Bob Sinclar: «Sono popolare, e allora?» | Rolling Stone Italia
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Bob Sinclar: «Sono popolare, e allora?»

Abbiamo chiesto al dj, domani a Milano, di parlarci delle sue radici hip hop. E poi: non si pente delle hit più facili? «No, rimetto in circolazione la musica che amo. E ogni tanto mostro le chiappe sui social»

Bob Sinclar

Foto: Joel Saget/AFP via Getty Images

L’abbiamo preso in contropiede, Bob Sinclar (all’anagrafe: Christophe Le Friant). Felicissimi di averlo fatto. Lui probabilmente si aspettava la solita chiacchierata un po’ dozzinale e un po’ facilona sull’Italia, sulla Carrà e il Far l’amore, sul buon cibo e le belle donne. Perché da anni troppo spesso succede, al dj/producer francese, di arrivare nel nostro Paese e ramazzare un successo facile facile e pronto-uso: ovvero date ben pagate in contesti che, troppo spesso, hanno come riferimento etico-estetico massimo La grande bellezza di Sorrentino (che è l’immaginario a cui si rifà ancora oggi la discoteca, o meglio, la maggioritaria narrazione nazionalpopolare attorno ad essa: ed è colpa un po’ di tutti). Invece no. Le cose le abbiamo fatte andare in ben altro modo, stavolta, con la scusa di una imminente data a Milano, ai Magazzini Generali di Milano l’11 marzo, che potrebbe essere un po’ diversa dalle altre.

Ehi, Christophe: fra pochi giorni sei di nuovo in Italia a suonare, già. Ma stavolta sarà forse una serata un po’ diversa dal solito.
Ah. Dici? Perché?

Lo sai vero che prima di te in console ci saranno i Pastaboys?
Davvero?

Davvero.
Non lo sapevo.

E…?
Beh, in effetti mica male suonare assieme a loro, mica male davvero. Li rispetto tantissimo. Per dire, ricordo ancora adesso il momento un cui li ho sentiti nominare per la prima volta, sai?

Sì?
Ero a Napoli, per una serata organizzata dagli Angels of Love. Prima di me c’era il resident. Si chiamava Fiore, lo conosci magari?

Era uno della crew.
Credo che all’epoca, in quella serata lì, avesse ancora 14 anni o qualcosa del genere, un vero prodigio accidenti (ride). Comunque: a un certo punto, mette una traccia che mi colpisce. Vado lì vicino a lui a vedere, e prendo nota: quella era una produzione a nome Pastaboys. Ok. Mai sentiti prima; da lì in poi, ovviamente, sempre seguiti con attenzione. Suono con loro a Milano, quindi? Sul serio? Ma dai, ottimo. Mi fa pensare a quando le cose erano per me molto diverse rispetto ad adesso…

Ecco, proprio qui volevo arrivare.
Erano anni bellissimi. Forse sotto certi punti di vista i più belli. La fine degli anni ’90…

Posso dire che erano anni bellissimi anche dal punto di vista del tuo personale output artistico, e mi riferisco non solo alla fine dei ’90 ma anche alla loro metà: Bob Sinclar non si era ancora impossessato completamente di te, e arrivavi da anni di produzioni fenomenali non solo in chiave house.
La prima relaese a nome Bob Sinclar è del 1997; e sì, prima c’erano state le cose a nome The Mighty Bop, Reminiscence Quartet, altre faccende ancora…

Ecco: quelle le amavo.
Davvero?

L’hip hop scuro, astratto e strumentale di The Mighty Bop è per me, sappilo, una delle cose più belle di sempre.
Ma perché tu sei un giornalista.

Cioè?
Quanti elogi ho preso con quelle release, quanti… Tutta la stampa specializzata di settore era dalla mia parte: articoli, attenzioni, elogi. Di tutto. Sai quanto vendevo?

Un cazzo.
Bravo. Poi però è iniziata a crescere un certo tipo di aura attorno alla musica da dancefloor francese, proprio in quegli anni. Io arrivavo originariamente da altro, arrivavo dall’hip hop. Ecco perché originariamente facevo cose come The Mighty Bop. Io amavo DJ Premiere, i Tribe Called Quest… E all’epoca la scena hip hop e quella da dancefloor erano proprio due circuiti diversi, non comunicanti. Sai questo cosa significa?

Cosa?
Che io non avevo realmente idea stesse nascendo una scena house così forte e importante, sia in Francia che in generale in Europa. Ero nel mio mondo. Ero tutto concentrato sull’hip hop, ma ero anche concentrato sulla scena acid jazz che in quel momento stava prendendo piede in Inghilterra, a metà tra la sua declinazione più futuristica e quella invece che recuperava vecchie gemme del funk e del soul. Nulla che comunque c’entrasse realmente con la house…

E poi, cos’è successo?
E poi è successo che qualche mostro sacro della house ha iniziato a far uscire dei mix in vinile dove, sul lato B, c’erano delle strumentali hip hop cazzutissime.

Kenny Dope!
Esatto, proprio lui. Proprio le sue release, più di quelle di chiunque altro. Anche quelle a nome The Bucketheads, hai presente? Le compravo per il lato B, queste release, poi però ascoltavo il lato A e…

E…?
E, ad un certo punto mi sono detto: provo, dai. Provo pure io a fare qualcosa del genere. Provo a fare house.

Un tentativo senza crederci molto. Un gioco. Un giochetto.
Proprio così. Peccato però che, improvvisamente, le vendite medie di quello che facevano avevano preso ad essere il doppio o il triplo rispetto al solito. Lì mi sono detto: «Ehi Chris, qui sta succedendo qualcosa».

Stava succedendo davvero, in effetti.
Già. C’era un’aura bellissima attorno al French Touch, alla house francese – parliamo ormai della seconda metà degli anni ’90. Era una bellissima forma di house, proprio perché si poteva costruirla molto attorno ai campionamenti – esattamente come si faceva nell’hip hop, è per questo che mi sono subito trovato a mio agio – ma al tempo stesso incorporava elementi disco. Qualcosa che da appassionato hip hop invece proprio non frequentavo e che ho invece imparato ad apprezzare proprio lì, in quel passaggio storico. Insomma: c’era questa house che aveva i campionamenti, aveva al tempo stesso però un’anima e una sensualità, era in ogni caso funk, era generalmente parlando qualcosa di diverso; e, contemporaneamente, uscivano all’improvviso delle produzioni epocali, i Daft Punk di Homework ovviamente, ma citerei anche DJ Gregory, Étienne De Crécy, tanti, tantissimi altri…

E buon ultimo arrivi tu.
Sì.

E inizi a vendere. Inizi a vendere la tua musica. A venderla bene.
Sì.

Ti è mai venuto il sospetto di aver ceduto da un certo momento in avanti al lato commerciale della faccenda, di aver iniziato a seguire prima di tutto i numeri?
No.

No?
Senti: a un certo punto, arrivato a metà anni ’90, ho detto a mia madre: «Mamma, ho fatto quello che mi hai chiesto di fare e per cui hai pagato in questi anni: ho terminato il mio corso di studi. Ti ho resa felice e orgogliosa, ok? Bene: ora voglio rendere felice e orgoglioso me. Voglio dedicarmi alla musica». Lei mi ha guardato e mi ha detto: «Va bene. Non fumi. Non ti droghi. Mi sembri con la testa sulle spalle. Prova». Ed è così che all’inizio preferivo tirare su, quando andava bene, 400 euro a sera, vivendo a casa di mia madre perché non potevo permettermi altro, piuttosto che cercarmi un lavoro.

E poi…
E poi appunto ho scoperto che attorno alla musica poteva esistere un mercato. Un mercato in grande espansione. Qualcosa che poteva farmi uscire dalla casa di mia madre, coi mezzi e gli sforzi miei. Quando ho fatto uscire Paradise, il mio primo album e nome Bob Sinclar, nel 1998, mi sono decisamente reso conto di tutto questo. In più poi è arrivato anche il successo della traccia Gym Tonic, fatta con l’aiuto di Thomas dei Daft Punk. Lì è esploso tutto. All’inizio però c’era un problema.

Quale?
Con questo successo arrivato un po’ all’improvviso e in pochissimo tempo, ricevo le prime telefonate di agenti che mi dicono: «Ehi, voglio vendere le tue date in giro. Voglio che la gente in giro per il mondo senta la tua house!». E io: «House? Ma guardate che io come dj non suono musica house. Io suono hip hop».

E quindi?
Quindi,mi sono messo a studiare, però ecco, come ti dicevo era il momento giusto per farlo: c’era musica meravigliosa in giro che usciva fuori di continuo, praticamente ogni giorno. In più guardando un po’ più a fondo nella house delle origini – quella di Chicago–- ce n’era veramente tanta che, ho scoperto, era nelle mie corde. E così ho fatto in fretta a costruirmi una discografia nutrita, facendo dei dj set più che rispettabili.

Sai che la gente tutta questa storia non la sa, o la sanno comunque in pochissimi? Sai che per molti sei quello del fischietto di Love Generation e della Carrà?
Lo so.

E non ti dà fastidio?
Quando fai successo, la gente ti infila in una casella predeterminata. Sempre.

Sempre?
Sempre. Ed è una casella che non tiene mai conto del tuo percorso. Ma non per cattiveria, eh, ma semplicemente perché questo percorso non lo capiscono, non lo comprendono. Che poi parliamone di chi davvero non capisce e di chi non comprende: ti ricordi quando uscì Paradise come venne accolto, dalla stampa specializzata? Te lo dico io: fu accolto malissimo. Una recensione peggio dell’altra.

Vero. Confermo.
Ammetto, c’ero rimasto male. Come ti dicevo: non c’ero abituato, prima mi trattavano benissimo. È che non avevo ancora capito come funziona la faccenda: la stampa specializzata ti tratta bene solo quando sei un esordiente, o sei comunque un patrimonio di pochi; appena diventi conosciuto e popolare sei invece un nemico, o comunque una merce non più di valore e non più di loro interesse. È capitato pure ai Daft Punk: oggi tutti «Discovery di qui, Discovery di là», ma io me le ricordo bene le critiche quando uscì. In Francia non perdoniamo il successo, ecco. Non siamo gli Stati Uniti, dove invece il successo commerciale è un merito. Ma torniamo a noi: sai cosa mi dicono oggi?

Cosa?
«Eh, dovresti tornare a fare la musica di Paradise». Certe volte proprio gli stessi che vent’anni fa m’avevano deriso e coperto di critiche.

E tu?
E io: «Amici, oggi il mondo è diverso».

Cosa è diverso?
Beh: prima di tutto c’è un mercato enorme, prima inimmaginabile. Oggi ci sono giri d’affari milionari. Oggi puoi entrare nel mondo della musica dance per la fama – e questo cambia parecchie dinamiche. Prima, il solo pensarci era inverosimile.

E a te la fama piace.
Sì.

Non lo neghi.
Ma perché dovrei? Io ho lavorato duramente e onestamente per arrivare ad averla. Ora che un po’ ce l’ho, me la godo. Ma so ben io quanto ho lavorato per arrivarci. E so anche quanto devo lavorare tutt’ora: oggi le cose cambiano velocissimamente. Ad esempio, un tempo contava solo la musica, oggi invece conta anche molto come appari, come ti presenti, come ti racconti sui social. E non so quanto io sia la persona giusta per questo nuovo tipo di dinamiche, sai?

Dai, a te piace apparire.
Sì, ma mi piace farlo sempre con un po’ di sense of humour, al di là del fatto che venga colto o meno. E questa è un po’ una cosa da vecchi.

Ti piace apparire, e fai i tormentoni ultrapopolari alla Love Generation.
Ma sai come è nata quella traccia? Tutti pensano che io abbia cercato intenzionalmente la hit e sia riuscito ad azzeccarla in modo scientifico, ma le cose stanno molto, molto diversamente. Quando l’ho fatta, ero in una fase in cui stavo ripensando alle mie produzioni uscite come Africanism – altra roba oggi amatissima dai critici, dagli esperti – e volevo in qualche maniera ritirarle un po’ fuori. Un giorno passa a trovarmi in studio un artista reggae e… voilà, la traccia nasce in un attimo. Ma se ci pensi è un brano molto semplice: una strofa, un riff fischiettato. Stop. Non una mega produzione pop. Io volevo giusto rimettere un po’ nella mia house degli elementi africani e caraibici, come appunto ai tempi di Africanism; e invece, è successo quello che è successo. Poi ho avuto la fortuna che altre tre, quattro uscite mie successive sono andate molto bene e così… eccomi, sono popolare. Sono pop. Ma non è brutto essere popolare, essere di successo.

No?
Ti permette di avere più fiducia in te stesso, ti permette insomma di viverti tutto un po’ meglio. Sai qual è la verità? Anche quando facevo hip hop strumentale a nome The Mighty Bop, io comunque sognavo di spaccare, di arrivare al successo. Sempre. Fin dal primo momento. Poi, come ti ho raccontato, il successo è arrivato per vie leggermente diverse, inaspettate; ma tornando al punto, perché mi dovrei lamentare per il fatto che oggi ho qualcosa che ho sempre desiderato fin da quando ero un ventenne conosciuto a malapena nelle nicchie parigine? In più, musicalmente parlando, mi sento a posto con la coscienza: quando faccio non solo le mie produzioni ma anche e soprattutto i dj set, cerco infatti sempre di citare e rinfrescare le radici più nobili della musica che suono e creo. Prendo cioè elementi antichi, perché in me c’è sempre l’animo del dj hip hop che lavora coi campionamenti, e li riattualizzo nei suoni. Lo faccio di continuo. Lo faccio per moltissime tracce anche non mie che poi vado a suonare come dj.

Però il tuo pubblico più “commerciale” non credo se ne accorga. Questo non ti secca un po’?
È molto più bella la soddisfazione di poter fare da ponte. Chi arriva a sentirmi perché mi conosce per le hit più facili, beh, poi spesso scopre durante la serata tutto un mondo, tutto un universo di suoni a cui di solito non è esposto. Io di questa cosa vado fiero. Faccio del bene a me stesso; e faccio del bene alla musica che mi ha cambiato la vita e che amo, rimettendola in circolazione. Che poi, la ruota gira: un certo tipo di mondo house sta riprendendo ad accorgersi di me, sai? Sono onorato ad esempio che una label come la Defected sia venuta a cercarmi. Non era intenzionale, non era nei miei progetti, ma sono davvero felice che stia succedendo.

E tu, comunque, continui a stare bene.
Sì. Un po’ faccio musica, un po’ mostro comunque le chiappe sui social, massì, così non perdo i fan.

Eh.
La gente vuole la tua intimità, oggi, qualsiasi lavoro tu faccia: ecco perché prosperano i social. Questa è la verità. Va bene: gliene do un po’. Eccomi.

Ma sempre con un po’ di sense of humour.
Sempre.

Almeno per chi lo coglie.
Almeno per loro.

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