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Bennato: «I politici hanno le idee confuse sulla sanità, figuriamoci sulla musica»

Per raccontare il momento che stiamo vivendo, i fratelli Edoardo e Eugenio hanno pubblicato una nuova canzone, ‘La realtà non può essere questa’

Edoardo ed Eugenio Bennato

La realtà non può essere questa è una frase che ci siamo ripetuti spesso in questi giorni di reclusione legati al Covid-19. Ma La realtà non può essere questa è anche l’inedito che i fratelli Edoardo ed Eugenio Bennato hanno pubblicato in questo difficile momento di quarantena. È una canzone-monito scritta a quattro mani con l’obiettivo di svegliare chi l’ascolta, un invito a non rinunciare al vero e ai propri sogni. È un pezzo disincantato che ha un fine benefico: i proventi saranno devoluti all’Azienda Ospedaliera dei Colli (Monaldi – Cotugno – C.T.O.) di Napoli. I Bennato saranno anche tra i protagonisti del Primo Maggio, esibendosi dalla loro città.

Da quale esigenza è nata La realtà non può essere questa?
Edoardo: Le canzoni non nascono da un’esigenza o una contingenza, ma da un input emotivo. Questa è una ballata come L’isola che non c’è o Pronti a salpare. L’ho fatta arrivare a Eugenio, dall’altra parte della città, io sto a Bagnoli, lui a Mergellina. Gli è piaciuta la linea armonica e melodica e ha scritto un testo condizionato da quello che sta accadendo: c’è la rete che annulla ogni distanza, ma ci può anche imbrigliare. La realtà, fuori dal balcone, è assurda, non può durare, deve cambiare. Per fare un parallelismo: nell’Isola che non c’è c’era l’utopia, il sogno irrealizzabile, mentre nella Realtà non può essere questa c’è l’impegno perché l’oggi cambi. Bisogna darsi da fare.
Eugenio: Come spesso succede, Edoardo mi invia composizioni: c’è questa consuetudine. Guardandomi intorno ho notato che ci siamo arricchiti di immagini inattese, come l’irrompere di una tromba che da un balcone di periferia intona una melodia. Non c’è stato un meccanismo preordinato, ma emozioni che ci circondano. Questo è stato il punto di partenza. Quello che stiamo vivendo è possibile grazie alla rete, che ci viene incontro. Ciò che guida la scrittura, invece, è un elemento misterioso legato alla ricerca del bello, una ricerca che non lascia liberi. La musicalità di un verso conduce il gioco. E spiega perché abbia scritto Brigante se more, per anni un inno dei cortei. La musica ci prende per mano.

Che lezioni pensate abbia imparato l’Italia da questa vicenda?
Eugenio: Certe privazioni hanno aperto scenari. A cominciare dai delfini nel Golfo di Napoli, la consuetudine costretta, il riflettere sullo scorrere del tempo, la volontà di colmare le diseguaglianze. È stata un’opportunità. Nel mio percorso musicale controcorrente sono andato a scoprire la chitarra battente, uno strumento artigiano fatto nelle contrade del Sud, a scandire il ritmo della taranta. Sono sempre stato attratto dalla verità dei suoni acustici, da un contatto diretto con il pubblico. Tant’è vero che non sono stati i mass media ad aiutarmi. Il ritorno va nella dimensione del recupero del rapporto umano.

Che cosa pensate, invece, del fatto che probabilmente la musica e lo spettacolo saranno gli ultimi a uscire dalla quarantena?
Eugenio: Voglio essere ottimista, noi viviamo soprattutto del contatto con il pubblico, molte cose che ho scritto vengono dalle emozioni dell’abbraccio con la folla. Ho fondato il Taranta Power che ha prodotto grandi appuntamenti in cui la televisione era assente, ma la gente era presente. Spero questa cosa si possa ricomporre al più presto.
Edoardo: Nella nostra società ci sono delle priorità. I politici e i politicanti hanno l’alibi che la sanità sia prioritaria e quindi venga prima di tutto e tutti. La cultura, la musica, l’arte si presuppone non siano prioritarie. Ma il problema sai qual è?

Qual è?
Edoardo: Che politici e politicanti hanno idee confuse anche sulla sanità, figurati sulla musica. Si salvi chi può!

Eugenio Bennato

Pensando a quello che Vittorio Feltri ha detto sui meridionali, non notate in questo momento una tensione tra Nord e Sud Italia?
Eugenio: Feltri è una singola persona e può dire quello che vuole, si manifesta, ma non può far testo. L’ultimo concerto che ho fatto era a Capodanno, a Bergamo, ed è stato trionfale. Sono stato molto colpito dalla tragedia di questa città. E sono convinto che la musica colleghi, non crei barriere. Da un punto di vista musicale e umano non esiste, da parte del Sud, questa competizione: da musicisti viviamo intensamente l’Italia, la sofferenza del Nord è una sofferenza mia. E tutti i napoletani sono su questa lunghezza d’onda. Poi, il Sud dei parcheggiatori abusivi, come dice Feltri, ha recepito immediatamente direttive che venivano dall’alto. Alcuni pregiudizi forse dovrebbero essere abbattuti da questa prova.  
Edoardo: In La realtà non può essere questa parliamo di italianità con una sorta di orgoglio. È giusto che ci sia questo rapporto costante tra Taranto, Reggio Calabria, Reggio Emilia e Milano perché a suo tempo l’unità è stata fatta. Dobbiamo amministrarla. È evidente che questa dicotomia, questa tensione, questo rapporto tra Nord e Sud comprometta l’armonia generale. Non si deve parlare di lezioni, perché si entra nel quadro dei reciproci addebiti, è un meccanismo perverso. Siamo tutti, volenti o nolenti, condizionati dalle fazioni politiche. Spesso non riusciamo ad analizzare i dati e i parametri in maniera propositiva, perché questa cosa non la fanno nemmeno gli addetti ai lavori. In questo momento gli interessi prioritari, la sanità e la cultura, passano in secondo piano rispetto alle lotte furiose, violente, tra le due fazioni politiche che si danno battaglia senza esclusione di colpi, i guelfi e i ghibellini.

In questo può aiutare la musica?
Edoardo: La musica rock, punk, è di provocazione, dà delle emozioni, però invita a riflettere e a pensare.

Edoardo, qualche giorno fa ricorrevano i 40 anni di Sono solo canzonette. Una volta finita l’emergenza ci saranno eventi celebrativi?
Edoardo: Non mi piacciono le celebrazioni, il passato è utile perché propedeutico al presente. In passato ho usato un linguaggio provocatorio, l’atteggiamento punk è questo: un modo schizofrenico di descrivere la realtà per provocare una società che si autoproclama e si definisce schizofrenica. Rispondo in modo schizofrenico a una società schizofrenica.

Da cosa deriva questa schizofrenia?
Edoardo: È evidente, nella realtà assurda di questo momento in cui tutti siamo costretti in casa, che ci sia qualcosa di schizofrenico, c’è l’incapacità di analizzare bene le cose negative. Ci sono dei virus che erano latenti, davanti agli occhi di tutti quanti noi, che per indolenza o per approssimazione abbiamo fatto finta di non considerare. Adesso i nodi vengono al pettine. Più quarant’anni fa, nel brano Bravi ragazzi, parlavo proprio di questo, delle istituzioni che invitavano tutti quanti a chiudersi in casa: avrebbero pensato a tutto loro. Non perché sia un vate o legga nel futuro, descrivo la realtà cercando di svincolarmi da luoghi comuni e fazioni politiche. Se fino a qualche anno fa ero considerato un provocatore o addirittura un qualunquista, uno che non vuole essere asservito alle fazioni politiche, ora mi sento più responsabile perché ho una figlia adolescente.

Edoardo Bennato

Paura del futuro?
Edoardo: Mi preoccupa. Mia figlia, come gli adolescenti, è interessata ai problemi di riscaldamento globale, ironizza su Trump, è molto sensibile alla difesa della natura. Sto cercando di farle capire che ci sono anche priorità come il rapporto, ormai insostenibile, tra la parte privilegiata della famiglia umana e il Terzo Mondo. Tant’è vero che, in Pronti a salpare, l’appello è rivolto a noi privilegiati, non ai disperati che attraversano il Mediterraneo. Loro sono sempre pronti a scappare da realtà che non possiamo immaginare, da megalopoli che stanno per scoppiare, e quindi ci sono questi esodi biblici che spaventano le masse.

Cosa vogliono le masse?
Edoardo: Solamente il benessere immediato. Sono facile preda della tv, dei persuasori occulti, dei politicanti e dei politici. Non c’è soluzione di continuità tra quello che faccio adesso, quello che ho fatto in passato e quello che farò. Il futuro mi preoccupa, perché sono padre.

Che cosa farete dopo questo periodo di reclusione?
Eugenio: Ho la chitarra vicino a me, sto scrivendo cose nuove. Questo brano, La realtà non può essere questa, non si discosta dalle cose che sto facendo negli ultimi tempi.

Cioè?
Eugenio: La musica come punto di partenza per delle affermazioni, per delle rivendicazioni. Per esempio quelle di chi non conta niente. Un brano che ho scritto è W chi non conta niente e segue un filo musicale differente, alternativo. Questo mi porta a rendere protagonista chi non ha voce in capitolo come i migranti, i diseredati della Terra. E poi posso dire una cosa?

Certo.
Eugenio: È spettrale quest’ipotesi che andare all’estero sia improbabile, se non impossibile. Spero di cuore di tornare a fare concerti in Italia, ma anche con tour internazionali. Il viaggio è un’esperienza fondamentale.

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