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Bell Orchestre, oltre gli Arcade Fire, col mito di ‘Bitches Brew’

Richard Reed Parry e Sarah Neufeld raccontano il loro progetto di musica improvvisata e incisa in una casa di campagna, senza regole né limiti stilistici, ispirandosi al capolavoro del 1970 di Miles Davis

Bell Orchestre

Foto: Nick Bostick

Volevano catturare l’invenzione musicale in tempo reale: ci sono riusciti isolandosi in una tenuta rurale nel Vermont, dove hanno suonato per giorni registrando ogni nota, con l’intento di non perdere l’atto della creazione collettiva nel suo generarsi. È nato così House Music, il nuovo disco dei canadesi Bell Orchestre in uscita venerdì 19 marzo: un viaggio sonoro coinvolgente, immersivo, frutto di jam session all’insegna della totale libertà, poi elaborate e montate; 10 tracce collegate l’una all’altra senza soluzione di continuità, da ascoltare come un unico, lungo brano che oltrepassa i generi amalgamandoli, frullando insieme jazz, classica, post rock, psichedelia, ambient.

«Un riferimento è stato Bitches Brew di Miles Davis, risultato di tre giorni di improvvisazione collettiva», spiega il contrabbassista e multistrumentista Richard Reed Parry, co-fondatore del gruppo con base a Montréal. «Per questo esperimento siamo partiti da quell’album del 1970 di cui siamo tutti innamorati. E da una convinzione: nessun brano è chiuso in se stesso, non c’è musica che non possa evolversi in direzioni differenti tramite l’improvvisazione».

Parla in collegamento via Zoom, Richard; al suo fianco la violinista Sarah Neufeld, che con lui fa parte anche degli Arcade Fire. Bell Orchestre è il progetto che hanno avviato nel 2002 con Pietro Amato, Michael Feuerstack, Kaveh Nabatian e Stefan Schneider. L’anno successivo i sei si ritrovarono a registrare il loro primo album nello studio dove gli Arcade Fire stavano incidendo Funeral: nacque una stima profonda sfociata in un sodalizio che continua tutt’oggi, da allora la vita delle due formazioni è intrecciata. Adesso, però, siamo in un’altra fase. «Con gli Arcade Fire stiamo lavorando su materiale nuovo, ma con la pandemia, visto che abitiamo tutti in città diverse, si va un po’ a rilento», confida Richard. Quale momento migliore per presentare questo House Music, specie tenendo conto che i Bell Orchestre non pubblicavano nulla dal 2009?

«Ci eravamo su dal 2015», racconta Sarah. «Avevo da poco finito di sistemare questa casa in campagna, l’avevamo appena cablata e siamo andati tutti lì a suonare, ma senza avere in mano niente di già scritto». E Richard: «Con l’aiuto di un ingegnere del suono, Hans Bernard, abbiamo organizzato gli spazi a seconda degli strumenti suonati da ciascuno, per cui io e Sarah eravamo in una stanza, il chitarrista e il batterista in un’altra, tastiere e fiati in un’altra ancora. E così, divisi in gruppetti e per camere, dopo aver attrezzato il tutto in modo da sentirci reciprocamente, abbiamo dato il via alle sessioni: ogni giorno ci svegliavamo e suonavamo, suonavamo, suonavamo, registrando tutto e sapendo che solo in un secondo momento avremmo fatto un lavoro di selezione ed editing».

House Music è figlio di questo procedimento: in alcuni punti le voci dei Bell Orchestre si uniscono in coro evocando paesaggi onirici, ma sono solo passaggi di una suite strumentale di circa 45 minuti, miscela palpitante di contrabbasso, violino, tromba, pedal steel, corni francesi, tastiere, elettronica, antichi strumenti africani quali kalimba e gongoma. Difficile non restarne catturati, un tappeto percussivo crea il terreno giusto su cui pulsazioni ipnotiche e ritmi sincopati, vibranti, si tramutano, a seconda dei momenti, in musiche per danze macabre, momenti meditativi, balli liberatori.

«Dirò una cosa che in qualche misura vale per chiunque faccia musica, ma che di certo è valida per i Bell Orchestre», continua Richard. «Le idee migliori non scaturiscono quasi mai da una riflessione razionale che le trasforma in musica perfezionandole con prove e tentativi. Semmai è il contrario, affiorano per caso. Registrare jam session ancora prima di scrivere e addirittura di pensare a cosa suonerai, quindi semplicemente vivendo l’attimo, ti permette di cogliere tutti quegli istanti in cui l’istinto musicale produce qualcosa di buono. Un processo che vive anche di errori: magari qualcuno suona la nota sbagliata e così facendo provoca inconsapevolmente la reazione di qualcun altro che tira fuori una nota inaspettata da cui si sviluppa un flusso creativo unico».

Siamo vicini all’esplorazione jazzistica, ma sarebbe fuorviante fermarsi a questo paragone nel descrivere il terzo album dei Bell Orchestre: dentro c’è l’energia a tratti caotica, ma incredibilmente contagiosa, che si avverte anche ai concerti degli Arcade Fire, e ci sono influenze che da Debussy giungono fino al succitato Davis e a Pharoah Sanders, ai Talk Talk, agli Orb, a Ennio Morricone. Oltre a una grandissima voglia di giocare con gli strumenti senza porsi limiti. «Nessun componente della band suona stando dentro a una cornice precisa o con un obiettivo specifico», sottolinea Sarah. «Non seguiamo regole, né dividiamo gli strumenti musicali in armonici, melodici, ritmici. Al contrario, cambiamo di continuo l’approccio, per cui, per parlare del violino, ci sono punti in cui, per il modo in cui lo suono, funge più da percussione». «E questo nell’ambito di un processo estremamente fluido», interviene Richard, «mentre suoniamo è come se ci inseguissimo».

Pensando ai video di IV: What You’re Thinking, V: Movement e VII: Colour Fields, girati in Quebec nelle campagne di Rivière-Perdue, così come all’eterea Nature That’s It That’s All, gli chiediamo se in House Music è stato inserito qualche field recording. «No», risponde Richard, «ma per me questa musica esprime anche l’eccitazione provocata dalla natura che avevamo attorno a noi nel Vermont, quando ho sentito le prime registrazioni ricordo di aver pensato che sembrava davvero di sentire le forze della natura dialogare tra loro, sbocciare, crescere, decomporsi, rinascere, in un dinamismo senza fine».

«Realizzare questo album è stato un processo di scoperta per ciascuno di noi», aggiunge Sarah. «Lo scambio che si è creato non è qualcosa che può riuscire con qualunque musicista, serve una sinergia particolare che come Bell Orchestre evidentemente abbiamo, sarà che ci conosciamo da tantissimo, all’epoca del primo incontro io avrò avuto 18 anni, ero praticamente un’adolescente». La violinista dice anche che continueranno a suonare insieme fino a quando saranno anziani, lei e i suoi compagni di band: tra questi, anche Pietro Amato si è esibito con gli Arcade Fire, oltre a essere un componente dei Luyas, gruppo in cui militava pure il batterista Stefan Schneider; quanto a Mike Feuerstack, ex Snailhouse, ha appena raccolto 10 nuove canzoni folk dal mood intimista nel disco Harmonize the Moon, mentre Kaveh Nabatian fa parte dei Little Scream ed è fotografo e regista. Hanno fondato il collettivo dopo aver musicato dal vivo alcuni spettacoli di danza contemporanea alla Concordia e alla McGill University di Montréal. «Per qualche ragione siamo una combinazione di persone che trova stimolante suonare insieme accantonando i preconcetti e aprendosi, è una sfida che ci piace».

Lei il prossimo maggio pubblicherà Detritus, il suo quarto album, contando anche quello con quel mostro sacro del sax che è Colin Stetson. Anche Richard non ha mai smesso di lavorare come compositore sia in autonomia, sia per il cinema; di recente ha firmato le musiche per il secondo film di Sean Durkin, il thriller psicologico The Nest, con Jude Law e Carrie Coon. Lo spirito libero dei Bell Orchestre è, però, un richiamo costante e ora la speranza è di poterlo portare in giro dal vivo. «Prima della pandemia avevamo già eseguito House Music in Olanda e in Germania, attendiamo di poterlo rifare presto, abbiamo pronta anche una versione live con orchestra e sappiamo già che suonarlo dal vivo è divertente. Sì, straordinariamente divertente».

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