Baustelle: per la storia, non per il bottino

La band ha prodotto il secondo capitolo del suo album più "scandalosamente pop". Canzoni d'amore scritte con le chitarre, come agli inizi. Francesco Bianconi racconta com'è nato il disco più urgente della sua creatura, pensato per restare.

Foto Gianluca Moro

Dopo poco più di un anno da un album presentato come “scandalosamente pop” – L’Amore e la violenzala band di Montepulciano dà vita a un fratellino: resta il nome, al quale hanno affisso la chiosa Vol. 2. Anche questo è un disco bello dritto, più urgente e con meno smussature rispetto alle abitudini storiche. I testi si stringono a pugno intorno a storie di relazioni sentimentali; lo spettro degli umori effusi dai testi, al contrario, è insolitamente molteplice e sfumato. Ricordo la festa in casa, milioni di anni fa, in cui mi regalarono il loro primo demo-tape – seguivamo lo stesso corso di laurea, nella stessa cittadina –, e, al netto di un mestiere e di una facilità di scrittura incomparabilmente più raffinati, c’è qualcosa in questo album che echeggia quei tempi embrionali. Ne parliamo con il frontman Francesco Bianconi.

Foto Gianluca Moro

Volume Due. Come i film: La casa 2, Rambo 2. Che relazione c’è tra i due dischi?
Eravamo soddisfatti dell’album precedente e c’erano ancora cose da dire, seguendo quel registro. Abbiamo cominciato a scrivere – cosa mai successa prima – già in tournée. Canzoni imparentate per temi, suoni e arrangiamenti con L’amore e la violenza. Tanti sintetizzatori, archi fatti col mellotron, batterie campionate. Ecco, magari nel secondo capitolo ci sono più chitarre.

Infatti nel precedente coglievo atmosfere che aleggiavano mentre crescevamo: siamo quasi coetanei. In questo mi sembra emergano i primissimi Baustelle. La new wave. Una schiettezza e una linearità che non frequentavate da un po’.
È quasi tutto scritto partendo da chitarra e voce – come il Sussidiario illustrato della giovinezza – e non dal pianoforte, com’è successo sempre più spesso nei successivi. Riguardo ai testi: nel primo capitolo avevamo seguito la regola di scrivere “canzoni d’amore in tempo di guerra”, anche se forse c’era più guerra che amore. In questo abbiamo lasciato cadere l’idea: i brani parlano solo d’amore e relazioni. Abbiamo scelto il tema più terra terra, più banale della musica leggera, leggendolo a modo nostro. Mi sono detto: “Vaffanculo, voglio registrare un disco di canzoni d’amore”. Poi, nel prossimo, parleremo di Dio, di filosofia (Ride).

Un critico americano, Dave Hickey, in uno dei saggi contenuti in Air Guitar: Essays on Art & Democracy, definisce la canzone come un “manuale d’istruzioni” per il giovane umano, che, a differenza di altri animali, è disarmato di fronte all’affettività, agli amori, alle prime tempeste che la vita gli presenta. Il tuo mestiere ti mantiene in relazione con i grumi emotivi di quella fase della vita?
L’adolescenza è interessante: è lo stadio sperimentale dell’uomo. Scrivere canzoni significa essere eterni adolescenti o avere la sindrome di Peter Pan? Io a 45 anni sento di aver perso quel momento e, in qualche modo, lo ricerco. Nei testi probabilmente viene a galla il costante desiderio di novità che lo caratterizza, ma anche la continua frustrazione e il senso di castrazione. Da questi due lati nascono storie interessanti: se parlassimo solo di scoperte felici, annoieremmo. Una canzone sul trovarsi soli a cinquant’anni – come, ad esempio, Perdere Giovanna – è un po’ questo: la fatica di ripartire, ricominciare a drogarsi. È molto triste, non c’è l’avventura gioiosa, il senso di scoperta tipico dell’adolescenza.

Vi siete formati in un momento in cui la musica indipendente – anche grazie alle ristampe di cataloghi in formato CD, che fece tornare in circolo musiche dimenticate – si affacciava su stili del passato, per immaginare, ricomponendoli in libertà, estetiche nuove. Cito, per capirsi, gli Stereolab, che sposavano yéyé e krautrock. A questa fase, cui parzialmente vi associo, ne è seguita un’altra nostalgica, di celebrazione letterale del passato, in quanto tale. Qualcuno direbbe “retromania”, dalla quale – mi pare – stiamo uscendo.
Sento poco di nuovo in Italia. Come musicista, coltivare la ricerca di un’identità e una certa attenzione al suono ti salvano dalle logiche dell’hype: c’è molto computer in giro – non usato in modo radicale, cosa che apprezzo –, ma secondo una logica dei “preset”. Con la scusa di fare musica viscerale, si vomitano cose di getto. Come fosse punk: dimenticandosi che il punk era sì pancia, ma anche cervello. Una ricerca precisa a livello musicale ed estetico. Mi piacerebbe che i Baustelle rimanessero nella Storia: non lavoro per accaparrarmi il bottino. Non me ne frega un cazzo. Potrebbe sembrare presuntuoso e invece non lo è: tutti quelli che fanno questo mestiere dovrebbero lavorare seguendo l’ambizione di consegnare qualcosa – grande o piccola che sia – alla Storia.

In generale, che musiche che t’interessano?
Ascolto molto nuovo folk, prevalentemente di compositrici. In Italia ci si aspetta che le donne facciano solo R&B, mentre altrove sento il ritorno di voci antiche. Credo che, in assoluto, l’elettronica parli ancora la lingua più interessante. Non seguo molto quella da club, piuttosto quella sperimentale o neo-ambient.

E musica a parte?
Molto cinema. È un settore interessante: sta morendo il filmone hollywoodiano, sostituito da prodotti seriali di qualità, mentre c’è un momento di grande fioritura per produzioni più piccole e coraggiose. Questo è un bene.

Avete raggiunto il grande successo con Un romantico a Milano, e la città fa da sfondo a numerose altre canzoni. È atipico: Napoli o Londra sono spesso presenti nelle musiche prodotte lì, mentre qui succede meno. La città latita, recentemente, anche nei vostri lavori.
Mi rendo conto che siamo stati legati a una geografia. Umanamente mi sento influenzato dalla città, ma non ho il bisogno di nominarla ogni volta. Inoltre, nonostante vivere qui mi piaccia ancora molto, non sono uno che – di carattere – si radica. Non mi sento rappresentato dai luoghi. Li vivo… mi vivono (Ride).

Ma un certo tasso d’italianità, quello sì, te lo riconosci?
Certo, noi come Paese abbiamo fatto cose da rivendicare assolutamente. C’è un “Italian Sound”, di cui ha scritto Valerio Mattioli in Superonda – accidenti, avrei voluto scriverlo io, quel libro (Ride) –, una tradizione sotterranea, trasversale, di cui andare orgogliosissimi. Poi arrivano gli americani fighi e se la prendono, mentre noi sapevamo a malapena esistesse.

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