BigMama, la rapper italiana che lotta per la body positivity | Rolling Stone Italia
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BigMama, la rapper italiana che lotta per la body positivity

I ragazzi le tiravano pietre urlando «cicciona». Folgorata da Salmo e ispirata da Lizzo, ha trasformato la sua rabbia in musica e oggi rappa di autolesionismo, omofobia, discriminazione

BigMama

Foto: Cristina Troisi

Rappa contro tutti coloro che l’hanno offesa per il suo aspetto fisico e contro ogni discriminazione, che sia di genere, di stampo razziale o altro non importa. «Le minoranze vanno difese», è il pensiero di Marianna Mammone in arte BigMama, 21enne di Avellino che a sei mesi di distanza dai singoli Mayday e Formato XXL ha pubblicato un nuovo singolo, Too Much, targato Pluggers, l’etichetta indipendente già nota per aver lanciato Massimo Pericolo. “Dicono che sono troppo, quando parli, parli troppo, quando ridi, ridi troppo, quando mangi, mangi troppo”, rappa BigMama nel brano prodotto da Crookers, accompagnato da un video realizzato da Marco Gradara per Fluidostudio «con un team LGBT», in cui sfodera un linguaggio molto esplicito, autoironico, ma anche crudo e politicamente scorretto, per respingere al mittente tutte le parole e le frasi poco gradite ricevute nella sua vita.

L’abbiamo incontrata a Milano, dove vive da circa tre anni, per farci raccontare la sua storia e per parlare delle sue battaglie all’insegna della body positivity, ma non solo. «BigMama è il mio alter ego da quando avevo 14 anni, una storpiatura del mio cognome, ma mi è sempre piaciuto cantare», dice la giovane rapper.

Sin da bambina?
Sì, da bambina partecipavo alle gare di karaoke del mio paese, San Michele di Serino, ho anche vinto diverse coppe. E ricordo ancora che a 7 anni prendevo il telefono di mia madre e facevo dei video con delle canzoni inventate da me, delle specie di freestyle per il mio fratellino più piccolo, all’epoca aveva un anno e mi divertivo a farlo ballare. In sostanza la musica è sempre stata nella mia vita e ho sempre scritto, anche se fino a un certo punto senza un reale obiettivo.

Che cosa ascoltavi?
Da brava ragazzina bimbominkia sono stata una fan degli One Direction, poi un giorno sono andata con uno dei miei fratelli a un concerto di Salmo, Clementino ed Ensi e lì mi sono innamorata persa di Salmo, al punto che per un periodo ho sentito solo lui, conosco la sua discografia a memoria. Finché mi sono resa conto che la sua musica mi faceva stare bene, ma i suoi testi non parlavano di ciò di cui avevo bisogno io. In Italia non esiste ancora nessuno che prende posizione per il mio tipo di minoranza, se vogliamo chiamarla così, ossia per tutte quelle persone che come me si sentono sbagliate perché grasse, anche se nel mio caso non è solo questo. Così ho iniziato a farlo io.

Quando esattamente?
È successo dopo una giornata difficile, avevo 13 anni, ero uscita con un’amica e dei ragazzini si erano messi a lanciarmi addosso delle pietre urlandomi dietro «cicciona, fai schifo» e cose del genere. Tornai a casa distrutta, ma ai miei genitori non dissi nulla perché mi vergognavo. Li stanno scoprendo ora, questi fatti, ai tempi ero convinta che a essere sbagliata fossi io. Però quel giorno, dopo un bel pianto, presi una base triste su Internet e buttai giù un pezzo, Charlotte, che per me è stato l’inizio di tutto. Anche se il coraggio di pubblicarlo l’ho trovato solo nel 2016.

Tre anni dopo?
Esatto, ce l’avevo solo nel cellulare e avevo persino pudore di sentirlo, perché è molto pesante: a 13 anni sei ancora una bambina e non è bello che una bambina scriva certe cose. Anche se nel testo parlavo in terza persona, in realtà era uno storytelling autobiografico: la protagonista di Charlotte è una ragazzina autolesionista che non riesce a confrontarsi col mondo e a fare nulla perché si sente sbagliata, giudicata, ha addosso un peso costante che alla fine la spinge ad ammazzarsi. È una traccia che amo tutt’oggi, ma in quel periodo la sentivo solo tra me e me. È stata una delle mie migliori amiche che un giorno, dopo averla sentita ed esserne uscita pazza, ha deciso di farla ascoltare a uno dei rapper più noti ad Avellino.

E cos’è accaduto?
È finita che senza che fosse stata pubblicata la canzone ha iniziato a girare. Non dimenticherò mai una ragazza che una sera, in giro per Avellino, mi venne ad abbracciare in lacrime perché gliel’avevano fatta sentire ed essendo lei autolesionista si riconosceva nelle mie parole. Mi chiese dove poteva riascoltarla e le dissi che non l’avevo mai buttata fuori, però proprio vedendo la sua reazione mi decisi e il giorno dopo lo feci, la misi online: era il primo settembre 2016. Da allora non mi sono più fermata, anche se fino al 2019 ho fatto tutto da sola.

Come?
Scrivevo i pezzi su strumentali pescate su Internet, li registravo e pubblicavo online, facevo concerti e serate ad Avellino, cose piccole, ma mi piaceva. L’unico problema era che non stavo simpatica ai rapper locali, adesso mi scrivono, ma prima… In più giù c’è questa mentalità, di provare a scrivere una potenziale hit puntando tutto su quello, per cui vedevo molti ragazzi spendere un sacco di soldi, dei genitori ovviamente, per fare foto, video e così via, ma senza poi combinare nulla, perché ad Avellino non c’è nessuno che cerca talenti su cui investire veramente e allora come fai? Io in ogni caso non potevo permettermi di spendere, la mia famiglia non è così benestante, mia mamma è casalinga, mio padre ha un’azienda di ascensori, ma ci sono stati problemi.

Dicevi che la Charlotte del tuo pezzo omonimo era autolesionista e finiva per togliersi la vita: davvero è tutto autobiografico?
Sì, in quella fase avevo dei pensieri molto brutti e mentre oggi vedo tanti adolescenti, ma non solo, fare i vittimisti sui social, io mi tenevo tutto dentro; chi soffre sul serio, penso, lo fa in silenzio. Per fortuna ho trovato la mia valvola di sfogo che è la musica. E sì, ero anche un po’ autolesionista, mi tagliavo, anche se non ho mai fatto niente di esagerato ed è capitato solo qualche volta. Qualche taglietto ormai ce l’abbiamo un po’ tutti.

Fa impressione quanto sia diffusa tra gli adolescenti, questa cosa dei tagli.
Adesso è quasi una moda, vanno sempre avanti le cose peggiori…

Ma cos’è che scatta nella testa di un ragazzino o di una ragazzina che si taglia?
Semplicemente ti odi. Il punto secondo me è che oggi con Internet e gli smartphone sai tutto del mondo sin da piccolo e questo fa paura, mette ansia, ansia che può portarti a chiuderti, a non affrontare le situazioni e infine ad arrabbiarti, ma non contro qualcuno o qualcosa, bensì contro quel te stesso che ti ha deluso. E allora tagliarsi sulle gambe, sulla pancia, sulle braccia, diventa un modo per farsi male senza rovinare quello che c’è attorno.

Quello che mi chiedo è se quel tuo pensarti sbagliata era già presente nella tua testa, magari a causa di modelli estetici promossi dai media rispetto ai quali ti sentivi inadeguata, o se sono stati i tuoi coetanei a farti sentire così?
Non so nemmeno rispondere, perché ho iniziato a subire bullismo sin dalla prima elementare. Sono sempre stata cicciotta, poi crescendo sono lievitata, ma mi sono sentita scartata da subito e ovunque: le prime a bullizzarmi sono state le signore del mio paese, figuriamoci, tutte a gridarmi di mettermi a dieta, ma quella è una realtà così chiusa… Poi a danza, dove la maestra mi metteva sempre in prima fila perché ero brava a ballare, ma continuava a dirmi «e dimagrisci!». A scuola lasciamo perdere, sui social non sto nemmeno a dirlo.

Mi sa che siete troppo esposti.
È che certe cose sembrano non finire mai, l’ultima volta che mi hanno fatto body shaming è stato ieri alla fermata del tram, stavo andando al Ride Milano per la serata queer Drama e dei ragazzi hanno cominciato a urlarmi dietro «chiattona».

Così, dal nulla?
Devi immaginarti di essere una ragazza molto in carne: se ti nascondi nei tuoi vestiti larghi, se ti copri, magari nessuno ti nota; io, invece, sono passata con una gonna e un’audacia assurda, perché sono fierissima oggi di ciò che sono, e questo a molti dà fastidio, perché invidiano il tuo coraggio, sono insicuri e vogliono dimostrare il contrario. Comunque a quei ragazzi ho risposto in maniera molto cattiva, è l’unico modo per fare stare zitte certe persone e io non mi tiro indietro. Di sicuro, però, gli uomini mi fanno paura, perché tutte le cose brutte che mi sono capitate le ho subite da loro, sono stata anche toccata e palpata in metro, le donne al massimo ti insultano sui social. Se non ci fossero gli uomini potrei uscire anche nuda.

Tu sei lesbica?
No, bisessuale. E qui si capisce che la sessualità non è una scelta, perché sì, dopo quello che ho detto sembrerà strano, ma mi piacciono anche gli uomini.

Parli di body positivity, di disagio mentale, di omofobia, di sessismo: quando hai capito che come rapper volevi trattare questi temi?
Dopo Charlotte, perché da un lato il riscontro che quella canzone aveva ottenuto ad Avellino, dove all’epoca, si parla di otto anni fa, una rapper non si era nemmeno mai sentita, mi aveva galvanizzata, e dall’altro quello stesso riscontro aveva spinto molti rapper a darmi addosso, il che mi faceva incazzare e mi spingeva a scrivere pezzi arrabbiati, dei veri e propri sfoghi. E in effetti è così: la musica per me è uno sfogo. Anche se poi sono autoironica nelle canzoni, parlo della mia condizione e di discriminazione, ma faccio anche battute su me stessa.

Non hai paura, presentandoti in questo modo, di essere strumentalizzata da giornali, brand e simili, visto che ormai le battaglie per i diritti civili finiscono sempre per essere marketizzate? Il rischio è che di certi problemi si parli, sì, ma in modo superficiale, se non a colpi di hashtag.
Io canto di ciò che sono e visto che tanto le persone parlano sempre e comunque, mi va bene anche essere etichettata come la ragazza grassa che canta per sfogarsi e per i diritti di chi non ne ha: se questo può aiutare qualcuno, perché no? Senza contare che è innanzitutto per me stessa che ho cominciato a scrivere di questi temi, perché non so se la vita ce l’ha con me o se è così per tutti e sono io che ne faccio un dramma, ma sono stata discriminata come ragazza grassa, come bisessuale, come ragazza e basta, e ho subito di tutto, violenza sessuale inclusa. E oggi che penso di avere la forza per non crollare, voglio trasmetterla agli altri. Dopodiché non scrivo e non scriverò solo di queste problematiche.

A Milano quando ti sei trasferita?
Nel 2018, perché immaginavo che qui avrei trovato contatti giusti nel mondo della musica. In realtà finito il liceo scientifico ad Avellino avevo fatto un test d’ingresso per la facoltà di Economia in Germania della Lidl, formano figure dirigenziali: ci ho provato perché alle superiori ho studiato il tedesco e ho un buon livello, oltre che perché offrivano una borsa di studio ottima, mi avrebbero pagata 2000 euro per studiare, solo che sono arrivata terza e hanno preso i primi due. Così sono entrata al Politecnico, comunque con una borsa di studio: mi faccio il mazzo perché devo mantenere un ritmo e una media decenti perché mi diano un posto dove vivere senza pagare l’affitto. Ho un esame dopodomani, tra l’altro.

Cosa studi?
Urbanistica. Ma l’ho scelta solo perché il test d’ingresso era facile, sono al terzo anno, dovrei laurearmi l’anno prossimo. Non mi piace studiare, ma devo: il sogno è di vivere di musica, ma se non dovessi riuscire almeno ho un piano B. Sono piuttosto disciplinata e so mettermi in contesti diversi tra loro: all’università sono la studentessa che dà gli esami, agli eventi LGBT la troia della situazione (ride), nei contest per i rapper mi trasformo praticamente in un uomo che fa rap. Sono bravissima a plasmarmi da sola e questo credo sia dovuto al fatto che, dato che a prima vista non piacevo a nessuno, sono sempre stata abituata a indossare delle maschere per adattarmi ai vari contesti in cui mi ritrovavo. Il che non significa che sia finta, semplicemente ormai dove mi metti sto.

E con Pluggers com’è andata?
Mi hanno contattata nel 2019, io stavo già lavorando con dei tizi di Milano e ho fatto un po’ la figa: «Sapete, ho un’altra etichetta…». In realtà non era esattamente così, ad ogni modo poi ci siamo visti e benché quando è esplosa la pandemia abbia avuto un po’ un crollo, i ragazzi di Pluggers mi hanno sostenuta e siamo andati avanti. Gli devo molto, mi hanno aiutata a riscoprire me stessa da un punto di vista musicale: c’è stato un momento in cui facevo decine di freestyle su Instagram, tutti con incastri, metriche e flow strani, perché volevo dimostrare di essere brava, e loro sono stati i primi a dirmi: «Che sei brava lo abbiamo capito, mo’ fatti sentire tu nei pezzi, dicci chi sei». Così sono tornata alla prima BigMama, quella di Charlotte, quella che si racconta e dice cose senza il pensiero fisso di dover fare la rima figa, ma in modo naturale, inserendo anche delle parti cantate se mi va, cosa che prima evitavo per dei pregiudizi stupidi, e fregandomene delle eventuali critiche: ormai mi scivolano addosso.

Questo significa che hai superato il malessere interiore che provavi?
Adesso sì, sto bene, nonostante tutto mi sento forte e sto cercando di fare più cose possibili per non ritrovarmi a 30 anni senza nulla in mano. Sto correndo come un treno, incastro studio e musica, mille impegni, interviste, concerti. Il fisico non cambia, ho vari problemi anche di tiroide, ma mi prendo cura di me, faccio sport, mangio sano.

Cos’è che rende così insicuri i ragazzi della tua età?
Il livello di competizione altissimo, il fatto che i lavori manuali ormai siano pochi e che per tutti gli altri siano richieste specializzazioni su specializzazioni. Mio nonno con la quinta elementare è diventato vicepresidente di una fabbrica importantissima del vetro a Salerno, oggi ti chiedono la laurea e la conoscenza di almeno due lingue anche solo per fare il commesso o il cameriere. E sai, non tutti possono essere i migliori nel loro campo e ci sono tanti miei coetanei che come me sono cresciuti in situazioni poco agiate, con problemi economici: chi ha perso il lavoro, chi ha visto l’azienda di famiglia fallire… A me sentire tanti ragazzini che ti dicono che da grande vogliono fare i tiktoker mette un po’ tristezza, perché ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma quelli sono lavori che nascono e muoiono: da bambini, da ragazzi, bisognerebbe avere sogni enormi.

Tu un sogno ce l’hai e tutto sommato mi sembri coraggiosa: dove l’hai trovata questa forza?
È puro spirito di adattamento, bisogna andare avanti, non ci si può piangere addosso per sempre. In tanti periodi della mia vita mi sarei potuta fermare con la scusa che stavo male; lo fanno in tanti, magari vanno dallo psicologo, si sentono dire che probabilmente sono un po’ depressi, iniziano a prendere psicofarmaci e ansiolitici e a quel punto non ne escono più. Ci sono casi davvero patologici che richiedono lunghe cure eccetera, ma in generale credo sia importante far capire soprattutto ai più giovani che non è bello essere depressi, che non è figo prendere lo Xanax: è figo piangersi addosso per due giorni, ma per poi uscire di casa e cacciare fuori due palle così. È fondamentale dire queste cose, e lo dico perché so che effetto fanno le diagnosi affrettate e tutto il resto: ho amiche che sono state imbottite di psicofarmaci, perché stavano vivendo un periodo difficile, e sono diventate dipendenti. Ecco, io vorrei che guardando me e sentendo le mie canzoni la gente pensasse: se ce l’ha fatta lei a superare tutte quelle cose, posso farcela anch’io.

Che musica ascolti adesso?
I Little Big, una band russa assurda che fa trash-rave, sono fenomenali. Perché per me il trash è uno stile di vita, mi fa impazzire, non a caso conosco tutte le cose dei bimbi neomelodici di Napoli, mi fanno troppo ridere! Mentre nel rap internazionale mi piace Doja Cat. E poi Marilyn Manson.

Davvero? E cosa pensi del suo caso? È stato denunciato per violenze da parte di diverse donne.
Mamma mia, che ansia. Non lo so, lo stimo come artista e so che è stato abusato da bambino dal nonno e che questo lo ha portato ad avere dei kink, delle perversioni, dei fetish, chiamali come vuoi. E adesso boh, per ora mi è tutto poco chiaro, sinceramente.

Perché hai detto «mamma mia, che ansia»?
Ma perché oggi il dibattito su tutti questi temi è troppo aggressivo, non puoi dire una parola in più che vieni subito attaccato, così non sai più cosa dire né come comportarti.

Non ci si sente più liberi di esprimere la propria opinione?
Il problema è che troppo perbenismo porta all’opposto: è giusto parlare di questi argomenti e di discriminazione, ma pensa al razzismo, so di ragazzini che per avere usato la N-word ingenuamente, non con cattiveria, ma perché non sapevano non fosse bello usarla, sono stati cancellati dalla faccia della terra. In più questa esasperazione spinge tanti a diventare ancora più razzisti, a usare quella parola apposta, perché gli sta sul cazzo che qualcuno gli dica di non usarla.

Si sono superati i limiti? Pensi ci sia il rischio che certe battaglie combattute in questo modo possano sortire effetti contrari a quelli auspicabili?
Sta già succedendo, solo che pochi se ne rendono conto. Pensa anche alle braids, le treccine attaccate alla testa: se domani te le fai e condividi la foto su Instagram, avrai 20 ragazzine bianche che ti diranno che è appropriazione culturale. Ma in che senso? Semmai è un omaggio. Anche il discorso sui pronomi “she/her”, “he/him”, “they/them” sta andando oltre, perché è sacrosanto che si rispetti il modo in cui ciascuno di noi si percepisce indipendentemente dall’aspetto fisico, ma non ci si può incazzare se una persona, non sapendo nulla di te, non ti chiama come tu vorresti. Troppe regole e troppa aggressività conducono all’effetto opposto, sì.

Sai cosa mi sorprende? Che hai usato il termine “perbenisti” per identificare una parte di quei ragazzi che almeno sulla carta si battono contro le discriminazioni, e non coloro a causa dei quali quelle battaglie sono ancora necessarie, ossia chi effettivamente discrimina.
Perché è così, molti ragazzini stanno diventando proprio ciò che non volevano essere, ossia più perbenisti dei perbenisti che in teoria combattono. Poi i teenager sono tali ed è normale che seguano la massa, ma così è davvero troppo, ridicolizzano cause che in sé sono importanti.

Un’ultima cosa: parlando di body positivity hai dei modelli?
In Italia nessuno.

L’hai vista lo scorso ottobre la copertina di Vanity Fair con Vanessa Incontrada?
Certo, ma ragazzi, se lei deve vergognarsi del suo corpo tanto vale che mi scavo una fossa da sola e mi ci ficco dentro! Cioè, capisco sia essenziale per tutti accettarsi per quello che si è, grassi o magri eccetera, ma una ragazzina grassa come me che vede la Incontrada sul giornale che dice «questo è il mio corpo e ne vado fiera», poi si guarda allo specchio e si sente male. C’è bisogno di esempi veri. Come Lizzo, lei è una grande, è anche grazie ad artisti come lei che oggi non ho più pudore e mi vesto come mi pare: da piccola indossavo solo magliette ampie e lunghe fino alle ginocchia, nonostante abbia ciccia ovunque ora esco in canotta. La vita è una e siccome mi sono ritrovata in situazioni che mi hanno fatto capire che può anche finire presto, ora basta: abbiamo troppo poco tempo per pensare a quello che dicono gli altri di noi.

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