per la prima volta?
Siamo nel 1960. Vado in piazza delle Muse a Roma e vedo una ragazza americana di 14 anni, figlia di un giornalista del New York Herald Tribune: coda di cavallo biondo platino, scarpe da ginnastica, calzettoni bianchi, belle gambe, la gonna fino al ginocchio. Mi innamoro! Non ci siamo mai dati neanche un bacio, forse qualche bacetto sulla guancia. Non erano tempi liberi come oggi, era un amore spirituale, platonico. Si chiamava Betsy McGurn. E lei mi parlava di Elvis. Io conoscevo Celentano, Mina, Ornella Vanoni, Tony Dallara, Johnny Dorelli. Allora avvisai la mia sorellastra Fiorenza, che aveva 15 anni più di me ed era andata in America con una borsa di studio ad Atlanta, che mi spedì quattro 45 giri e tre long playing di Elvis Presley.
Che effetto ti fece?
Mi sono fatto il ciuffo ai capelli per piacere a Betsy (ride, nda). L’aspetto più interessante era il suono. Chiesi a mia mamma di comprarmi una chitarra e mi prese una Carmelo Catania. All’inizio credevo che la chitarra suonasse da sola. La toccavo con la mano e dicevo: «Ma non succede niente».
Sei autodidatta?
Sotto casa c’era un falegname che aveva molti topi nel suo laboratorio. Io ero bravo con la fionda: piegavo i chiodi in due e diventavano proiettili. Lui mi disse: «Per ogni topo che mi uccidi, ti insegno un accordo». Gli ho ammazzato quattro topi e lui mi ha insegnato gli accordi di quella che sarebbe diventata Una lacrima sul viso. Sembra strano, ma è tutto vero.
Prima di Sanremo, però, le cronache raccontano di un provino in Rai andato male.
Mia mamma, Mariolina Pettener, un metro e 58 di donna, era un personaggio: dava consigli giocando a canasta e a bridge a signore quarantenni che tradivano il marito o erano tradite. Tra queste c’era la moglie di uno sceneggiatore, Giuseppe Patroni Griffi, che disse: «Perché non fate fare un provino a questo vostro figliolo?». Arrivo emozionatissimo con la mia Carmelo Catania, camicia di flanella scozzese e jeans, e dietro il vetro mi ascoltano questi uomini coi capelli bianchi. Canto un pezzo di Elvis un po’ moscio, Old Shep, la storia di un ragazzino e del suo cane morto che lo aveva salvato in un lago. Alla fine mi fanno: «Continui a studiare, lei è negato. Cantare è l’ultima cosa al mondo che può fare». Ho cominciato a piangere, ma è arrivato il chitarrista di Fausto Cigliano, un napoletano bravissimo, mi ha abbracciato e ha detto: «Non ascoltare questi vecchi rincoglioniti. Tu continua a cantare e vedrai che qualcosa nella vita farai». E non mi sono suicidato, infatti sono ancora qui (ride, nda).
Nel 1964 arrivi a Sanremo con Una lacrima sul viso, ma anche qui succede un cortocircuito: prima dell’esibizione vieni colpito da una laringite, decidono di farti mimare il brano in playback, solo che quando gli organizzatori se ne accorgono vieni squalificato. Intanto, fuori dall’Ariston, il pezzo esplode.
La paura era terribile. I miei colleghi, da Celentano a Mina, avevano fatto la gavetta: due o tre anni a cantare in pizzerie e balere. Io invece dal liceo, dove non studiavo, mi sono ritrovato nel teatro del Casinò di Sanremo con le telecamere. Ero terrorizzato, non sono riuscito a cantare. Però la cosa divertente è che quella sera alla Ricordi arrivò un fax: 345mila ordini in una sola notte.
Qual è stata la prima reazione?
Mi fa sorridere pensare che la Ricordi non puntavano su di me. Dicevano: «Non devi ispirarti a Elvis, devi ispirarti a Celentano». A dormire mi avevano messo all’Hotel Royal di Sanremo ma in un sottoscala senza gabinetto, per andare in bagno salivo nella hall, dove si lavavano le mani i camerieri, con la carta da parati tutta strappata. Quando ho venduto 345mila copie in quella notte, la mattina dopo è arrivato un cameriere e mi ha portato ad alloggiare nella suite. Dalle stalle alle stelle!
L’anno dopo, nel ’65, vinci Sanremo con Se piangi, se ridi.
Non avevo idea che avrei potuto vincere. Dopo aver cantato, dissi al mio arrangiatore Gianni Marchetti: «Leviamoci lo smoking, andiamo a mangiare». Stiamo pasteggiando ad aragoste e scampi quando, a mezzanotte, arrivano due della Rai: «Bobby, sei un pazzo». «Che ho fatto?», gli rispondo. «Hai vinto! Ti aspettano Mike Bongiorno e fotografi e i giornalisti». Mi sono rimesso lo smoking e Mike, che mi voleva bene come a un nipote, mi fa: «Bobby, cosa vuoi dire al tuo pubblico?». E io, tremando: «Grazie».
E nel ’69 torni alla vittoria con Zingara, in coppia con Iva Zanicchi. Pupo, vincitore nell’80, in un’intervista ci ha detto che «ai miei tempi bastava che i discografici si frugassero in tasca e vinceva l’uno o l’altro». Era vero?
Non ha tutti i torti. Quando sono tornato in gara nel 2003 con Little Tony, con un brano mio, la prima serata tutto l’Ariston batteva le mani e si alzavano in piedi. Poi hanno fatto le loro votazioni e siamo arrivati ventesimi su ventidue. A Tony venne il cuore matto. Per consolarlo dissi: «Meglio ventesimi che ventiduesimi». Lui mi rispose con una parolaccia.
Con Little Tony vi hanno dipinti come rivali.
Tra noi non c’è mai stata rivalità. Condividevamo il sogno americano, ci ispiravamo al rock’n’roll, da Gene Vincent a Buddy Holly. Erano i manager a litigare. Tony, con quella bella immagine da moro, costava sempre un po’ di più, e se una piazza non aveva i soldi per lui prendeva me. Anzi, ti dico di più. Quando cantavo Una lacrima sul viso lui, che aveva già una Jaguar verde cipresso metallizzato mentre io avevo in tasca 10mila lire che bastavano per dieci giorni di pranzi e cene, mi pagava tutto. E mi portò anche in un night dove per la prima volta ho ballato con delle donne, austriache e svedesi. Le ho pure toccate, visto che io le donne fino ad allora non le avevo mai nemmeno sfiorate. Ero tutto sudato…
Poi con Sanremo si è rotto qualcosa, in particolare negli ultimi tempi.
Mi invitano come ospite, chiedo 15mila euro e loro rispondono che sono troppi. Va bene, a me non frega niente di fare l’ospite, ma il mio agente mi richiama: «Ci hanno fatto la grazia, ce ne danno 5000». Poi ci sono voluti otto mesi perché mi pagassero, ho dovuto mandare una lettera dell’avvocato. Quando arrivo alle prove, comincia il bello. Dovevo solo sentire il timbro della voce e il suono della chitarra. Massimo Ranieri, prima di me, prova per 40 minuti. Arrivano le 18, niente. Le 19, niente. Le 20, niente. Dico: «Se non provo me ne vado». Alle 20:30, col programma che iniziava alle 21, ribadisco: «Mi sono rotto, me ne vado». «Bobby no, aspetta, si sono riuniti e hanno deciso di darti tre minuti di prova». Mi sono bastati due minuti per sentire bene la voce.
Com’è andata la serata?
Ranieri canta alle 22, mentre io alle 2:30 di notte. E ho fatto comunque 900mila spettatori. Amadeus non mi ha nemmeno presentato. A Ranieri un quarto d’ora di intervista, abbracci e baci, invece a me, che sono passato sul palco alle 2:30, mi ha lanciato solo con il nome e basta. Quando l’ho incrociato all’Ariston gli ho detto «ciao» e lui mi ha guardato schifato, chissà per quale motivo, e non mi ha parlato. Non so perché, non l’avevo mai incontrato in vita mia.
Nessuno ti ha spiegato cos’è successo?
Passa un anno e mezzo e mi chiama l’amico Gianmarco Mazzi: «Sono nell’ufficio della Rai con Amadeus e quelli che scelgono i cantanti di Sanremo. Ci siamo comportati male, ti dobbiamo chiedere scusa. Quest’anno vieni a Sanremo. In mezzo al programma canterai quello che ti piace per 15 minuti e poi, in onore di Little Tony, farai tre rock’n’roll». Io ringrazio, dimentico che mi avevano fatto cantare alle 2:30, ma passano tre giorni e mi richiama Mazzi: «Bobby, hanno cambiato idea: canterai tutti i tuoi successi solo in tre minuti assieme a Gigliola Cinquetti, Marcella Bella e Fausto Leali». Gli ho detto di no e arrivederci.
Come concorrente avevi provato a tornare?
Ho presentato canzoni cinque anni di fila, una più bella dell’altra. Rifiutate tutte. Anche l’anno scorso, con Carlo Conti. L’ultima non l’avevo scritta per vincere o per fare chissà cosa, però trattava un tema importante come quello dei femminicidi. A questo punto, posso assicurarlo, che a Sanremo non andrò mai più. Neanche se mi pagano.
Torno ai discografici. Già nel ’71 ti dissero che la tua carriera era finita.
Non solo, mi avevano dato 70 milioni di anticipo: «Bobby, la tua carriera sta finendo, dobbiamo riportarti dal 5% al 2%». Così me ne andai. E loro: «Hai ancora tre anni di contratto, se vuoi andartene firma che dal ’71, per tutta la vita, non prenderai mai più un centesimo». Una cosa illegale, tant’è vero che nel 2012 la BMG, che ha comprato la Ricordi, mi ha fatto un contratto nuovo proprio perché quella clausola era assurda. E infatti dal ’71 non mi hanno dato un centesimo. E guarda che non era una questione artistica: dal ’71 in poi ho fatto tonnellate di serate con un successo enorme. C’era qualcosa là dentro che non funzionava. Imbrogli tra discografici. Robaccia. Mi hanno rubato un sacco di soldi: scrivilo.
La storia dei diritti di Una lacrima sul viso è degna di un film.
Di Quentin Tarantino, aggiungo io (ride, nda). Nel giugno del ’63 io e Mogol firmiamo Una lacrima sul viso. La musica l’avevo fatta per mia madre, ma Mariano Rapetti, il papà di Mogol che dirigeva la Ricordi, disse: «La musica è bella, ma le parole sono banali. Le scriverà mio figlio». A ottobre Gianni Ravera organizza una specie di X Factor preistorico, La ribalta per Sanremo al Teatro Nuovo di Milano. Mi porta in camerino e mi fa firmare sei anni di contratto con la sua agenzia promettendomi il Festival. A quel punto alla Ricordi capiscono che ci sono i soldi e mi dicono: «Abbiamo sbagliato tutto, dobbiamo cancellare il bollettino: se ne occuperà il nostro direttore artistico Iller Pattacini, ti pagherà lui». Mi diedero in tutto cinque milioni di lire, meno il 25% di tasse. Due anni dopo vado a mangiare a Milano con gli autori di Non ho l’età di Gigliola Cinquetti e mi fanno: «Tu hai venduto dieci volte più di noi, 3 milioni in Giappone, 2 milioni e mezzo in Francia. Noi in due anni abbiamo guadagnato 137 milioni». Io ne avevo guadagnati solo cinque. Da lì sono partite le cause.
Come finì?
Ci vollero decenni. A un certo punto, mentre cantavo in una balera, arriva una bella mora con due uomini muscolosi. Io avevo denunciato Pattacini e penso: «Ora questi mi ammazzano». Invece lei mi fa: «Tranquillo tesoro, Pattacini trattava male me e mia figlia. Ho aperto la cassaforte e ho trovato i veri documenti». Risultava che era stato dichiarato molto meno di quanto incassato davvero. Vado con quei documenti alla casa discografica e mi dicono: «Bobby, se dichiari queste cose ci metti nei guai. Se stai zitto, ti facciamo diventare socio». Ho accettato, anche se alla fine, per anni, non ho preso nulla. Finché nel ’92 un amico mi avvisa: «Bobby, ci sono 500 milioni bloccati dall’avvocato Giorgio Assumma, fermi dal 1978». Per sbloccarli serviva la firma di Pattacini, ma sapevo che era in miseria e viveva in Brasile in una baracca con un’infermiera, come facevo a trovarlo?
Come si è risolto questo thriller?
Vado a cantare per i ragazzi in una comunità di recupero a Bertinoro, con Red Ronnie. E al ristorante gli dico: «Se trovassi il modo di far tornare Pattacini, di quei 500 milioni te ne darei la metà». Andiamo in una tabaccheria e su dei fogli protocollo scriviamo un contratto: “Io, Roberto Satti detto Bobby Solo, se qualcuno farà tornare Pattacini…”. Dopo sette giorni mi chiama un amico di Red Ronnie, un parrucchiere di Pieve di Cento, e mi fa: «Bobby preparati, lunedì arriva Pattacini dal Brasile». E così nel ’92 mi ha restituito la canzone. Adesso rende 3-4mila euro a semestre, non il milione e mezzo che non ho mai visto.
C’è anche un’altra vicenda poco chiara che ti ha coinvolto: lo studio di registrazione che apristi a Roma.
Io non ho mai imbrogliato nessuno, ma tutti hanno imbrogliato me. Mia mamma, per la mia vecchiaia, mi aveva comprato degli appartamenti a Monteverde. Ma un giorno vedo un vinile di James Taylor, che incideva in America con lo studio dentro la fattoria. Così vado a cercare una fattoria analoga ma sull’Aurelia e trovo un avvocato di 80 anni che me la vende per 390 milioni di lire, il prezzo degli appartamenti. Poi, però, il mio socio mi ha rubato tutto, lui ogni tre mesi aveva una macchina nuova.
In quello studio è passata una parte della storia della musica: Alan Sorrenti, Patty Pravo, il Banco del Mutuo Soccorso, Roberto Vecchioni, Napoli Centrale.
È vero, lo studio si chiamava Chantalain, come i miei primi due figli Chantal e Alain. Su Napoli Centrale ti racconto un aneddoto. James Senese mi chiama nel ’75 per registrare il disco Mattanza, uscito nel ’76. Avevamo un grande fonico, ma James voleva registrare dalle 9 di sera alle 7 del mattino. Il terzo giorno il fonico è svenuto. Allora Senese mi fa: «Il fonico lo fai tu». «Ma io non sono un fonico!». «Tu c’hai l’orecchio musicale», ha insistito. E ho registrato io. Infatti sul disco c’è ancora scritto: “Fonico: Roberto Satti”. Due anni fa mi è venuta la curiosità di riascoltare i pezzi di Mattanza, effettivamente sono incisi bene.
È vero che hai detto no ai Beatles e a Moroder?
Ero un po’ ingenuo da ragazzo. Verso il ’65-’66 la Ricordi mi mandò dall’editore dei Beatles a Londra a New Oxford Street. Sembrava Winston Churchill in un ufficio bellissimo. Mi porge i suoi complimenti e mi fa sentire una lacca con una canzone: era Michelle. E io gli dico: «Ma questa è una canzoncina francese». Ho rinunciato ad inciderla. Poi però le canzoni dei Beatles le ho incise tutte, cinque anni fa, alla Johnny Cash, con l’acustica e poca roba sotto. Nello stesso periodo Moroder mi telefonò: «Sono a Trento, ho uno studio in una baita e cinque canzoni per te». E io gli ho risposto: «Le canzoni me le faccio da solo, ti ringrazio tanto». Sono stato un cretino, devo ammetterlo. Ero troppo giovane. I miei 19 anni corrispondevano ai 6-7 di un altro.
Elvis non hai mai provato a incontrarlo?
Rita Pavone era della RCA italiana ed Elvis della RCA americana. Io ero con la Ricordi. Però quando ho fatto due milioni e mezzo di copie in Italia con Una lacrima sul viso, ho chiesto al presidente della Ricordi: «Puoi chiamare il presidente della RCA di New York? Vorrei solo un autografo di Elvis». Da New York chiamarono il colonnello Tom Parker, il suo manager, e Parker scrisse una lettera intestata alla RCA, che purtroppo non ho più, in cui diceva: «Questo giovane italiano potrebbe farsi pubblicità con l’autografo di Elvis, quindi voglio 6000 dollari». Non avevo neanche 6000 lire, i soldi li ho presi due anni dopo. E ho rinunciato.
Elvis rimane il tuo riferimento?
Quando cantavo pezzi rock, fino a 10, 15 anni fa, sentivo dei brividi nella schiena e pensavo che fosse lui, dal paradiso, a farmi i complimenti. Sentivo delle vibrazioni. Ma non sono un fanatico solo di Elvis. Presley a 12 anni ascoltava dalle radio americane country, rhythm and blues, blues, bluegrass, la musica delle Appalachian Mountains. Io ho cercato di recuperare quella cultura. Dal ’64 al ’75 invece io sono stato quattro ore al giorno ad ascoltare Gilbert Bécaud, Jacques Brel, Édith Piaf, Dean Martin, Frank Sinatra, Willie Nelson, Johnny Cash, Marty Robbins, Waylon Jennings, James Brown, Ray Charles, Aretha Franklin. Tutta questa roba mi è entrata in testa a poco a poco, come a lui entrava in testa la musica del Mississippi.
Se avessi potuto incontrarlo cosa gli avresti chiesto?
Gli avrei detto «grazie di esistere». E magari avrei aggiunto: «Perché hai cantato solo Io che non vivo in inglese? Potevi cantare pure la mia Una lacrima sul viso. Non per i soldi, ma per sentire la tua incredibile voce che canta un mio pezzo».

Foto: Stefano Gislon
Sulla musica di oggi sei molto critico, in particolare su X Factor e Amici.
Divento polemico sui talent, perché per me sono fabbriche per costruire cantanti autotunizzati. Già quando sei dentro c’è scritto che se vai in finale devi andare con quel manager e con quella casa discografica, e se ti rifiuti ti buttano fuori e fanno entrare un altro. È una fabbrica di sfruttamento: se l’artista poi fa concerti a 150mila euro a serata, a lui ne danno al massimo 35. E un ragazzo che non ha mai visto 30mila euro in una sera è pure contento. Solo che dopo qualche anno si accorge di essere stato truffato. Ma è sempre stato così. A Little Tony, mi ha confessato lui, la casa discografica non ha pagato 700mila copie di Cuore matto. A me, di Una lacrima sul viso, ne hanno rubate 650mila con una stamperia clandestina sul lago di Como.
Ti hanno mai proposto di fare il giudice di un talent?
Mi hanno chiamato in televisione per fare il giudice e ho rifiutato. È una cosa ridicola. Quando vedo gli esperti di X Factor e Amici mi viene da ridere. La musica è una percezione soggettiva di ognuno. Chi comanda è il pubblico, solo il pubblico: quello è il vero esperto, anche se non è un vero esperto di nulla. È lui che sceglie. Ti faccio un esempio: Tullio De Piscopo, nell’88, con una canzone arrivò diciottesimo su ventisei, ma Andamento lento è il pezzo che ha venduto di più di quell’edizione di Sanremo.
L’Auto-Tune lo condanni o lo accetti come forma stilistica?
Vaffa… (ride, nda). Ma poveracci, vabbè, se uno non sa cantare come Sinatra, come Elvis, come B.B. King, come Tom Jones, insomma uno non sa cantare però lo vogliono far cantare lo stesso, spesso è uno che non ha mai visto in vita sua 10-15mila euro in una sera, per cui facciamolo vivere anche con l’Auto-Tune. Secondo me, comunque, è meglio cantare come Tom Jones.
Oggi nei live, prima ancora di avere una carriera strutturata, c’è la corsa ai sold out.
Sì, vogliono fare i sold out a tutti i costi e poi regalano i biglietti. Ai nostri tempi non esisteva. Ricordo che al Cantagiro a me Morandi e Celentano fuori dall’albergo ci aspettavano 1500-2000 ragazzine impazzite. A Recoaro, per portarci via dal palco, ci hanno caricati su un pullman avvolti nei manifesti della rassegna, sembravamo delle mummie. Le ragazzine guardavano dentro al pullman ed esclamavano: «Ci sono solo manifesti». Invece eravamo noi, a scappare da loro come i Blues Brothers.
Dipende tutto dal passaggio dal disco fisico alla musica in digitale?
È stato voluto questo cambio. Vent’anni fa vendevi un milione di dischi a 16 euro e tra percentuali e diritti d’autore potevi guadagnare più di 3 milioni. Adesso i dischi non ci sono più e su Spotify uno stream vale una frazione di centesimo. Allora devi fare 30-40 concerti nei palazzetti. Prima, vendendo un milione di dischi, ti bastavano sette-otto live nei palazzetti.
I Måneskin ti hanno riportato a certe vibrazioni del rock?
Sono dei simpaticoni e dei bravi ragazzi. Mi divertirei a cantare con loro. B.B. King ha cantato con gli U2, che erano ancora più moderni. Non è la mia musica, i miei riferimenti sono altri, ma non vuol dire che non sia bella o buona la loro musica. Io amo James Brown, Ray Charles, B.B. King, Aretha Franklin, Lightnin’ Hopkins, Johnny Cash, Willie Nelson, Frank Sinatra, Dean Martin, Nat King Cole. Ma solo perché ho 80 anni, se ne avessi 20 probabilmente apprezzerei i Måneskin.
Califano ha scelto come epitaffio “Non escludo il ritorno”. Bobby Solo per caso ci ha mai pensato?
“Fai sempre solo quello che vuoi, perché è meglio sbagliare da soli”. Se sbaglio per un consiglio di mia mamma, di mio fratello o di un amico, poi me la prendo con loro. Se invece sbaglio io, la mattina mi guardo allo specchio, mi sputo in faccia e poi mi inchino: «Hai sbagliato». Intanto la mia passione per la musica, invece di decrescere, aumenta continuamente. Più suono e più impazzisco a fare assoli e a comporre pezzi nuovi. Le energie sono un po’ meno, ma senza la musica, te l’ho detto, per me la vita è finita.















