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Billy Bragg, questa chitarra continua ad ammazzare i fascisti

Il music business sessista, il folk come social network originario, il conflitto fra libertà individuale e bene comune. «Woody Guthrie si rivolterebbe nella tomba», gli dicono i no mask, ma lui non molla

Billy Bragg

Foto: Joseph Okpako/Redferns via Getty Images

“Non voglio cambiare il mondo, non sto cercando una nuova Inghilterra, vorrei solo trovare un’altra ragazza”, cantava nel folgorante debutto folk-punk Life’s a Riot with Spy vs. Spy e che Kristy MacColl, due anni dopo, portò nella top 10 del Regno Unito. Era il 1983. Così nasceva Billy Bragg, menestrello elettrico dichiaratamente di sinistra nella Gran Bretagna plasmata da Margaret Thatcher. A fine ottobre uscirà il suo decimo album in studio The Million Things That Never Happened, strettamente connesso con la pandemia e prodotto da Romeo Stodart dei Magic Numbers e Dave Izumi Lynch. Un disco politico, ma anche di sentimenti, connubio naturale che ha accompagnato tutta la sua discografia, sbocciata al crocevia fra Dylan e i cantautori, il soul della Motown e i Clash, ma anche la passione per il calcio (tifa West Ham).

L’attivismo musical-politico del cantautore di Barking scaturì dalla partecipazione al leggendario festival Rock Against Racism del 1978, durante il quale Strummer e soci furoreggiarono. Nel corso del tempo “la cosa” prese forma in una libera e idiosincratica collaborazione con il Partito laburista. È stato megafono dello sciopero dei minatori fra il 1984 e il 1985; fondatore con Paul Weller e Jimmy Sommerville del collettivo Red Wedge, nome suggerito da un poster del costruttivista russo El Lissitsky (mentre a un poema di Vladimir Majakovskij è ispirato il titolo suo disco più noto: Talking with the Taxman About Poetry), che si opponeva al liberismo radicale della Lady di ferro; consulente per la riforma della camera dei Lord ai tempi di Tony Blair; curatore dal 2002 del Left Field a Glastonbury; supporter di Jeremy Corbyn nel 2015 e della campagna per il Remain.

Se c’è qualcuno che ha raccolto il testimone di Woody Guthrie e della sua chitarra “ammazzafascisti”, dopo la breve reggenza di His Bobness, quello è Billy Bragg. Non è un caso che, a cavallo del millennio, la figlia Nora Guthrie gli inviò testi inediti da musicare che divennero i due volumi di Mermaid Avenue prodotti coi Wilco.

Oggi, in un Regno Unito sconquassato dal Covid e dalla Brexit, dopo averne difeso la multiculturalità, Bragg continua con le sue canzoni di protesta e sentimentali, i suoi libri e i suoi articoli per il Guardian a rilevare i contrasti sociali del mondo globale e del suo Paese. I detrattori lo sbeffeggiavano chiamandolo “champagne socialist” perché abitava con la moglie Juliet de Valero Wills in una maestosa villa vittoriana nel Dorset. Lui tiene botta. Anche se ci confida subito che di recente la sua resistenza è stata messa a durissima prova. «Quest’estate ho vissuto un terribile strazio, un’esperienza drammatica».

Che ti è successo?
Un uomo di nome Leonardo Bonucci mi ha spezzato il cuore. E quel cazzo di Donnarumma: è il portiere più alto che abbia mai visto! Non è regolamentare! Dov’è finito il fair play?

C’è da dire che la reazione dei tifosi inglesi nei nostri confronti, anche alle Olimpiadi, non è stata molto sportiva.
L’abbiamo vissuta male ma, a parte il solito controcanto razzista, c’è stato un encomiabile supporto per i nostri giocatori meticci o di colore quando si sono inginocchiati a inizio partita e anche in loro difesa per i rigori sbagliati. Ha prevalso uno spirito di corpo, in senso buono. Ad ogni modo: massimo rispetto per l’Italia che era la favorita.

Hai detto che il virus e i lockdown sono il retroterra del tuo nuovo lavoro…
Ho sempre cercato di dare un significato a quel che accade nel mondo con le mie canzoni. È accaduto lo stesso con la pandemia. Quando tutto questo finirà, cosa resterà? Che cosa abbiamo perso? Ok, la birra con gli amici ma anche il non poter esserci stati quando qualcuno ci ha lasciati.

È così che I Will Be Your Shield, una canzone d’amore, è diventato un hashtag in favore della campagna vaccinale.
Il mio lavoro ha sempre giocato sul filo della continuità fra politico e personale. Le mie canzoni più riuscite si nutrono di questa doppia lettura. Prendi ad esempio Valentine’s Day Is Over: parla di relazioni di coppia ma anche di abuso maschile negli stessi rapporti. Allo stesso modo I Will Be Your Shield è una canzone sui sentimenti contestualizzata nel corso di una pandemia.

A proposito di abusi sessuali maschili, di recente sono emersi particolari a dir poco inquietanti che riguardano varie artiste tra cui Alanis Morissette. Potrebbe scoppiare un #metoo anche nel mondo della musica?
Di sicuro è una questione che va affrontata. Non so come andrà a finire, ma lo sfruttamento della sessualità femminile è parte integrante dell’industria musicale. Che sia per vendere più dischi o per la gratificazione personale di qualcuno.

Sei mai stato testimone di violenze di questo genere?
Te lo dico senza troppi giri di parole: il music business è da sempre razzista e sessista. È in mano per lo più a uomini bianchi col pelo sullo stomaco, soprattutto con le ragazze più giovani. Prima le invitano a cena, poi le chiedono di svestirsi…

Nei tuoi nuovi testi ho percepito un certo grado di smarrimento riguardo ai grandi ideali. Amore e arte sembrano l’unico rifugio. Dove sono finiti i giorni del pane e delle rose?
I giorni di cui parli sono importanti, ma li dobbiamo mettere nel cassetto. In questo momento il dibattito è fra libertà individuale e bene comune. A proposito: in Italia si parla di bene comune?

Diciamo che è un tema contrastato.
Beh, in tempi normali uno può anche pensare solo a se stesso ma durante una pandemia bisogna far leva più su ciò che è utile a tutta la comunità. Prendi l’esempio di chi pensa che indossare una mascherina sia una violazione dei propri diritti mentre è un atto di solidarietà oltre che di protezione personale. Personalmente sono incoraggiato da quel che vedo al supermarket dove abito: sono tutti con i dispostivi di protezione nonostante il governo abbia detto che non c’è n’è più bisogno.

Fino a che punto si possono mettere dei paletti all’azione del singolo?
Dipende. Se si parla di segregare in casa qualcuno perché non si è vaccinato, sarei contrario. Se invece si chiede di esserlo per andare a un concerto al chiuso sono certamente d’accordo.

Sei a favore del Green Pass?
Sì, certo – io mi sono vaccinato due volte – ma anche ai tamponi. In ballo ci sono le scelte personali degli individui e gli Stati, più che obblighi, devono usare la forza della persuasione.

Se al posto di Boris Johnson ci fosse stata Margaret Thatcher?
Quando era primo ministro,  Thatcher disse una famosa frase: che la società era una specie d’inganno e che esistevano solo le famiglie e gli individui. Io la penso al contrario. La società esiste eccome. E si configura come la responsabilità che abbiamo per chi ci sta intorno. Chi si rifiuta di indossare una mascherina segue l’idea della Thatcher.

Su Facebook qualcuno ha commentato «Woody Guthrie si rivolterebbe nella tomba» sotto a un tuo post dove ne indossavi una con l’intenzione di promuoverne l’uso. I no vax paragonano la vaccinazione ai campi di sterminio. Mi sembra che le cose stiano un po’ sfuggendo di mano…
C’è davvero molta confusione. Nel caso specifico anche se non posso parlare per una persona che non c’è più, sono convinto che Woody avrebbe messo il bene comune davanti a ogni tipo di ragionamento. Sul discorso dei vaccini si può capire il timore irrazionale, io ad esempio ho paura di volare. Il problema è che la gente non capisce che la libertà non è fare quel che ci pare, quella è anarchia. La libertà è responsabilità. Personaggi come Donald Trump e Boris Johnson sono l’emblema di questa incomprensione.

In atto ci sono tanti cambiamenti geopolitici, a cominciare dalla Brexit. Come fa un patriota progressista come te a venirne a capo? Che nuova Inghilterra si prospetta?
Questa è davvero una domanda tosta. Ci sono dei momenti in cui pensi che le cose stiano andando per il verso giusto e poi ti rendi conto che era solo un’illusione. Che i tuoi concittadini non la pensavano come te. L’essenza della Brexit è davanti agli occhi di tutti: stiamo voltando le spalle al mondo intero. E il mondo intero non verrà a cercarci. Gli Stati Uniti, la Cina, l’Europa andranno avanti per la loro strada. Diventeremo un gran Paese in cui vivere, ma che non conta più nulla.

Vero anche che il dibattito sul cambiamento climatico riguarderà tutti. C’è qualcuno che sottovaluta le previsioni degli scienziati.
E fanno male, sono ciechi. Io abito di fianco all’Oceano. Il mare è rabbioso. Le tempeste sono intense. La pioggia cade pesante. E il sole è troppo caldo. Mi ero comprato una coperta navajo perché qui faceva freddo. In dieci anni chi l’ha mai usata?

Spesso ti domandano con una punta di nostalgia se gli artisti possono influenzare la politica come nel passato. Ribalto la questione: la musica può essere ancora valorizzata come fonte d’ispirazione nella rete?
Quando ero giovane, la musica era il nostro social network. Eravamo emarginati. Oggi molti ragazzi sono degli influencer, ma c’è tanta gente di colore estromessa dal gioco. Per loro la musica non mainstream, penso al grime, è ancora un mezzo importante di espressione politica. È sul palco dei Brit Awards che Stormzy ha potuto dir la sua sull’incendio della Grenfell Tower. Non di certo sui giornali.

Agli NME Awards del 2020, invece, sei diventato amico della tua co-presentatrice: Taylor Swift.
Siamo due cantautori, anche se sono decisamente più vecchio. La rispetto molto perché fa la musica che desidera senza farsi mettere i piedi in testa da nessuno.

Sul tuo profilo Twitter campeggia la famosa citazione di Dante Alighieri: lasciate ogni speranza voi che entrate. Il brano Ten Mysterious Photos That Can’t Be Explained scritto a quattro mani con tuo figlio Jack Valero, sembra un bestiario del popolo web dove i curiosi diventano “eroinomani autodidatti”.
La rete è solo lo specchio dell’umanità. In essa c’è il bene ma c’è anche il male. Tutti possono parlare, è vero. C’è cacofonia, spazzatura, follia. Tutto quello che vuoi. È la pazzia dell’umanità e va bene così.

Umberto Eco, un nostro famoso intellettuale, diceva che la rete dà la parola a legioni di imbecilli.
Non sono d’accordo. Che manchino le regole è un conto. E vanno senz’altro messe. Contro il cyberbullismo. Contro le fake news. Ma la libertà è anche questa. L’ho spiegato nel mio libro The Three Dimensions of Freedom. La libertà è autodeterminazione, uguaglianza e responsabilità che però va distinta dalla cancel culture.

Eco, in pratica, sosteneva che una volta la chiacchiera da bar rimaneva confinata entro le sue mura mentre oggi un’idiozia può assurgere a verità.
Anche le foto dei gattini una volta rimanevano nei confini di una stanza, oggi invece non vediamo altro che gattini. Non è fantastico? Oppure non avremmo avuto il K-pop, sarebbe rimasto in Corea. L’universalità della cultura pop è una bella cosa. Come lo è la possibilità di conoscere quel che succede in Congo, in Brasile o in Vietnam. A volte sono inorridito anch’io. Ma più di frequente sono rallegrato da questo caos.

Al Met Gala 2021, 35 mila dollari a biglietto, Alexandria Ocasio-Cortez ha indossato un vestito con scritto a caratteri cubitali rossi “Tassate i ricchi”. C’è chi l’ha definito un gesto contraddittorio. Tu che ne pensi?
Risponderei a chi dubita con una domanda: quale posto migliore per mandare un certo tipo di messaggio?

Facendo le debitissime proporzioni mi ha colpito il costo elevato per assistere alla presentazione live di The Million Things That Never Happened sulla piattaforma Stabal. Lo slogan “Pay no more than” impresso sui tuoi vecchi dischi è un marchio di fabbrica difficile da cancellare.
Hai ragione, ma i tempi son duri. Facciamo fatica come industria a sé e con il Covid le cose sono drasticamente peggiorate. Volevo pagare salari adeguati a tutti e realizzare una cosa bella dal punto di vista tecnico.

Stando sull’iconografia dei tuoi dischi mi ha sempre incuriosito la dicitura “difficult third album” impressa sulla cover di Talking with the Taxman About Poetry. Perché il terzo disco è quello difficile?
Quando prepari il tuo primo disco, hai tutta una vita privata da metterci dentro. Per il secondo ti rimangono gli avanzi dell’esordio. Quando ti cimenti con il terzo, le cose si fanno più difficili, le aspettative più alte. Non sei più lo stesso perché hai avuto successo e sei diventato un personaggio pubblico. Il terzo album ti definisce per quel che sei come artista. London Calling, All Mod Cons, Born to Run.

Una volta ho fatto un esperimento. Ho provato ad ascoltare Life’s a Riot with Spy vs. Spy in tutte le edizioni possibili. Ha vinto a mani basse una stampa tedesca in vinile, prima edizione. Quanto stiamo perdendo dal punto di vista della qualità delle vibrazioni musicali?
Il risultato dell’esperimento non mi sorprende. Il test pressing in vinile del mio nuovo disco suona in modo diverso dal CD e dallo streaming. Queste cose vanno dette.

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