Rolling Stone Italia

Ben Harper ha fatto il giro del mondo con una lap steel

In ‘Winter Is for Lovers’ il musicista mette al centro la sua chitarra preferita. Qui racconta il disco, l'infanzia nel negozio di famiglia, la quarantena che gli ha fatto sentire la musica in modo diverso

Foto: Jacob Boll

Un sincero grazie ai nonni di Ben Harper, Charles e Dorothy Chase. Sono loro che nel 1958 hanno aperto il Folk Music Center nel Claremont (50 chilometri a est di Los Angeles), intorno cui negli anni hanno gravitato una moltitudine di musicisti, tra cui nomi leggendari, interessati a strumenti rari e chicche etniche di vario genere. Ben Harper, che lì dentro ci è nato e cresciuto, li ha conosciuti tutti, trovandosi a jammare da ragazzo, quando ci lavorava da commesso, con Ry Cooder, Leonard Cohen e Taj Mahal. «Da che sono nato, la mia mente è immersa nei suoni», mi dice l’artista americano.

Parlare del nuovo album Winter Is for Lovers, il suo primo strumentale da solista, equivale parlare del suo intero viaggio dentro la musica. In primis perché ha cominciato a comporlo, spiega, «più di vent’anni fa» e poi perché proprio dentro il negozio di famiglia Ben Harper ha preso in mano per la prima volta la lap steel acustica, unico strumento utilizzato nelle 15 tracce di Winter Is for Lovers, pensate come fossero un’unica sinfonia. «Mia madre conserva foto di me a 5 anni con la lap steel».

È così facile immaginarlo bambino, alle prese con la montagna di strumenti appesi sulle pareti del negozio. Dopotutto ne è ancora affascinato: quando anni fa ero andata a visitarlo al Folk Music Center, l’ho visto afferrare un banjo dal muro e registrare sullo smartphone l’idea musicale appena concepita (mentre l’accompagnavo con una maracas). «C’è parecchio di me bambino dentro Winter Is for Lovers. È un disco che mi ha permesso di rivivere la mia educazione, la mia infanzia», dice il musicista, 51 anni, tre volte vincitore di Grammy. «Quanti suoni è in grado di contenere quel negozio, migliaia? Dal kazoo al sitar… Ma è stata la lap steel a ispirarmi per primo e quest’album rappresenta la connessione con uno strumento con cui ho avuto una relazione per il resto della vita».

Winter is for Lovers ha il suono di una sinfonia minimalista…
A dirla tutta ho registrato diverse versioni di quest’album, tra cui una prodotta con un suono davvero grandioso. Poi ci ho ripensato: ho tolto tutto e ho lasciato il suono scarno. 

Fino a dove ti eri spinto, quando dici “produzione grandiosa”?
Percussioni, arrangiamento d’archi, contrabbasso. Tutto registrato ai Capitol Studios in due sessioni per un totale di sette giorni. Però mi era parso che l’orchestrazione coprisse la musica, prendendo il sopravvento sul significato e lo scopo dell’album. Di quelle sessioni ho tenuto solo un paio di brani perché c’è Robert Glasper che suona il pianoforte, le farò uscire come lati B di singoli.

Sette giorni negli studi della Capitol Records costano parecchio…
Esatto, lì dentro non ti fanno sconti! Dunque è stata una decisione gigante quella di non usare la versione orchestrata. Avevo investito tanto finanziariamente, ma anche emozionalmente con i musicisti che avevo coinvolto. Ma sono contento di essere riuscito a fare un passo indietro e a osservare le cose con la giusta chiarezza. Ho capito che non era quello il disco che dovevo pubblicare perché suonava come qualcosa di già sentito prima e questo mi spaventava. Così invece ha una presentazione più sincera.

La copertina è un omaggio a quella di Freewheelin’ di Bob Dylan?
Veramente io non l’avevo capito finché la mia manager non me l’ha fatto notare. Solo allora ho pensato: cavolo, è ovvio! Siamo a New York in mezzo alla neve, per strada, con mia moglie che mi sta letteralmente addosso. In realtà è stata una coincidenza: è lo scatto di un momento spontaneo catturato dal mio amico fotografo Mathieu Bitton. Ti dirò di più, credo fossimo a mezzo chilometro di distanza da dove è stata scattata la foto originaria di Dylan.

Non si può sfuggire da Dylan. Hai sentito il nuovo album?
Fosse per me ascolterei Bob Dylan tutto il tempo. Devo sforzarmi a non farlo.

Quali sono le difficoltà di registrare un disco con un solo strumento?
Una difficoltà che non avevo mai provato prima perché ogni sfumatura viene esplorata e profondamente esposta. È stato come incidere un disco sotto una lente d’ingrandimento, al microscopio. E sotto quel microscopio, attraverso la lente, cercavamo di reggere un uovo sul lato curvo di un cucchiaino. Così mi sono sentito. Devo ringraziare Sheldon Gomberg se ci siamo riusciti, l’ingegnere del suono che l’ha portato in vita, piazzando senza tregua microfoni da un lato all’altro della stanza perché alla fine anche la stanza diventa uno strumento con il proprio riverbero.

Penso alla traccia intitolata Joshua Tree: le sue note dipingono nella mente di chi l’ascolta l’immagine del deserto. Ciascun titolo porta il nome di un luogo: quanto sono connessi con la musica che rappresentano?
Connessi al 100%. Sono i luoghi dove ho scritto quel determinato pezzo di musica o che comunque, lo hanno influenzato.

Bello vedere un piccolo omaggio all’Italia con Verona…
È un posto speciale, ci sono stato diverse volte per concerti, ma anche in vacanza. Ogni titolo rappresenta un viaggio di natura creativa. Quando si viaggia per concerti c’è sempre parecchio tempo da passare in solitudine o senza far nulla e queste canzoni sono il risultato di 27 anni filati passati on the road. Ma c’è anche tutta la mia infanzia, quando ero circondato dall’ambiente musicale più eclettico mai visto: il negozio di famiglia.

A proposito, quando sono passata a trovarti al Folk Music Center anni fa, tua madre mi ha detto che hai iniziato a camminare sul tappeto del negozio…
Ah! Credo che l’abbiamo cambiato da allora…

Nonni e madre, tutti musicisti: hai mai pensato di intraprendere una strada diversa nella tua vita?
Ho un mucchio di cugini, mia madre ha tre altre sorelle e siamo tutti cresciuti intorno a quel negozio. Ma per motivi sconosciuti, io da bambino non riuscivo a pensare ad altro. La mia mente era totalmente immersa in quell’ambiente tanto che a scuola faticavo a concentrarmi su qualsiasi altra materia. Come se le mie cellule fossero codificate dalla musica. Ho passato molto più tempo in quel negozio che a casa anche perché non avevamo una lira. Il negozio faceva 200 dollari al giorno e con quei soldi dovevano sfamare mamma, zie e tutti in famiglia. Non potevamo permetterci un babysitter e me ne sarei stato dentro una culla, sotto un banjo.  La mera fisiologia del trovarsi vicino a certi strumenti sono fattori che hanno contribuito a vivere la mia vita in maniera più sonica che verbale. Penso che già a 5 anni i miei polmoni erano rivestiti di lacca e segatura per la polvere nel laboratorio per riparare gli strumenti. È stata un’educazione poco ortodossa, ma l’ho tradotta in musica, e tuttora ci provo, una canzone dopo l’altra.

Hai scelto la lap steel, ma poi hai portato il suono di quello strumento verso luoghi elettrici, incontaminati. Penso a quando sei emerso nella scena alternative rock, nel 1995, con un disco unico come Fight For Your Mind: nessuno aveva tirato fuori quei suoni prima di te. Oggi però riporti tutto alle origini…
Eppure ogni giorno che passo a casa viene un momento in cui prendo in braccio la lap steel acustica. Ma davanti al pubblico ho voluto creare un suono che avrebbe potuto riempire spazi più grandi e ho passato un’incredibile quantità di tempo a concentrarmi sullo strumento elettrico e non abbastanza in quello acustico, almeno finora.

La tua discografia è molto varia e lungo la strada hai anche infilato dei successi mainstream. Una volta ti ho sentito dire una frase che mi ha colpita, ovvero che certe hit hanno a che fare con il marketing più che con la musica. Per una mente musicale come la tua, quanto può essere facile confezionare una hit a tavolino?
Ci sono molti brani orecchiabili che non hanno subito il giusto marketing e sono rimasti sconosciuti, dunque spesso si tratta di promozione. Altre canzoni possono prendere fuoco in maniera organica, ma è un fatto raro. Per quanto mi riguarda, non ho mai volontariamente scritto musica pensando di creare un successo e a volte, ho pensato l’esatto opposto. E non perché volessi sabotarmi ma perché non ho mai voluto creare musica scontata, sotto nessun punto di vista. Dovrebbe piuttosto essere l’esplorazione di un’emozione, vuoi essere coraggioso senza cadere nell’ambizione, non vuoi essere controllato dal tuo ego. Più coraggioso riesci a essere e più chance prendi creativamente, meglio è. Una canzone come Call It What It Is (dall’omonimo album di Ben Harper & The Innocent Criminals del 2016, ndr) probabilmente non passerà alla radio, ma non la scambierei neppure con Yesterday dei Beatles, che è una delle mie favorite di sempre.

A proposito, Call It What It Is è un brano sulla brutalità della polizia contro le minoranze, un tema oggi attuale più che mai con il movimento Black Lives Matter. Hai partecipato alle recenti proteste qui a Los Angeles?
Ho partecipato a distanza, ne ho parlato parecchio sui miei social media. E mi sono sentito bene nel prendere una posizione, a formulare una dichiarazione nei miei termini. Devi essere in grado di dire ai tuoi nipotini che hai detto la verità davanti al potere. Ma sono uno che scende anche in strada.

Anni fa mi avevi rivelato che presto ti saresti ritirato dalle scene per stare in pianta fissa al negozio. Lo pensi ancora?
La pandemia mi ha forzato a farlo. Ho passato più tempo dentro il negozio quest’anno che negli ultimi 10. E se le cose non riprendono, potrebbe davvero essere il momento di pensare a un cambio di carriera.

Hai trovato un lato positivo in tutto questo casino imposto dal Covid?
Il lato positivo è la famiglia, è l’amore. Il lato positivo è che sono sobrio: non mi faccio un drink da tre anni e mezzo e posso concentrarmi sullo scrivere e il registrare. Ma quest’album era già stato programmato da molto tempo prima della pandemia. Però posso dirti che questa situazione, e i momenti seduto in silenzio che ha portato, mi hanno spinto ad ascoltare diversamente. Sto sentendo la musica che viene da quei luoghi misteriosi che consentono ai musicisti di manipolare il silenzio. Sento il silenzio in modo del tutto diverso. E con Winter Is for Lovers sto ascoltando un album che per me ha un suono unico e che mi arriva alle orecchie in maniera del tutto nuova, proprio grazie alla immobilità che stiamo vivendo.

Iscriviti