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Bianco, un samba pop per i ventenni: «Fate quello che volete, per l’ansia c’è tempo»

Nel Blue Monday, «il giorno più di merda di un anno di giorni di merda», il cantautore ha pubblicato con i Selton ‘Saremo giovani’. Qui racconta il disco, la scena torinese, una generazione dalla nostalgia facile

Foto: Myrto.Photo

Ok, il Blue Monday è passato, possiamo tirare un sospiro di sollievo. Anche se si è trattato comunque «del giorno più di merda di un anno fatto di giorni di merda», come ci dice Bianco. L’artista torinese, infatti, proprio lo scorso lunedì ha pubblicato Saremo giovani, un samba da cameretta che anticipa un nuovo album, a dieci anni dal primo Nostalgina. In mezzo: altri tre LP di cantautorato con la schiena dritta, raffinato e che però non perde mai di vista il pop, per i quali Niccolò Fabi è più che un generico riferimento; la produzione dell’esordio di Levante, Manuale distruzione, e del bis Abbi cura di te (due successi, anche a livello commerciale); le collaborazioni con Dente, i Perturbazione e Colapesce, a rimarcare i confini di un certo modo, arguto e divertito, di intendere la musica popolare.

E adesso un pezzo che, ora che il peggio è alle spalle, comunque rimarrà. Perché, per la prima volta, gli consente di incontrare le sonorità brasileire dei Selton, oltre che di cantare sia in italiano che in portoghese. Del resto, ci spiega, il Blue Monday era solo un pretesto: «Canto “oggi è il giorno più triste dell’anno” nel ritornello e mi sembrava un bel gancio. Per il resto, però, questo è un pezzo leggero e piacevole, che parla di giovinezza e ti porta dall’altra parte del mondo coi suoni tropicali. Averlo pubblicato due giorni fa mi è sembrato quasi un regalo per gli ascoltatori, un modo per evadere».

E anche tu, immagino, avrai vissuto un Blue Monday non convenzionale.
È stato abbastanza adrenalinico, sì. Nonostante siano dieci anni che pubblico canzoni, l’ansia c’è sempre, un po’ come prima di salire sul palco. Però non sto attaccato ai primi commenti sui social: preferisco siano gli altri, tra cui i miei amici, a scrivermi un po’ alla volta dopo che è uscito il pezzo. Pubblicare pensando troppo all’effetto che la canzone potrebbe sortire sul pubblico… non so, non credo mi farebbe vivere bene questo mestiere. Preferisco condividere un brano quando sono convinto che mi piaccia e stop.

E la paura che un pezzo possa non piacere al pubblico, quella c’è?
Sì, e appartiene alla parte “imprenditoriale” della vita di un musicista. Noi artisti viaggiamo sempre su un filo, è complicato trovare un equilibrio: col passare del tempo cambiamo idea, gusto, per cui possiamo risultare incoerenti. Il rischio, insomma, è che la gente a un certo punto non ti segua più nelle tue evoluzioni. Ma è un rischio che mi assumo volentieri: rende il mio lavoro divertente.

E anche questa collaborazione coi Selton, in effetti, mi sembra molto divertita.
In ogni collaborazione che faccio c’è sempre stima per l’altro, se non proprio amicizia. Con loro ci conosciamo da tempo, mi ispirano colori, atmosfere tropicali. Quando ho scritto Saremo giovani mi sono accorto di avere un pezzo che nelle strofe era molto “torinese” – e quindi scuro, grigio, cupo: si parla di giovinezza ormai passata – e nel ritornello, invece, caraibico. Loro, che fanno un pop festaiolo molto intelligente, ci stavano benissimo insomma, tanto che hanno aggiunto un po’ versi e cantato delle parti in portoghese.

È questo che vuol dire contaminarsi?
Un torinese che, immerso nella nebbia, va a bussare alla porta di tre brasiliani, scrivendo con loro un pezzo senza schemi né frontiere? Direi di sì.

In effetti – ci sto pensando ora – la musica torinese è molto caratterizzata da queste atmosfere cupe, un po’ ciniche. Dai, boh, Subsonica a Willie Peyote, per farti un esempio davvero recente.
Per forza di cose, respirando lo stesso cielo è facile avere dei punti di riferimento – luoghi, colori – in comune, e che ispirano determinate immagini condivise. Per fortuna però a Torino i vari progetti musicali non si somigliano, anzi si cerca di essere molto diversi dagli altri. Il che rende la scena, almeno a prima vista, poco unita. Però sicuramente varia.

Tra l’altro leggevo anche che hai lontane origini portoghesi.
Il padre di mia nonna era di Lisbona, sì. Purtroppo non sono mai stato in Portogallo a trovarli. Mi ricordo solo di nonna che parla con le cugine, lei in dialetto alessandrino e loro in portoghese. Non si capivano, ma stavano al telefono ore (ride). Dei portoghesi mi affascinano il fado o gruppi come i Madredeus. E Saremo giovani è un po’ un modo per riallacciare per la prima volta Torino a questa parte delle mie radici. Sto ultimando il mixaggio del nuovo disco in cui ci sarà anche questa canzone e mi rendo conto che è proprio una mosca bianca sia a livello di suoni che di ritmo. Nella tracklist e nel repertorio mio.

Quasi è una notizia, il fatto che stia preparando un disco. In parecchi, ormai, si muovono solo per singoli.
Io sono uno vecchia scuola: preferisco l’album di fotografie a Instagram. Nel senso: piuttosto che avere uno scatto solo, voglio una rosa anche eterogenea di immagini/canzoni. Ma lo dico da ascoltatore: quando sento un pezzo figo di qualcuno, poi voglio conoscerne altri suoi; e il disco serve a questo. Inoltre è anche un lavoro complesso: banalmente, perdiamo la giornata a scegliere la tracklist, l’ordine dei brani, il percorso emotivo stesso. Semmai, è che non so a quanti possa realmente interessare tutto ciò.

Esatto: rispetto a qualche anno fa forse c’è meno gente disposta a sentirsi un disco intero.
Faccio finta che non sia così, però sicuramente è vero. Adesso ti dirò una cosa in contrasto con la seconda risposta che ti ho dato, ma te la dico lo stesso.

Cioè?
Quando si è in studio e il disco è finito, con l’etichetta si pensa parecchio al posizionamento da dare all’album affinché venga “riconosciuto”, insieme all’artista, sul mercato. In Italia, purtroppo, ci sono giusto tre grandi “scatole”: devi cercare di entrare in una di queste e non rimanere abbastanza “saltellante” in mezzo. Per me è difficile, perché ho una scrittura pop che non è quella di Biagio Antonacci, ma magari dei Bahamas. Tradotto: per il pubblico è difficile dire «Bianco è il cantautore indie preso male», o «Bianco è quello che fa pop». Ciò non aiuta, perché gran parte degli ascoltatori si muovono proprio per etichette. Ma il problema non è tanto questo, quanto che esistano davvero poche etichette.

Foto: Myrto.Photo

Torniamo a Saremo giovani: il testo (“Usciremo il martedì, senza ingombri nella testa”, “senza il concetto di diventare”) è davvero pieno di nostalgia per la giovinezza.
Diciamo che l’ho scritto in un momento di consapevolezza dell’età adulta da parte del me millennial (ride). La giovinezza, per me, sono gli anni dell’università: quelli in cui sei grandicello, puoi fare come ti pare, puoi sbagliare e fare schifo; e non hai le responsabilità della vita adulta. Del fisico non te ne frega, per esempio. Sei spensierato. Ora invece devo andare a correre sennò mi viene il fiatone quando faccio le scale, per dirti.

Che ti senti di dire a un giovane?
Di fare il cazzo che gli pare, senza farsi prendere da paranoie e attacchi di panico. Non avere fretta: tanto quando sarai grande l’ansia arriverà comunque! (ride). Ma a vent’anni, davvero, serve solo a rovinare un’età meravigliosa.

E tu, che sei ultra-trentenne, come ti senti oggi?
Sono fortunato, ho una famiglia molto bella e il lavoro mi obbliga a “entrare nelle cose”, nei sentimenti e nelle emozioni. Inoltre devo fare tanta ricerca musicale, e anche questo mi tiene fresco, mi fa viaggiare con la testa.

La tua generazione è troppo nostalgica?
Ah, bella domanda. Credo di sì, ma non so da che dipende. Probabilmente dal fatto che – rispetto ai nostri genitori – noi ce la prendiamo molto più comoda, siamo a lungo adolescenti prima di diventare adulti. E questo fa sì che ne apprezziamo davvero ogni aspetto della giovinezza, e quindi la nostalgia diventa più facile. Comunque insomma, prima della pandemia a un giovane adulto del 2020 le cose non andavano neanche malissimo. Anche se io, ripeto, sono fortunato a fare questo mestiere.

A che serve fare musica in pandemia?
Per chi la ascolta, ad andarsene da un’altra parte con la testa, a evadere. Per noi musicisti, a dare un segnale che il mondo va avanti. Io mi auguro che la prossima estate si possa tornare a suonare, almeno come la scorsa – capienza ridotta, distanziati, eccetera. Mi ricordo che alla fine di quei live, nelle pochissime chiacchiere che si riuscivano a fare, in molti mi dicevano «grazie di essere venuto a suonare qui». E io: «Ma no, grazie a voi che siete usciti di casa e siete venuti ad ascoltarmi». Suonare è fondamentale per noi che lo facciamo di lavoro e per il pubblico. E il reset totale degli scorsi mesi, per quanto doloroso, magari ci sarà utile per riscoprire cose semplici che davamo per scontate, come la musica stessa.

Tra l’altro nel 2021 compirà dieci anni anche Nostalgina, il tuo primo album.
Nonché primo disco in assoluto pubblicato da INRI (etichetta indipendente torinese, nda). Loro non sapevano ancora come muoversi, io nemmeno. Arrivare qui, dove siamo adesso, dieci anni dopo, è una grande vittoria: siamo partiti dal basso, abbiamo imparato tanto anche dalle cose che gli altri danno per scontato; siamo usciti di casa con lo zaino piccolo, per stare via dieci anni. E tutto è stato prezioso. Dieci anni solo volati.

E che bilancio ne fai?
Cose belle e cose meno belle. Diciamo pure errori. Come per esempio farsi inquinare da pensieri tossici mentre si lavora a un album. Ho imparato a metterli da parte.

Un musicista paga gli errori più degli altri?
Non lo so, dipende. Posso dirti che il pubblico si dimentica degli errori, dei passaggi a vuoto, molto in fretta. Gli artisti che li compiono… meno. Ci riescono quelli che raggiungono un successo grandissimo, le grandi popstar. Quelli come me, invece, tendono più a somatizzare e rimuginarci sopra. Non è così facile uscirne.

Hai in programma dei festeggiamenti per il decennale del tuo debutto?
Diciamo che non mi sembrava il caso di uscire con un greatest hits (ride). Voglio festeggiare con un disco di inediti, che è poi quello a cui sto lavorando. Uscirà in primavera, al di là di come andrà la pandemia e della possibilità di esibirsi in concerto. Fare musica è responsabilità, non posso tirarmi indietro.

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