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Bill Murray ci fa riscoprire la classica con leggerezza


‘New Worlds: The Cradle of Civilization’ racconta l’ultimo concerto del progetto col violoncellista Jan Vogler che tiene insieme musica e letteratura. «È come portare doni da un altro pianeta»

Bill Murray e Jan Vogler

Foto: Stefan Hoederath/Getty Images

È sera e Bill Murray e i suoi musicisti sono reduci da una giornata passata a fare interviste e suonare al Carlyle Hotel (un concerto a sorpresa, il giorno dopo lo rifaranno a Washington Square Park). Sono in ritardo e discutono dei prossimi impegni. È chiaramente arrivata l’ora dei Martini e così Murray e il violoncellista Jan Vogler passano dei cocktail alla violinista Mira Wang e alla pianista Vanessa Perez prima di fare l’ultima intervista del giorno. Dal cameratismo si intuisce che hanno passato tanto tempo on the road, dalle ore di trekking alla performance in luoghi storici come l’Odeo di Erode Attico, ad Atene, protagonista del nuovo concert film New Worlds: The Cradle of Civilization.

«Viaggiare con loro è stata un’esperienza. Mi sentivo come un vecchio attore shakespeariano alla fine del ventesimo secolo, sul palco per il pubblico di New Orleans, che commenta: ma che diavolo sta dicendo questo?», spiega Murray imitando la parlata del sud e inquadrando il tema centrale del tour, ovvero accoppiare i classici della letteratura americana con la musica classica. «Ci sembrava quasi di portare doni da un altro pianeta».

Il film documenta la performance del 2018 ad Atene, l’ultima tappa di un tour che li ha portati anche sul palco della Carnegie Hall e della Sydney Opera House. Non è per tutti, certo, ma il film non si rivolge solo agli appassionati di classica e letteratura: lo show mescola composizioni di Bach e Schubert con classici moderni, dalla Broadway di West Side Story fino alle canzoni di Tom Waits e Bruce Hornsby, e lo fa in modo coerente e sorprendente. «Non se l’aspettano», dice Murray. «Qualunque cosa credano di vedere, non è quello che avranno». La bellezza di New Worlds è tutta qui.

È uno show pieno di gioia e leggerezza, con Murray che scherza e saltella mentre canta I Feel Pretty e poi esagera durante The Piano Has Been Drinking di Tom Waits. È anche un viaggio commovente attraverso storie d’amore, perdita, rimpianti e nostalgia. Durante Oblivion di Piazzolla, Murray e Wang ballano il tango. Murray legge un estratto da Festa mobile di Hemingway: era la descrizione di momenti e personaggi licenziosi e colorati, diventa una meditazione sulla condizione umana e la morte tragica di un vecchio amico.

Lo show è del 2018. Guardarlo con gli occhi di oggi fa sì che i passaggi sull’esistenza e l’umanità assumano un significato ancora più profondò. «Il Covid, il momento che stiamo vivendo, è il più difficile di tutta questa generazione, se non ci diamo da fare e sfruttiamo le opportunità che nascono da queste difficoltà, lo rimpiangeremo», dice Murray. «Perderemo un’enorme opportunità per crescere».

Uno dei momenti dello show che fanno più effetto oggi è la lettura di Forgetfulness, una poesia del 1990 di Billy Collins che esplora ironicamente la perdita della memoria, ma che potrebbe benissimo parlare di come la pandemia ci abbia tolto il senso del tempo e sprofondato in un eterno Giorno della marmotta.

Il progetto nasce come collaborazione tra Murray e Vogler, che hanno mischiato questi due mondi a cui sono così affezionati nell’album New Worlds. «Prima abbiamo fatto il disco e poi siamo partiti in tour. Mi piace pensare che abbiamo imparato a suonare quella musica solo in un secondo momento», dice l’attore. Per lo show sono stati scelti artisti e composizioni specifiche, e ovviamente tutti i reading danno il meglio dal vivo e nel film, soprattutto grazie alla sinergia tra le performance accese di Wang e Perez e le interpretazioni di Murray, che rende i personaggi e le scene con accenti diversi, espressioni facciali e un impeccabile senso del ritmo.

«È un maestro, il suo modo di recitare e interpretare è un elemento chiave dello show», dice Vogler.

Murray spiega che a volte le diverse parti dello spettacolo si sono incastrate «grazie a splendidi incidenti», come nel caso dell’accoppiata tra la musica di Schubert e alcuni passaggi da Il cacciatore di daini di James Fenimore Cooper. I due artisti non si sono mai incontrati, ma entrambi hanno scritto della bellezza della natura e, come spiega Murray nel film, Schubert leggeva Cooper sul letto di morte. «Metterli insieme è stata un’idea di Mira. Sembrava un’idiozia, ma ci abbiamo provato», dice, scatenando le risate dei collaboratori. «E ha funzionato. Il ritmo delle parole e la musica si sono incontrati. Messi insieme sono ancora più potenti».

Un viaggio nel deserto della California ha spinto Murray a inserire nello show un brano di Van Morrison, When Will I Ever Learn to Live in God. Era la prima volta che provavano a lavorare su musica più recente, ed è così che hanno deciso di incorporare nel progetto anche generi diversi. «Era un periodo strano, c’erano stati un sacco di temporali e dove di solito c’è solo sabbia si vedevano fiori e vita», dice Murray. La canzone suonava dallo stereo dell’auto, e si è ritrovato di fronte a centinaia di persone che guardavano il tramonto. «Erano lì per vedere i fiori e il sole, che ho visto riflesso nei loro occhiali. Osservavano qualcosa che non riuscivano a comprendere, una deserto pieno di fiori. E io non capivo le parole della canzone, non sapevo cosa stesse cantando, perché fosse così appassionato e agitato, e come facesse quella canzone a colpirmi tanto».

Murray ha anche suggerito di inserire nello show The Way It Is, il pezzo di Bruce Hornsby and The Range. L’ha scelta per mettere sotto i riflettori Perez, che suona il celebre riff di piano. «Non è facile da fare», aggiunge. «Lei ci riesce, noi no».

Lo show e la scaletta si sono evoluti durante il tour. Quando sono arrivati all’ultima data, in Grecia, avevano perso un costume, tutti i bagagli («Lei ha indossato il mio abito», scherza Murray) e non avevano dormito per colpa di un pessimo volo. La performance è stata comunque straordinaria, un documento del talento di questi artisti. Com’è chiaro a chi vedrà il film, c’è grande intesa nel quartetto: anche nella nostra call su Zoom si finiscono le frasi a vicenda e raccontano i momenti più belli passati on the road, tra cui un concerto dei Rolling Stones e una partita dei Cubs.

In quanto a un possibile seguito, secondo Murray potrebbero mettere in piedi un altro show «per il puro gusto di farlo. Forse proveremo qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso». Non sappiamo se qualcosa bolle già in pentola, e Murray è uno che ama nascondere le sue idee più strane, ma risponde mettendosi a cantare No Expectations degli Stones: «Got no expectations to pass through here again. So take me to the station and put me on the train. Got no expectations to pass through here again».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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