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Blixa Bargeld: «Non mi serve più un’armatura, sono intoccabile»

Il leader degli Einstürzende Neubauten non ha più bisogno di scrivere in modo ermetico. Qui parla dello status di leggenda underground, racconta la sua Berlino, spiega le canzoni del nuovo album ‘Alles in Allem’

Blixa Bargeld

Foto: Mote Sinabel

Sul web circola un video in cui Nick Cave descrive Blixa Bargeld come una sorta di creazione: «Non si può nemmeno immaginare che abbia dei genitori», dice. Fa sorridere ed è piuttosto vero: il leader degli Einstürzende Neubauten, che nei Bad Seeds di Cave è stato chitarrista per un lungo periodo, è una figura carismatica che pare muoversi fuori dal tempo, lontano come sembra dalla vita su questo pianeta, oggi 61enne, ma immerso in quello stesso immaginario che nel 1980 lo aveva visto formare una band la cui strumentazione comprendeva martelli pneumatici, lamiere metalliche, taniche, seghe circolari, e i cui concerti erano sinonimo di urla disumane, rumorismo, distruttività.

Del resto, il nome del gruppo tedesco è eloquente: Einstürzende Neubauten significa «nuovi edifici che crollano» ed è con quel nome che sin dagli esordi, nella Berlino ancora divisa dal Muro, la band divenne massima espressione di un industrial volto a forzare il confine tra musica e non musica, mescolato di volta in volta con punk, new wave, ritmi tribaleggianti, suggestioni teatrali ed espressionismo alla Kurt Weill. A partire da Silence Is Sexy del 2002 si è assistito a un ingentilimento che oggi trova compiutezza nel nuovo album Alles in Allem, in italiano “tutto sommato”, “nel complesso”.

«Eviterei malintesi», precisa Bargeld in videochiamata dal suo appartamento berlinese. «Non significa che il disco è una summa di tutto ciò che abbiamo fatto in passato, il titolo va inteso più in senso olistico, come una dichiarazione filosofica ispirata al principio euclideo secondo cui il tutto è maggiore della parte». E in fondo potrebbe essere un buon modo per definire ciò che il nostro e i Neubauten sono riusciti a costruirsi in 40 anni di attività: una reputazione che li precede, quella di un gruppo underground e di culto impegnato in un percorso di ricerca sonora e musicale che ha lasciato il segno – gli estimatori vanno da Trent Reznor a Henry Rollins, che ha pure il loro logo tatuato su una spalla –, portato avanti con una coerenza rara, nel segno della più assoluta indipendenza.

In questo album troviamo tanta melodia, paesaggi sonori, archi solenni, si può dire che è il lavoro più accessibile della vostra carriera? Che cos’è cambiato, negli ultimi anni, nel tuo e vostro approccio alla musica?
A parte il fatto che siamo invecchiati? Vedi, se avessimo fatto un disco come Kollaps, il nostro disco di debutto del 1981, sarebbe stata una bugia. La mia vita è cambiata, non è più di quella di una volta, e se provassi a racchiuderla in un involucro simile a quello dei nostri esordi non sarei autentico. Senza contare che quando ho cominciato ero un dilettante, nel senso letterale del termine, ossia non sapevo ancora granché di musica, non potrei fare finta di essere ancora a quel punto nemmeno se mi misurassi con del materiale non convenzionale. Molti commettono l’errore di continuare con lo stesso stile anche se non ne sono più coinvolti, per me conta l’autenticità e il risultato oggi è questo album, che – sono d’accordo – è il nostro più accessibile. Non solo dal punto di vista della musica, ma anche sotto il profilo dei testi.

Che cosa intendi?
Ho sempre avuto la tendenza a scrivere in modo molto ermetico, questo per tenere tutti a distanza, ma con questo album non l’ho fatto. Il linguaggio metaforico c’è ancora, ma non sento il bisogno di allontanare gli altri: sono già intoccabile, non mi serve più quell’armatura.

Sarà per questo che Alles in Allem suona personale, intimo. È un omaggio a Berlino? I testi sono attraversati da rimandi alla città e lo stesso vale per i titoli di alcune tracce: Wedding è il nome di un quartiere, Tempelhof è l’ex aeroporto nazista trasformato in parco…
Per un periodo abbiamo lavorato con l’idea di un omaggio a Berlino, avevamo anche una canzone, Welcome to Berlin, che sarebbe dovuta diventare un pezzo centrale del disco e dare a quest’ultimo il titolo. Ma alla fine l’abbiamo scartata, non era abbastanza buona, in più l’avevamo concepita con una certa ironia e temevamo di non essere capiti. Tutto ciò, anche se i riferimenti a Berlino sono rimasti, ha creato l’assenza di un punto focale. Da qualche parte hanno scritto che Alles in Allem è un bellissimo album berlinese: sono grato dei complimenti, ma non è esattamente la verità.

La mia domanda nasce anche dall’ascolto di Am Landwehrkanal, traccia in cui si accenna all’omicidio, il 15 gennaio 1919, della militante comunista di origine polacca Rosa Luxemburg all’Eden Hotel, albergo che nel brano viene citato così come il Landwehr, il canale dove fu gettato il corpo.
Nel testo non menziono mai il cognome Luxemburg, però. Hai presente Let’s Do It a Dada, traccia dall’album Alles Wieder Offen? In quella canzone gioco a scacchi con Lenin, passo le forbici a George Grosz (pittore tedesco morto a Berlino nel 1959, nda), sono una specie di spirito in un’ambientazione storica. In Am Landwehrkanal accade lo stesso, ma oltre che uno spirito che si aggira in un determinato contesto storico sono me stesso, sono io seduto da solo sul canale Landwehr assieme a qualcuno che non c’è più. In sostanza, quando ho fatto sentire agli altri della band la musica di questo pezzo gli ho detto il titolo che avevo in mente e lì Jochen Arbeit mi ha fatto notare che il corpo di Rosa Luxemburg era stato gettato proprio in quel canale: io non lo sapevo, ma mi è bastato. Ciò detto, il nucleo di Alles in Allem sono migliaia di idee tutte buone, pazienza se qualche giornalista ha avuto il coraggio di chiedermi se il mio è un tentativo di seppellire il comunismo… Io che scrivo un pezzo anti-comunista? Io?! Non potrebbe mai venirmi in mente!

Ti definisci un comunista?
No, un marxista. Il mio background è anarchico, ma mi considero un marxista.

E come sta un marxista nella Berlino sempre più gentrificata di oggi?
Bisogna ricordare che dal 2002 ho vissuto parecchio fuori Berlino, prima a San Francisco, poi a Pechino. Sono tornato qui perché ho una figlia che va a scuola, o meglio, in questi giorni non ci sta andando, vista la pandemia… Comunque, quel che voglio dire è che adesso vivo in quella che una volta era Berlino Est, ma se nel 2002 qui sembrava che la Seconda guerra mondiale fosse appena finita, ora se guardo fuori dalla finestra di casa vedo uno dei quartieri più costosi della città. E questo è accaduto nel giro di nemmeno 10 anni: ecco la gentrificazione. Però è ancora vero che, se paragonata ad altre metropoli, Berlino è tutt’oggi meno cara, meno di Parigi, meno di Londra, meno di New York, e perciò attira ancora molti artisti e bohémien da tutto il mondo, che qui riescono a fare il loro lavoro.

La peculiarità degli Einstürzende Neubauten è da sempre quella di utilizzare anche strumenti auto-costruiti con materiali di scarto. Ricordi il momento in cui imboccaste questa strada?
Non fu una scelta artistica o motivata dal fatto che volevamo essere diversi dagli altri, fu una decisione resa necessaria dalle condizioni economiche. Quando iniziammo a suonare insieme, ai tempi del primo concerto, avevano ancora una batteria normale, ma Andrew (Chudy, nda) dovette venderla perché aveva bisogno di soldi e si auto-costruì qualcosa di molto simile a una batteria con pezzi di metallo, scarti di materiali edilizi. Di lì a poco avrebbe finito per suonare solo piastre ed elementi metallici vari. Poi, con il secondo disco Zeichnungen des Patienten O. T., il cui working title era non a caso Hunters And Collectors, ci siamo spinti ancora oltre nell’esplorazione e abbiamo cominciato a dare la caccia a oggetti recuperati di ogni genere, a qualsiasi tipo di fonte sonora, fino ad arrivare a usare e suonare di tutto: metallo, materiali organici, polistirolo, plastica, carne, acqua… Ma se in passato avevamo il timore della noia, per cui riempivamo i brani, li stratificavamo, a un certo punto e oggi più che mai ci siamo lasciati alle spalle l’ossessione di riempire ogni spazio.

Prima hai detto “ormai sono intoccabile”: da spettatrice di diversi vostri concerti posso capire cosa intendi, negli ultimi anni mi sembra che molte persone vengano a vedervi per l’alone di leggenda che vi avvolge. Ne vai fiero?
Sì, ed è qualcosa che mi fa sentire più libero, so che non dobbiamo più dimostrare nulla, possiamo essere ciò che vogliamo. Hai presente Google Alert? Io lo uso per gli Einstürzende Neubauten in modo da sapere quando escono notizie su di noi in qualsiasi parte del mondo, cosa che succede ogni giorno, anche quando non siamo in promozione. E ciò che osservo è che spessissimo ci tirano in ballo perché accostano questo e quell’altro gruppo a noi.

Siete indubbiamente un riferimento, ma non credo che lo status che siete riusciti a crearvi sia legato solo alla musica in senso stretto. Ricordiamo che oltre a fondare una vostra etichetta per restare indipendenti agli inizi del decennio scorso siete stati dei pionieri del crowdfunding, che oggi portate avanti su Patreon.
Nemmeno esisteva, il crowdfunding, noi lo chiamavamo subscription system. All’inizio di questo millennio l’industria discografica era in pessima salute, così abbiamo deciso di sfruttare Internet, che allora non era certo sviluppato come oggi, per farci sostenere direttamente non dai fan, non amo questa parola, ma da coloro che ci piace chiamare supporter.

Sorprende ancora di più pensare a Perpetuum Mobile, il vostro nono album del 2004, frutto di sessioni in collegamento video con fan o supporter, appunto, che hanno potuto seguire la realizzazione del disco passo dopo passo.
Adesso si chiama webcast, allora non c’era tutta la tecnologia che abbiamo oggi. Non avevamo nemmeno una connessione stabile, ma quell’esperienza ci ha regalato tantissima attenzione e ci ha insegnato a cacciare via una pigrizia che un po’ ci appartiene. Come a tutti, del resto… Perché un tot di ore al giorno le telecamere in studio erano accese, avevamo un pubblico, quindi eravamo costretti a lavorare, a suonare, a sviluppare nuovi pezzi, e questo ci ha insegnato a essere più veloci. Tra l’altro le persone connesse potevano anche commentare, dire cosa gli piaceva e cosa no. Teniamo molto al rapporto con i nostri supporter, assieme ad Alles in Allem stiamo vendendo anche un libro che include sei scritti di alcuni di loro in cui raccontano cosa significa per loro sostenere gli Einstürzende Neubauten. E prima che uscisse il disco abbiamo organizzato tre listening session su Zoom e sono orgoglioso di dire che nonostante questo il giorno dopo nessuno aveva diffuso l’album su qualche canale pirata: lo hanno protetto.

Certo che non è un momento fortunato per pubblicare nuova musica. Tu come la stai vivendo questa pandemia? Girare il video di Ten Grand Goldie in cui balli con la mascherina dev’essere stato comunque divertente.
Io personalmente non esco da 70 giorni; quarantena starebbe per 40 giorni, ma sono già alla “settantena”. Con la band abbiamo dovuto posticipare il tour e adesso vedremo, stiamo cercando di capire se ci sono software adatti a farci suonare insieme in remoto. Ciò che trovo interessante della pandemia è che il virus non è discriminatorio con le persone, eppure colpisce più violentemente i poveri, i più fragili. Perché il virus è democratico, ma c’è qualcos’altro che non lo è.

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