Tra un incontro e l’altro, negli studi di Eclectic Music Group di Milano, la stessa scena che si ripete e scorgo dalla porta socchiusa parla più di mille parole: Blanco si affaccia sul balcone, guarda l’orizzonte, resta sospeso un attimo prima di rientrare. Poi torna dentro e si siede su un lungo tavolo di vetro di design con un’aria che non è esattamente quella di chi ha voglia di raccontarsi. L’insofferenza per le formalità della promozione è evidente, e non la nasconde.
Il problema è che il disco Ma’ in uscita domani descrive aspetti fortissimi della sua vita privata, anche se lui proverà a ridimensionarli, per cui è in quella dimensione che dovrò concentrare le domande. Dentro queste 15 tracce ci sono infatti frasi che fanno male: “Io non mi voglio bene”, “Ho paura di me”, “Se domani non mi sveglio”. Un vocabolario dell’autodistruzione. Una ragazzo che appare alla deriva. Un’identità che si sfalda. E invece, di fronte, mi ritrovo un Blanco che gioca un’altra partita.
Su un tavolino a fianco c’è una rivista che gli ha dedicato la copertina e lo descrive come “oltre gli schemi”. Gliela faccio notare e lui la liquida: «No no, non mi definisco uno fuori dagli schemi. Anzi, oggi definirsi fuori dagli schemi è sorpassato. Creare un nuovo schema è bello, quello sì che sarebbe davvero punk». Ma non sembra interessato neanche a sentirsi, o essere considerato, un innovatore: «Sai che non lo so, di questo non sono consapevole. Io penso al mio percorso, a fare le mie cose, non saprei giudicarmi in questo senso», dice parlando degli ultimi anni, anche se ne ha soltanto 23, in cui ha bruciato tutte le tappe.
Ma’ è un disco che sembra continuamente sul punto di rompersi. Così gli dico che è dedicato a sua madre, non c’è dubbio, ma è attraversato da un’energia autodistruttiva. E Blanco ribalta subito la prospettiva: «In realtà è sempre tutto collegato al messaggio di speranza. È quello che volevo esprimere con questo disco e che vorrei sempre dare. Ci sono momenti no, come dei momenti sì, come è normale che sia. Ma non dobbiamo mai perdere la speranza».
Quando gli elenco i passaggi più controversi – “Ho paura di me”, “Non so più cosa sia diventato”, “Non so fino a che punto posso spingermi per anestetizzarmi” – non si sottrae, ma apre a un significato d’insieme: «Sono frasi che prese singolarmente danno un significato, tutte insieme ne danno un altro. L’aspetto bello, il gol, è quando una canzone si trasforma in una catena d’acciaio, non è solo un anello. Devi prenderla tutta, perché una frase spiega l’altra e così via».
È una difesa intelligente, uno spostare il senso dal particolare all’universale, anche se i nodi restano. Soprattutto quando si entra nel cuore del disco e in quel rapporto con la madre che dà il titolo a tutto il progetto discografico: «Alla fine dico: non mi voglio bene come me ne vuoi tu. Non è che io mi voglia male, io mi voglio bene, ma non come me ne vuole mia mamma. Questo è il significato. È normale l’amore di una mamma, no?». E preferisce non considerarla neppure un’àncora di salvezza: «Mia mamma non la vedo come una àncora, non mi piace aggrapparmi. Preferisco nuotare, per stare nella metafora. La vedo invece come una spiaggia. Un luogo dove fermarmi e sapere che lì sto bene».
E poi c’è il padre, che nei testi compare solo una volta e in un verso ambiguo: “Da piccolo sopra mio padre ne ho visti tanti”. Qui Blanco cambia completamente tono: «Mio papà è un king! Una persona intelligentissima e molto capace in quello che fa. Ho sempre apprezzato di lui che non parla tanto a parole ma con i fatti. E mi ha sempre trasmesso questo atteggiamento di speranza in ogni aspetto della vita. Anche in momenti difficili per lui non l’ho mai visto piangere. Non mi ha mai detto “ti voglio bene”, me lo ha dimostrato. L’unica persona che ha fatto più fatti che parole». Poi ci scherza sopra: «Eddai, ho fatto un disco che si intitola Ma’, papà meritava di essere almeno citato, povero cristiano» (ride).

Foto: Ilaria Ieie
In mezzo, il disco si apre anche ad altri territori. L’amicizia maschile, per esempio, che in Ti voglio bene uomo diventa una dichiarazione d’amore: «Ho pochi amici, ma questa è veramente una lettera d’amore per loro che ci sono da sempre per me. Volevo portarli a provare certe emozioni, come quando canto: non moriremo con il rimorso di non aver visto mai certe cose. Quelle che gli ho raccontato che sono fighissime e loro, che fanno lavori dove si spaccano il culo dalla mattina alla sera, non hanno mai potuto provare. Il mio sogno era fargliele vivere».
Con Gianluca Grignani, in Peggio del diavolo, il legame passa invece dalla sincerità senza compromessi che li accomuna: «Per me Gianluca è un numero uno. Abbiamo in comune che entrambi siamo persone genuine nelle emozioni che fanno trasparire. E quando sbagliamo non siamo paraculi. Per quello mi trovo bene con lui, perché è uno che se ti deve dire una cosa te la dice in faccia». All’estremo opposto, Ricordi con Elisa apre uno spazio più sospeso e generazionale, l’incontro tra due voci che attraversano linguaggi diversi senza mai perdere riconoscibilità. E quando spiega com’è stato inserirsi nell’ambiente musicale, non ci gira intorno: «È difficile essere sinceri al 100%, farei il fenomeno se ti dicessi che lo sono sempre. Non è così. Però ci sono tanti paraculi nell’ambiente della musica».
Quanto, allora, di quello che racconta nelle sue canzoni è vero? Come in Piangere a 90, dove dice: “Sono stanco, son Riccardo / Sono Blanco, sono stato pure in vetta”. Anche qui, però, svicola dalla dicotomia: «È un fatto fisico. Sono proprio stanco, come oggi che sono qui a parlare dopo aver dormito solo tre ore. Infatti sto dicendo un sacco di minchiate. Per me è solo un fatto fisico, per quello che devo fare, non una stanchezza per questa vita». E sulla distinzione tra persona e personaggio: «Non vedo la differenza tra me e il personaggio. Io sono questo e… questo».
Poi gli ricordo un tema sensibile per l’industria musicale negli ultimi anni, come i biglietti a prezzi stracciati per riempire gli stadi (nel 2022 si parlò di un suo San Siro con alcuni biglietti a 5 euro). «Non mi pare che abbiano venduto i biglietti a 5 euro. Se l’avessi saputo avrei invitato più persone, cazzo! Ti dico la verità, non faccio il paraculo. Tra l’altro, se c’è qualcuno che ha acquistato dei biglietti a quel prezzo a San Siro è swag! Non credo sia successo, altrimenti lo avremmo riempito», dice ridendo. Poi si fa serio sul concetto di sold out a tutti i costi, una questione che sembra essersi trasformata in una nevrosi collettiva: «Per me è il sold out a tutti i costi distrugge l’arte. Non sono mai stato ossessionato dai numeri. Se fai parte di questo settore a Milano e sei dentro questa bolla, tutto ti porta verso i numeri. Io però sto fuori, faccio arte… beh arte, è troppo dire che faccio arte. Faccio musica perché mi piace, voglio farla in modo puro e che tra dieci anni mi rappresenti ancora. Non voglio pensare ai soldi. Ne ho rifiutati tanti. L’ho fatto per coerenza, amo l’arte e chi segue una visione in modo estremo».
E poi c’è il passato che torna, inevitabile, come quello di Sanremo 2023 e delle rose distrutte sul palco che gli costarono l’apertura di un’indagine con l’accusa di danneggiamenti (archiviata). Lo storico direttore di palco all’Ariston, Pippo Balistreri, ha detto che quel gesto gli sembrava preparato durante le prove, ma anche qui Blanco smentisce ci sia stata una costruzione: «Non era preparato. Guardando indietro rivedo semplicemente un ragazzo di 20 anni che era a disagio, non riusciva a gestire la situazione e ha sbagliato. Però lo capisco, quel ragazzo. Ho sbagliato ma non ho ucciso nessuno. È stato un errore perché, pensandoci oggi che sono cresciuto, ero a Sanremo, la città dei fiori con storia e cultura basata su quelli. Tra l’altro sono molto rispettoso delle tradizioni e delle culture, per cui ho sbagliato e basta».
E alla vigilia dell’uscita dell’album, ha deciso di mettere in pratica anche un “pellegrinaggio” per dimostrare che oltre alla musica nel suo mondo prevale la vita reale: giovedì 2 aprile, oggi, percorrerà 11 ore di cammino a piedi lungo 42 chilometri (da Cisano a Calvagese della Riviera, lungo il Lago di Garda) per tornare a casa dalla madre e consegnarle il disco, prima che arrivi a chiunque altro. Un percorso insieme reale e simbolico, come la visione che esprime in quest’album: raccontare il buio, ma continuare ostinatamente a descriverlo come una ricerca di luce. E forse la sua verità sta proprio lì, in quella tensione irrisolta tra ciò che canta e ciò in cui vuole credere.















