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Bebawinigi, gotica grottesca teatrale

Virginia Quaranta gioca con suoni e voce, canta in uno strano grammelot, mette in scena la creatura sgraziata che c’è in ognuno di noi. Intervista e anteprima nel nuovo album 'Stupor'

Bebawinigi

Foto press

Chi pensa che l’Italia musicale odierna sia tutta trap e pop evidentemente non ha mai fatto caso al panorama underground dove si sperimentano nuove forme di canzone, che viene destrutturata e aperta a svariate influenze. È il mondo da cui emerge Bebawinigi, progetto di una musicista che nei suoi album propone un suono-mondo che si muove tra influenze elettro-gotiche e umori etnici, classicheggianti e psichedelici. Un flusso potente di energia e suggestioni sempre in bilico tra una dimensione intima e un’altra più travolgente, un mix bilanciato tra comicità grottesca, aggressività e lirismo. Con la voce usata come strumento, testi che utilizzano un grammelot che si muove tra sogno e realtà, suggestioni industrial, chitarre imponenti, synth, distorsioni.

Bebawinigi è Virginia Quaranta, cantante, attrice, compositrice e polistrumentista arrivata al secondo album, Stupor, che verrà pubblicato il 7 ottobre (qui sotto in anteprima). Attiva discograficamente dal 2016, non ha cercato riscontri solo nel nostro Paese ma, come una vera esploratrice, ha portato il suo suono in giro per l’Europa raccogliendo ottimi consensi. «L’Italia è un posto abbastanza ostico per la mia musica», racconta, «ma non per colpa del pubblico. Spesso mi capita di esibirmi in locali nei quali la gente non mi conosce e rimane colpita e incuriosita. Il problema sta nel convincere i responsabili dei locali a rischiare, cosa che raramente succede a causa di una mentalità vecchia e chiusa. Da questo punto di vista ho trovato maggiori aperture in Europa, specie in Germania e soprattutto a Berlino».

Per alcuni, è una versione giovane della nota sperimentatrice vocale Diamanda Galás. «Essere accomunata a un mostro sacro come lei mi ha fatto piacere, ma la sua è solo una delle tante sfaccettature della mia musica. Anche io indugio spesso in toni inquietanti e gotici, poi mi muovo però anche su atmosfere più grottesche e teatrali, come se una parte più scherzosa volesse prendersi gioco di quella seria. Vedi il brano finale di Stupor nel quale riprendo In the Hall of the Mountain King di Edvard Grieg e la rendo quasi un gioco autoironico, tutto imperniato sulle voci, senza alcun intervento strumentale. Voglio stupire e creare un caleidoscopio di generi mischiati tra loro, tante influenze che messe insieme cercano di creare qualcosa di nuovo».

Sulla copertina di Stupor c’è un seno femminile. «Il capezzolo sembra quasi un occhio un po’ instupidito e si ricollega al titolo, che ha un senso ambivalente: si riferisce alla parola latina ma anche al gergo giovanile anglosassone: stupor è lo stato di chi è imbambolato per la droga o un’esperienza simile». E c’è proprio il rischio di rimanere positivamente frastornati dopo l’ascolto di un lavoro che straborda non solo a livello creativo ma anche temporale, tanto da occupare lo spazio di un doppio album. «Il disco è doppio perché dal lavoro precedente sono passati un po’ di anni e io sono piuttosto pignola. La lavorazione è stata quindi lunga. Poi ci sono anche brani nati dai live che ho fatto in giro per l’Europa, con un grande utilizzo delle loop station. Grazie a queste sono nate canzoni nelle quali si sente molto l’ossessività e la ripetitività dei suoni, dei riff e delle melodie. Altri pezzi invece hanno un impianto più classico, un mix di diversi stati d’animo e di esperienze che nel tempo sono andati a formare un tutt’uno».

Unitarietà nella quale vengono a galla le molte passioni musicali della compositrice: «A volte compongo, poi magari riascolto un brano e mi rendo conto che ci ritrovo una determinata influenza. In Let the Game ad esempio ho ritrovato certe atmosfere alla Kraftwerk non decise a priori. In altri punti sono uscite fuori similitudini con Brian Eno, che è una mia grandissima fonte di ispirazione, oppure sento una grande affinità con il lavoro di Mica Levi. Poi altre influenze derivano dal metal, dall’industrial, ma anche dalla musica corale, barocca, rinascimentale… Se però oggi dovessi citarti un mio album del cuore ti direi Dirt degli Alice in Chains, quando ero ragazzina ero una fervida ascoltatrice di grunge e credo che anche qualcosa di questo genere si possa ritrovare nella mia musica».

Altro fattore peculiare di Bebawinigi sono i testi, o meglio, i non-testi. «Contemporaneamente all’attività di musicista ho sempre fatto l’attrice teatrale, in tale ambito ho creato una sorta di grammelot, una lingua inventata basata anche un po’ sul linguaggio dei bambini piccoli, con la quale trasmettere sensazioni anche senza l’ausilio di un testo di senso codificato. Gran parte dei brani di Stupor sono cantati proprio in questo grammelot, anche perché volevo che l’ascoltatore desse un proprio significato al brano. Ci sono anche omaggi a un certo modo dadaista di intendere il testo, vedi Ayahoo! che è una sorta di supercazzola continua. Poi però ci sono altre canzoni nelle quali volevo dire qualcosa di preciso e quindi la dico in una lingua, che sia l’inglese o l’italiano».

Arrivati a questo punto c’è solo da scoprire come mai Virginia Quaranta abbia assunto le sembianze della fantomatica creatura Bebawinigi. «Il nome del progetto è l’omaggio a una parte di tutti noi esseri umani. Riguarda quel passaggio essenziale dalla fanciullezza all’adolescenza, quando non sei più un bambino ma ancora non sei nemmeno un adulto. Sei sgraziato, un po’ grottesco anche, ti senti goffo, maldestro, inadeguato. Questa fase l’ho sempre chiamata Bebawinigi, ed è una parte di cui alla fine non ci liberiamo mai, anche quando cresciamo».

Se coraggio è la parola chiave parlando di Bebawinigi, questo fattore non si limita alla musica proposta ma anche al fatto di presentarla dal vivo spesso in solitaria. «Il mercato dei live è assai difficile, non sempre ci sono situazioni adeguate che ti permettono di portare in giro una band al completo, quindi mi sono dovuta inventare diverse alternative per potermi esibire, con altri musicisti o da sola. Da questa sorta di restrizione si sono create cose positive che a volte si rivelano anche più originali. Chiaramente la speranza è un giorno potermi esibire in pianta stabile con la band, magari addirittura con un’orchestra».

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