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BigMama vuole essere la ‘Next Big Thing’ del rap italiano

Sulla copertina del nuovo EP imbraccia un lanciafiamme perché vuole «essere al centro dell’attenzione». Diventata «più spensierata» dopo un brutto periodo, qui parla di insicurezza, di grassofobia e di rapper uomini che non fanno coming out «per non perdere metà della fan base»

Foto: Adriana Tedeschi

Il periodo che ha preceduto l’uscita del suo primo EP ufficiale, dall’azzeccatissimo titolo Next Big Thing, non è stato particolarmente facile per BigMama. «Sono usciti degli album giganteschi nell’ultimo anno, ma non ho sentito nulla», racconta. «Ho passato dei mesi molto bui, non avevo molta voglia di ascoltare musica. Avevo intorno tante persone che passavano le giornate a criticare il mio modo di essere e a convincermi di essere sbagliata: per ritrovare la serenità ho dovuto cambiare giri e vita».

Per fortuna, la gioia di vivere è tornata, con lei la voglia di ascoltare e fare musica, e l’EP – con direzione artistica firmata da Crookers e la collaborazione di vari altri produttori di rottura, come Goedi, Riva, B-Croma, nonché un featuring di Ensi – è una piccola bomba. Anzi, una fiammata, a giudicare dalla copertina (eccola, con tanto di citazione di Purple Rain, ndr). «Beh, è tipico di me cercare di non passare inosservata: ci serviva qualcosa che enfatizzasse la mia voglia di sentirmi al centro dell’attenzione. Così ci è venuto in mente di usare un lanciafiamme», dice ridendo. «Ho dovuto firmare un sacco di liberatorie, c’era perfino un tecnico che mi assisteva a ogni passo. Io di solito sono molto spaventata dal fuoco, in realtà, ma non mi lascio mai fermare dalle mie paure. Nel visual video della prima traccia dell’EP, Pollo Chicken, potete anche vedermi mentre ballo con il lanciafiamme in mano».

Classe 2000, cresciuta ad Avellino, rapper, si era fatta notare per il mood e i messaggi di un certo peso (letteralmente e in senso figurato) che lanciava nei suoi brani, ma anche nelle interviste: body positivity, consapevolezza di sé, salute mentale erano al centro della sua narrazione. A un primo ascolto, sembra però che l’approccio di Next Big Thing sia molto più spensierato.

È effettivamente così?
Assolutamente, e per diversi motivi. Il primo e il più importante è che sono diventata una persona più spensierata. Il cambiamento decisivo è avvenuto con l’uscita di Too Much. È stato un pezzo che mi ha liberata di molti dei pesi che mi sentivo addosso: avevo proprio bisogno di esprimere quello che sentivo dentro e di sentirmi dire da altri «non preoccuparti, ci sono passato pure io, vai bene comunque». Ma a livello ancora più profondo, ciò che ha fatto davvero la differenza è stato vedermi in un certo modo. Devo tutto allo stylist del video, Cristian Azazel Lorenzoni: pensa che non gliel’ho mai detto, perché un po’ mi vergognavo. Prima di quel giorno sul set, ero convinta di dovermi vestire in un determinato modo per nascondere ciò che invece lui ha messo in risalto. La prima volta che ho visto quelle immagini, a casa del videomaker, mi sono emozionata, non sembravo neanche io. Ero convinta che avessero usato degli effetti o dei filtri, e lui continuava a ripetermi: «No amo, guarda che tu sei così!». Mi sono resa conto che anch’io ero bella, basta truccarmi bene e smetterla di infagottarmi in magliette enormi. Da lì in poi, è stato un boost di autostima dietro l’altro: le interviste, i concerti, le foto, i complimenti della gente… I problemi di cui parlavo prima non li vivo più così tanto.

Insomma, è un bel periodo per te.
Esatto. Mi sono messa l’anima in pace, più che altro: sto imparando ad affrontare le mie paure a livello fisico, ad andare oltre i limiti che mi auto-imponevo, e soprattutto a combattere i miei disturbi alimentari, che è sicuramente l’azione più forte e importante su cui mi sto concentrando ora. E ci sto riuscendo. In questo momento sono vestita di bianco, un colore che non avrei mai usato prima, e ho le braccia scoperte, un’altra novità assoluta per me. Ho capito che la grassofobia è spesso soprattutto nella testa dei grassi, che sono i primi ad avere paura di ingrassare e ad avere un pessimo rapporto con il proprio corpo. Già solo uscire da questi schemi mentali fa tantissimo.

Tornando alla musica, nell’EP hai sviluppato ancora di più il sound elettronico che caratterizzava i tuoi primi singoli con Crookers…
Quando ero ragazzina ascoltavo un sacco di musica disco, club e rave: mi affascinava tantissimo, ma non pensavo di poter fare parte di quel mondo, perché non si sentiva molta gente rappare su quel tipo di basi. L’incontro con Crookers è stato fondamentale per capire che tutti i sound che amo possono sposarsi tra di loro senza contraddizioni. Il fatto di frequentare molto la comunità LGBTQ+, essendo io bisessuale, e l’aver portato un rap così tecnico e incastrato anche in quell’ambito dove di solito non c’è, è un’ulteriore dimostrazione di questo.

Il rap è considerato da molti un genere un po’ omofobo e machista (a torto o a ragione): hai avuto difficoltà a traghettarlo nel mondo LGBTQ+, e viceversa?
A me non piace fare distinzioni di genere, ma in quanto donna mi risulta più facile. Un uomo che tratta tematiche sessualmente ambigue, lo si addita subito: «Gli piacciono gli uomini, andrà con le trans», e via di commenti ignoranti di questo tipo. La donna bisessuale, invece, è percepita come figa, perché ai maschi fa venire in mente una cosa a tre. In generale, anche in Italia finalmente ci sono un po’ di artisti che provano a parlare di sessualità in maniera più aperta, ma sono quasi tutte donne: i pochi uomini che ci provano sono considerati come fenomeni trash.

In effetti colpisce sempre molto il fatto che nel rap italiano ad aver fatto coming out pubblicamente, sono solo artiste donne. E non certo per mancanza di artisti gay o bisex uomini.
È molto triste, sì, ma non hanno la libertà di farlo. Purtroppo la figura del rapper incarna il maschio alfa, grande e grosso, forte, che prende a pesci in faccia le femmine. Se qualcuno facesse coming out, probabilmente perderebbe la metà della sua fan base, ad oggi.

Se il rap è (anche) questo, cosa ti ha spinto verso questo genere, inizialmente?
Avevo bisogno di parlare molto e il testo di una canzone rap è molto più lungo del testo di una canzone pop. E poi, a 13 anni avevo una grande voglia di rivalsa, e quella stessa mia voglia la sentivo solo negli altri rapper. In particolare in Salmo, che è sempre stato il mio grande idolo. In realtà canto anche, è una cosa che mi piace molto, e sono in grado di scrivere musica più melodica se voglio, ma quando rappo è tutta un’altra cosa: mi sfogo molto di più.

Oltre ai pezzi in cui ti sfoghi o ti diverti, nell’EP ci sono anche un paio di brani più sentimentali, come Poker e Note. Li hai commentati dicendo che hai «paccato» le persone a cui sono dedicati. In che senso?
Sono molto sentimentale, mi lego parecchio al ragazzo o alla ragazza con cui sto, ma sono anche molto diretta: se non va, se percepisco che non ho più niente da dire o da dare, mi stacco. Sono due pezzi scritti in momenti diversi della mia vita: Poker risale a due anni fa, quando mi sentivo ancora con una persona di Avellino, mentre Note è molto più recente. E comunque, quando qualcuno si fidanza con un artista, secondo me dovrebbe firmare un contratto in cui si dichiara consapevole che prima o poi potrebbe ritrovarsi con una canzone incentrata su di lui/lei, in senso positivo o negativo… (ride)

A proposito di Avellino, tu ormai vivi da anni a Milano, ma come ti percepiscono nel luogo in cui sei cresciuta, oggi che cominci a farti conoscere in tutta Italia per la tua musica?
Diciamo che a Milano c’è una visione più libera, mentre ad Avellino è tutto più strano. Quando gli stream e le visualizzazioni sono aumentate, la gente è cambiata; ci sono due comportamenti-tipo, ed entrambi mi fanno paura. Il primo è quello della persona che ti ha visto tre volte in tutto, o ti ha trattato di merda per tutta la vita, e va in giro a dire che è il tuo migliore amico, oppure ti scrive dal nulla chiedendo «oh, sorellina, ma quando ci vediamo?». Molti dei miei bulli mi hanno riscritto, compreso il mio compagno di banco delle medie, che passava giorni e giorni a dirmi quanto ero brutta. Il secondo è quello della persona con cui c’è stato un rapporto d’amicizia vero, che all’improvviso ti contattano dicendo «ciao Marianna, non so se ti ricordi di me…». Ragazzi, sto facendo musica, mica tengo l’Alzheimer (ride). Probabilmente il fatto è che ad Avellino non sono abituati al fatto che si possa diventare famosi con la musica: le celebrità vengono viste come dèi scesi in terra, anche quelle piccolissime.

La tua famiglia, invece, come ha preso la tua carriera musicale?
Ho due splendidi genitori, sono innamorata di loro: hanno cercato sempre di darmi tutto, anche con possibilità limitate. All’inizio ovviamente erano un po’ straniti, anche dalla scelta del rap. Mia mamma ancora oggi mi chiede perché dico così tante parolacce nei pezzi: è fissata, perché vorrebbe sentirmi in radio e sa che se faccio pezzi volgari non ci arriverò mai. In generale sono sempre stati felici che amassi la musica, ma cercavano di esortarmi anche a studiare, ad avere la testa sulle spalle, e grazie a questo oggi sono a qualche esame dalla laurea. Quando hanno cominciato a vedere un salto di qualità – la firma con un’etichetta, i primi articoli su di me – sono stati super fieri di me. Mio padre è impazzito completamente, è tipo il mio groupie! Passa le giornate su Spotify ad ascoltare i miei pezzi, e la cosa divertente è che abbiamo lo stesso account, quindi sembra che io mi ascolti da sola in rotazione continua (ride). Sanno che sto vivendo il mio sogno, e sono felicissimi che si stia avverando. Anche se ancora non me ne sto rendendo conto del tutto.

No?
Sono molto pessimista, non ce la faccio a festeggiare troppo: so che ci sono ancora tanto lavoro e un sacco di botte di culo tra me e la realizzazione di quel sogno. Solo nell’ultimo anno ho capito che, se ci sono così tante persone che scommettono su di me, siamo sulla strada giusta. Ma per il resto è un work in progress, non mi do già per arrivata. Sarebbe stupido. Nella vita, solo la morte è sicura (ride). Per fortuna adoro lavorare: non mi pesa niente, arrivo a casa stanca ma felice. La mia esistenza ideale sarebbe passare tutto il giorno chiusa in studio e la sera a fare i live. Speriamo che quest’anno vada proprio così.

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