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Bobby Gillespie e Jehnny Beth contro la dittatura della felicità

Il leader dei Primal Scream e la cantante delle Savages stanno per pubblicare 'Utopian Ashes', un concept country-soul su una coppia in crisi. Qui raccontano le loro canzoni di amore e rabbia

Jehnny Beth e Bobby Gillespie

Foto: Sam Christmas

Lui, Bobby Gillespie, classe 1962, leader di una delle band più innovative del rock britannico degli ultimi 30 anni, i Primal Scream. Lei, Jehnny Beth, di 22 anni più giovane, cantante e magnetica performer delle Savages, tra i gruppi (al momento in stand by) che più hanno contribuito alla rinascita post punk dell’ultimo decennio. Immaginateveli insieme in studio, con l’aura che si portano dietro, impegnati su un concept di canzoni scritte a quattro mani che raccontano una relazione sentimentale agli sgoccioli tra due personaggi inventati. Utopian Ashes – questo il titolo del disco in uscita il 2 luglio via Third Man Records, l’etichetta fondata da Jack White – comprende 10 duetti di country soul e armonie vocali di grande intensità, registrati con i rispettivi musicisti: Johnny Hostile dal lato Beth, il chitarrista Andrew Innes, Martin Duffy al piano e il batterista Darrin Mooney dal lato Gillespie.

Li abbiamo intercettati su Zoom per farci svelare la genesi della loro collaborazione e di queste canzoni cariche di emotività, così inaspettate nel loro attingere alla tradizione del songwriting più classico. «Tutto è nato dall’idea di un uomo e una donna che un tempo si amavano, ma che ormai vivono da separati in casa, senza dedicarsi a ciò che non va nel loro rapporto perché troppo presi da altro», dice Gillespie, recentemente ospite dell’album Wrong Ninna Nanna di Franco “Bifo” Berardi e del singolo Minimal dei Bo Ningen, e pronto per il lancio dell’autobiografia Tenement Kid, in uscita a fine ottobre. Interviene Beth, al secolo Camille Berthomier, che nel 2020 ha esordito da solista con To Love Is to Live: «Siamo giunti a questo sodalizio in più step».

Com’è andata?
Beth: Io e Bobby ci conosciamo da anni. La prima volta ci siamo incontrati a Parigi a una sfilata di moda di non ricordo chi, ma ci dicemmo giusto un “ciao”, a me piaceva un sacco il suo look, il suo stile, e credo che la cosa fosse reciproca. Poi il 9 luglio 2015 ci siamo ritrovati a quello che in seguito, con la morte di Alan Vega circa un anno dopo, sarebbe diventato l’ultimo concerto in assoluto dei Suicide: si suonava al Barbican di Londra e Alan, che già non si sentiva così bene, aveva coinvolto vari cantanti. C’era Henry Rollins, c’era Bobby e all’ultimo momento mi fu chiesto di salire sul palco con lui, con Bobby intendo, per cantare Dream Baby Dream. Fu una sorpresa per entrambi, ma alla fine pensammo che poteva non essere una cattiva idea e facemmo questo duetto con Alan che non era nemmeno con noi in scena e tutt’attorno il caos, la gente in piedi sulle sedie che urlava, una situazione folle come del resto sono sempre stati folli gli show dei Suicide. Ed è stato bellissimo, è stata la nostra prima esperienza musicale insieme, dopo la quale ci siamo risentiti, fino a ritrovarci di nuovo nel 2016, quando le Savages e i Primal Scream hanno aperto per i Massive Attack a Bristol. E lì Bobby mi ha invitata a cantare un pezzo con lui e la band.

Quale?
Beth: Some Velvet Morning. È stato dopo quella performance che Andrew Innes (il chitarrista dei Primal Scream, nda) ha suggerito a Bobby di domandare a me e a Johnny Hostile, con cui lavoro sempre, se avevamo voglia di fare una jam tutti insieme. E in quel frangente è successo qualcosa, ci siamo resi conto che nell’aria circolava un’energia speciale, ricordo che sia io che Bobby indossavamo una tuta e insomma, eravamo cool! A quel punto è arrivata la sua proposta: perché non proviamo a scrivere qualcosa insieme? Il che è stato fantastico per me, in quel periodo stavo cercando stimoli fuori dalle Savages.

Come mai?
Beth: Ma semplicemente perché quando sei in una band il modo di lavorare è sempre lo stesso e sono convinta sia molto importante, per tenersi accesi, continuare a sperimentare e a esplorare nuove strade e nuove modalità: non chiudersi, ma, al contrario, tenere aperta la mente. È finita che io e Johnny abbiamo invitato Bobby e Andrew a venire nel nostro studio a Parigi per quelle che sono poi diventate due sessioni di scrittura da cinque giorni l’una o qualcosa del genere. Ecco, è così che è iniziata.

È vero che l’idea iniziale era quella di un album elettronico? Perché questo disco è tutt’altro, oltre a essere lontano da tutto ciò che avete fatto entrambi finora, dai vostri rispettivi percorsi.
Beth: La verità è che all’inizio io e Johnny avevamo in mente di fare un disco alla Primal Scream o qualcosa del genere, ma questo perché non avevamo parlato esplicitamente con Bobby della direzione da prendere, per cui ci era venuto naturale pensarla in quel modo. Poi i primi esperimenti insieme ci hanno portato a creare dei paesaggi sonori elettronici molto minimalisti e parecchio Kraftwerk, ma… Bobby, fermami quando vuoi intervenire, ok?
Gillespie: No, vai benissimo!
Beth: È che ci ho pensato così tanto a questo disco, per le interviste, che ormai vado avanti col pilota automatico (ride). Fatto sta che poi Bobby e Andrew se ne sono tornati a Londra e dopo un po’ Bobby mi ha fatto sapere che aveva lavorato ad alcune canzoni, tra cui Remember We Were Lovers, con la chitarra acustica e che sentiva di aver voglia di proseguire in quella direzione, di scrivere dei pezzi cantautorali. In quel momento è stato chiaro che non sarebbe mai venuto fuori un disco alla Primal Scream.

Ti va di aggiungere qualcosa, Bobby?
Gillespie: Certo. Il punto è che quando mi sono messo a scrivere dei testi per questo album l’ho fatto suonando la chitarra acustica e lì mi sono reso conto che quello che ne scaturiva era qualcosa di molto profondo. Così ho incominciato a immaginarmi un pianoforte, degli archi, la canzone era Remember We Were Lovers, sì, ma poi mi sono messo su Stones of Silence, di cui c’era una sorta di versione elettronica senza ritmo, e anche su quel brano sono state le chitarre acustiche a darmi la via, sia per creare un po’ di ritmo che mancava, sia per dar vita a qualcosa di emozionante. In seguito ho continuato a dedicarmi ai testi e con Andrew ho registrato dei demo da spedire a Jehnny e Johnny per sapere che ne pensavano e… più o meno è andata così.

Avevi qualche riferimento in testa all’epoca, magari qualche duetto vocale?
Gillespie: In realtà no, ma sai, io amo il reggae, gli Heptones, le armonie vocali, il gospel, mi piacciono la roots music, il blues, il soul-country, la black music, oltre naturalmente al garage. Però alla fine in questo album ci sono quasi solo ballad, lo so, non c’è nessun pezzo rock’n’roll. Che poi in realtà ce n’era venuto uno, ma abbiamo deciso di non usarlo, perché non c’entrava niente col resto. Dunque solo ballad e devo dire che mi ha esaltato questa cosa, sono veramente contento di questo album.

Utopian Ashes mette in scena una relazione tra un uomo e un donna che stanno ancora insieme, pur sapendo che l’amore che li lega è svanito: perché questo tema?
Gillespie: Perché le canzoni migliori nascono dal dolore e dalla rabbia, e se da un lato nel corso della mia vita ho vissuto esperienze simili che mi hanno fatto soffrire, dall’altro era da alcuni anni che avevo in mente di scrivere di due persone che stanno insieme, ma fondamentalmente come se non lo fossero più. E la ballad è la forma musicale perfetta per raccontare questo tipo di situazione. Senza dimenticare che parliamo di un argomento universale, in cui tutti possono identificarsi: a un certo punto della propria vita ciascuno di noi si è ritrovato ad affrontare le conseguenze di una crisi sentimentale.

Che cosa avete imparato l’uno dall’altra, lavorando a questo progetto?
Gillespie: Credo che la cosa più bella sia quando le persone con cui collabori a un progetto ti danno la possibilità di sviluppare le tue idee, di trasformarle in realtà, e Jehnny in questo senso è stata molto generosa, cosa che apprezzo e che ritengo sintomo di intelligenza.
Beth: Grazie Bobby!
Gillespie: È quel che penso, Jehnny è stata preziosa, da un punto di vista creativo, nello spingermi a perseguire ciò che avevo in mente. Ed è stato importante per me, perché ogni tanto, quando sei in una band da molti anni, è come se ci fosse una battaglia in corso tra teste diverse e magari non te ne rendi conto finché non ne parli con qualcuno di esterno, ma può accadere che certe dinamiche all’interno di un gruppo finiscano per danneggiarlo.

E tu, Jehnny, che cosa puoi dire di Bobby e del vostro sodalizio?
Beth: In genere le collaborazioni sono sempre un po’ complicate, perché… Hai presente quando si dice “ci sono troppi ego in questa stanza”? Quando due o più artisti lavorano a un progetto comune hanno ciascuno la propria visione che desiderano portare dentro a ciò che stanno facendo insieme e questo può provocare dei disequilibri. Ma quando ho capito che Bobby aveva una visione chiara di ciò che voleva fare con me e l’ha messa sul tavolo ho deciso di rispettarla. Perché mi è capitato, nelle Savages, di fare io la stessa cosa, di proporre qualcosa e di non riuscire a portare avanti il mio discorso per questioni diciamo “politiche”, legate all’esigenza di dare a ogni membro della band lo spazio per esprimersi. È il motivo per cui, sempre nelle Savages, ci siamo imposte una regola: se non hai idee all’altezza della prima idea affiorata nel gruppo, allora prova a realizzare quella prima idea e basta, senza ostacolarla solo perché non ne hai una migliore.

Mi sembra giusto.
Beth: Ed è così che è andata con Bobby, l’ho lasciato sviluppare la sua idea perché quando me l’ha presentata io non ne avevo una migliore. Cosa che ho riconosciuto senza problemi, perché per me non è importante chi fa cosa, ma il risultato. Ovviamente amo essere una frontsinger e, come dire, una forza trainante, ma sento che questo comunque Bobby lo ha capito. D’altra parte quando sei tu a guidare una band la pressione è tanta, per cui ogni tanto è anche rilassante sedersi al posto del co-pilota. Se poi diventa stimolante come in questo caso è fatta.

Penso che questo album esca in un buon momento, per il tema di cui tratta: da qualche tempo si parla molto di come le dinamiche uomo-donna stanno mutando. Che ne pensate?
Beth: Ammetto di non avere riflettuto su questo aspetto finché alcuni giornalisti ce lo hanno fatto notare come stai facendo tu ora. Sai, a volte ti rendi conto di alcune cose solo a posteriori. E penso che in questo racconto al centro del disco, che è la storia di una relazione eterosessuale, la cosa interessante sia la vulnerabilità della voce maschile. Solitamente nei rapporti tra uomo e donna è la seconda a dire “dobbiamo parlare” perché c’è qualcosa che non va. In questo album, invece, Bobby canta la vulnerabilità maschile e questo mi ha emozionata, ricordo che quando mi ha fatto sentire per la prima volta i versi di Chase It Down sono scoppiata a piangere, ero sconvolta dal modo in cui si era aperto e messo a nudo. Mi ha sorpreso, lo ammetto, non me l’aspettavo, e non vorrei farne una questione di genere, ma è vero che come noi donne sentiamo su di noi la pressione a essere in un certo modo, per gli uomini è lo stesso, sono perlopiù spinti a farsi vedere forti sempre e comunque. Mentre qui siamo di fronte a un uomo che ammette le propria fragilità e che ne ha avuto abbastanza del silenzio, desidera parlare.

Tu che puoi dirci, Bobby?
Gillespie: Mi viene in mente il verso di una canzone dei Primal Scream, 100% or Nothing: “There’s a silence so loud all the time, and it’s screaming, screaming at us” (C’è sempre un silenzio rumoroso, e sta gridando, grida verso di noi”). Ed è così, questo disco parla di una sorta di “inarticolatezza” emotiva, di incapacità di esprimere ciò che si prova che si frappone spesso tra due persone che si amano. A parte questo, io ho sempre scritto pezzi in cui mostro la mia vulnerabilità, anche brani dolci, teneri: benché i Primal Scream si caratterizzino per una sorta di violenza electro-punk e siano diventati famosi per i concerti aggressivi, c’è sempre stato nella nostra musica un lato romantico. Penso, ad esempio, a Jesus, che ho scritto a poco più di 30 anni e in cui confido la mia debolezza (si mette a recitare il testo: “In a world full of strangers I’ve been looking for a friend, I see people get things even, I see loneliness and pain, I’ve been dying, I’ve been crying”, “In un mondo pieno di sconosciuti vado in cerca di un amico, vedo gente che si vendica, vedo solitudine e dolore, sto morendo, ho pianto”, nda). Non mi ha mai creato problemi mostrarmi fragile, perché dovrebbe?

Dirlo, però, non è da tutti, specie oggi che il dolore è diventato quasi un tabù, qualcosa da nascondere. O no?
Beth: So bene a cosa ti riferisci, la si potrebbe chiamare “dittatura della felicità”.
Gillespie: Ah, sì, J. G. Ballard lo ha definito “leisure fascism”. Ma è semplicemente un fatto, siamo tutti fragili. E tutti abbiamo bisogno di sostegno e di amore.

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