Bengala Fire: «E pensare che a X Factor non volevamo neanche andare» | Rolling Stone Italia
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Bengala Fire: «E pensare che a X Factor non volevamo neanche andare»


Alla scoperta di un gruppo della provincia di Treviso che arriva a dare la paga ai Coldplay. Ecco come «quattro ragazzi pane e salame» hanno conquistato Sua Maestà Manuel Agnelli

I Bengala Fire alla finale di 'X Factor'

Foto: Sky

Hanno incendiato il Forum di Assago surclassando tutti gli altri, superospiti compresi. Dai compassati e un po’ bolsi Coldplay ai celebratissimi Måneskin, che per una serata non sono stati i più rock in diretta tv. A X Factor 2021 sono stati quelli più bersagliati, dalle pagelle del sottoscritto comprese, e poi i più osannati perché, come testimonia anche il successo di Amaro mio e Valencia – presenti come tutti gli inediti dei concorrenti nell’X Factor Mixtape Vol. 2 – hanno avuto il percorso di crescita più vertiginoso ed entusiasmante. E pur rimanendo i ragazzi di provincia che orgogliosamente si dichiarano, hanno detto al mondo che ci sono eccome, e hanno una voglia matta di bruciare tappe e palchi.

Parliamo, lo avrete capito, dei Bengala Fire, l’ennesima scoperta di Sua Maestà Manuel Agnelli. Li abbiamo intervistati scoprendo che parlano come Qui, Quo e Qua, con un equilibrio di tempi e parole che in una band non si è mai visto, almeno per quanto riguarda i tre elementi storici del gruppo: Mattia Mariuzzo, detto Mario, Andrea Orsella, detto Orso, Davide Bortoletto, detto Borto. Più in disparte la new entry Alexander Puntel, detto Lex.

A bocce ferme, cosa vi portate dietro da X Factor?
Orso: Un’esperienza incredibilmente formativa, soprattutto grazie a Manuel Agnelli. Noi stiamo insieme da quasi 12 anni, ma conoscere lui e nutrirsi del suo sapere, e di quello di Rodrigo D’Erasmo, un musicista fantastico, è stato pazzesco. Non smettevamo di imparare, ogni prova live era una tappa di crescita, ogni volta aveva qualcosa di determinante da dirci, di risolutivo e illuminante.
Mario: È stato bellissimo sentire un grande rispetto reciproco. Era ovvio che ci fosse da parte nostra verso di loro, non era scontato il contrario. Di Manuel e di Rodrigo non si dice mai abbastanza che persone squisite siano, magari è poco rock sottolinearlo, ma sono stati anche un viaggio umano, e non solo artistico, molto speciale. Dalla loro conoscenza e saggezza abbiamo imparato tanto come uomini, prima che come musicisti. Ora sappiamo anche come vivere la nostra professione, non solo come farla, che è pure più importante. Affrontare tutto in serenità senza farsi paranoie ci ha permesso di goderci totalmente quest’esperienza.

E ve la siete goduta alla grande. Al Forum avete dato la paga a tutti.
Borto: Ora siamo molto più consapevoli sia di cosa e chi siamo, sia di ciò che abbiamo fatto nelle ultime settimane e di quanto abbiamo imparato. Credo si sia visto proprio in finale: è questo lo spunto in più che ci ha permesso di essere così liberi su un palco così difficile come quello.
Orso: Quando siamo usciti a fare l’opening ci siamo bevuti un prosecco, il duetto con Manuel era l’antipasto. Clamoroso, ma non ci bastava. Però lì, in quei due minuti con quel mostro sacro che era uno di noi e 6000 persone davanti abbiamo capito cosa stavamo combinando, cosa ci aspettava. Ricordo perfettamente che non ci interessava vincere quanto non arrivare quarti per poter affrontare al meglio il medley che avevamo preparato, per prenderci davvero il Forum, il piatto principale della serata era quello, sarebbe stata una beffa per noi, per la musica che facciamo, non arrivarci. Non so se siamo stati tecnicamente perfetti in quel best of, anzi sicuramente no, ma emotivamente è stato meraviglioso, unico. L’ho capito quando ho visto Rodrigo felicissimo e gli ho chiesto perché. E lui mi fa «guarda Mario come ride».
Mario: Ricordo benissimo l’inizio, con Nigel. Ero così assorto e concentrato che ho totalmente cannato la prima schitarrata (la semplice ed efficace coreografia originale, col movimento coordinato e quasi robotico delle chitarre alla Devo, nda). È stata l’esperienza della vita, i sei minuti più belli della nostra carriera, non vedo l’ora di rifarlo. Perché bello tutto, per carità, ma quel lasso di tempo in cui sei te, la tua musica e il tuo pubblico e il motivo per cui fai musica. E per cui affronti anni di gavetta, fatiche, delusioni. E pazienza se ho finito senza fiato, se mi sono scatenato così tanto da chiudere agonizzante. Era impossibile non correre, ballare, scatenarsi.
Lex: Era una dimensione nuovissima, poi con tutte quelle telecamere puntate addosso e la voglia di tutti anche sotto il palco di scatenarsi. A un certo punto ce ne siamo fregati di tutto e l’abbiamo affrontato per quello che era, un concerto fighissimo.

Dite la verità, che cosa pensavate di X Factor prima di arrivarci? E quanto vi ci è voluto per convincervi a provare?
Orso: Non farò l’ipocrita, io in vita mia mai avrei pensato di andare in un talent o di finire a X Factor. E non credo di essere il solo a giudicare dalle facce di tutti dopo che Borto è arrivato e ci ha detto di aver visto l’ultima stagione sentenziando «il programma è cambiato». E che secondo lui dovevamo provarci. Ricordo che io e il batterista dell’epoca non eravamo affatto d’accordo. E la mia reazione istintiva è stata di rifiuto, non volevo andarci. Poi li ho guardati e mi sono detto «ma chi sono io per impedirglielo e impedircelo?». Così mandiamo un video di un nostro live e quando ce n’eravamo quasi dimenticati, dopo tre mesi ci rispondono. Da lì è partita l’avventura incredibile che è stata, meno male che non mi hanno dato ascolto. Alla fine di tutto c’è davvero poco di negativo nei mesi passati qui, ammetto che si dicono molte cattiverie ingiuste su X Factor.
Mario: Sì, ha ragione Orso, anche io ero diffidente e pieno di pregiudizi. Ricordo di aver pensato «mi sembra una stronzata» e invece sono arrivato qui e ho scoperto che è roba seria, figa e formativa.
Borto: È stato un rischio, ma vedendolo non potevo ignorare che Manuel nell’ultimo anno avesse portato a un centimetro dalla vittoria i Little Pieces of Marmelade: a quel punto in tanti abbiamo pensato che ci fosse stata una rivoluzione. Non potevo immaginare quanto lavoro ci fosse dietro, ma per la prima volta sentivo la musica che mi piaceva in quel contesto. Ovvio che dentro di noi abbiamo sempre sperato di essere parte del Team Agnelli, era evidente che tutto partiva da lì, quel rock senza compromessi ci diceva che a X Factor si poteva fare un certo tipo di percorso, che non era studiato per piacere in tv e basta. Si sentiva l’amore per le band e allora ho capito che potevamo andarci, rimanere noi stessi e diventare altro, crescere. E mi sono detto: «chi siamo noi per non provarci?».

Orso si è lasciato scappare quel «poco di negativo». Cosa c’è che non va in X Factor?
Mario: Per me una cosa sola, ma pesantissima. L’assenza di libertà, il rimanere confinati in un hotel, l’impossibilità di condividere quello che ti succede con altri e di vivere normalmente. In questi termini è un’esperienza alienante, non puoi nemmeno farti un’uscita con gli amici.
Orso: E noi siamo stati fortunati perché siamo una band e un gruppo di amici veri. Non riesco a pensare cosa sia stato vivere quelle settimane per un solista, credo che non sia stato facile per loro. Ovvio che dipende dal carattere, ma l’esserci fatti tanta forza tra noi è stato fondamentale per vivere comunque tutto con una certa leggerezza. L’altra cosa che sopportavo poco, soprattutto all’inizio, erano le telecamere: intendiamoci, non è un reality show, ma è comunque difficile stare al gioco, sapere che potranno esserci pezzi della tua vita e delle tue chiacchiere facilmente fraintendibili.

Avete fatto squadra, eravate tutti rivali ma anche molto uniti. Con i Mutonia vi siete anche lanciati in una clamorosa cover dei Clash che abbiamo visto nei daily e vi siete fatti signore cene come avete raccontanto nel vlog.
Orso: Che dire, con i Mutonia il rapporto è stato da subito fortissimo, siamo uguali. Una sintonia umana oltre che creativa, viviamo la musica allo stesso modo e sono dei meravigliosi cazzari come noi. Lasciamo perdere le cene, tra kebab e hamburger da fast food ci siamo rovinati. Il Team Agnelli era unitissimo – alla cena con gli hamburger, 112 euro in otto, c’era pure Erio, non credete, ma noi, ci tengo a dirlo, non ci siamo mai sentiti rivali di nessuno. Tutti noi 12 finalisti abbiamo instaurato un legame fortissimo. Fra di noi si sono creati rapporti bellissimi, alla fine dopo quello che abbiamo passato in questi mesi X Factor non era importante per vincere, ma per fare musica live, ed era così per tutti. Ce ne fregavamo della gara.
Mario: Per fare un paio di esempi, siamo diventati tanto amici anche dei Westfalia e di Baltimora.

Le critiche iniziali, le mie comprese, vi hanno ferito? Oppure vi hanno spinti a “vendicarvi” dopo, con una crescita riconosciuta da tutti?
Orso: Ma no, sono sempre utili quando non sono cattive, pregiudiziali o gratuite. Ci ha solo fatto sorridere l’etichetta Brit pop che ci avete attaccato tutti fin dall’inizio – colpa, forse, anche del nostro singolo Valencia – che per carità è un genere che amiamo, ma noi la musica la amiamo tutta, dal rap alla classica. Noi però non ci siamo mai sentiti Brit pop, Brit sì ma rock, come quello che abbiamo sempre avuto – duro, puro e pesante – nelle nostre playlist. Per fortuna poi nei live ci avete scoperto come siamo, guarda Amaro mio che tipo di pezzo è. Siamo un mix di tante influenze diverse, non è che a un certo punto ci siamo fermati e abbiamo detto «da questa puntata in poi facciamo rock». Lo abbiamo sempre fatto.
Mario: Poi di sicuro c’è un percorso e con Manuel era inevitabile diventare più rock. Noi ne abbiamo guadagnato in consapevolezza, prima eravamo un minestrone. Non sapevamo da dove venivamo, per dirne una: Nigel noi non la conoscevamo, come abbiamo candidamente confessato in diretta. Eppure era roba nostra, l’abbiamo sentita dentro da subito.
Orso: Ha ragione Mario, ogni live, ogni prova scoprivamo qualcosa di noi. Penso al duetto con Motta che ci ha aiutati a capirci ancora meglio. E siamo felici e orgogliosi della considerazione che lui ha dato al nostro lavoro e del bellissimo rapporto che si è creato.

E ora cosa vi aspetta, cosa desiderate dal futuro?
Mario: Dopo 12 anni che ci proviamo, vogliamo un tour, un disco, finalmente a livello professionale. In una frase: che questo diventi il nostro lavoro, il sogno di sempre.
Orso: Metterci sotto a fare musica e live. E divertirci a farvi scoprire come quattro ragazzi come noi, di provincia (di Treviso, nda), un po’ pane e salame, si trasformino sul palco, accendendosi e diventando altri.