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«Battiato, un’anima antica senza eredi»

Così lo descrive Francesco Messina, che dopo aver contribuito a dare vita all’immaginario dell'artista ideando le copertine più famose ora lo racconta nel libro ‘L’alba dentro l’imbrunire’

Franco Battiato

Foto: Chiara Mirelli

L’adagio “com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire” contenuto in Prospettiva Nevski, uno dei brani simbolo del Battiato-pensiero, è diventato un libro. L’alba dentro l’imbrunire è da poco uscito per Rizzoli Lizard ed è uno “zibaldone” della vita di Franco Battiato, tra foto, testimonianze e materiali d’archivio. Appetitoso per i fan del Maestro, soprattutto perché a curarlo sono Francesco Messina, che ha contribuito a materializzare l’immaginario visivo di Battiato, e Stefano Senardi, direttore generale della CGD anni ’80 e presidente della PolyGram anni ’90. Ne abbiamo parlato con Messina.

C’è una grande differenza con il tuo precedente libro su Franco, Ogni tanto passava una nave. Se quello era quasi un’autobiografia raccontata attraverso l’osmosi tra voi due, questo vede la presenza di molte voci, è più corale, ma forse è meglio dire che è denso come un requiem. Pensi sarebbe piaciuto a Franco come concept?
Proprio così, il primo era una specie di compendio del lavoro fatto per Franco, che al tempo mi consigliò di non pubblicare solo i progetti grafici ma di arricchire le pagine con racconti che in parte abbiamo rievocato insieme, divertendoci non poco. Questo invece è un libro totalmente su Franco. Come bene accenni, mi sono messo totalmente al servizio di un’idea molto semplice, quella di costruire un libro che gli sarebbe piaciuto.

Sei il grafico che ha tradotto in copertine l’immaginario di Battiato, rendendolo iconico. Anzi, più che tradurlo ne hai rubato l’anima, nel senso buono ovviamente. Sei riuscito forse a carpire delle cose che neanche Franco sapeva di sé. Penso alla copertina de La voce del padrone, che non lo convinceva ma poi invece tu ci avevi visto giusto…
Eh, non era facile. Per raccontare una storia la musica ha molti minuti a disposizione, il video ha migliaia di fotogrammi, il progetto grafico un’immagine sola. Ma Franco mi ha sempre dato fiducia, anche nel caso della Voce in cui era per la prima volta meno convinto. Questo mi ha permesso di sviluppare indipendentemente da tutto, almeno per un po’, una specie di linguaggio visivo a lui adatto. Il resto, l’accordo, la sintonia, veniva da tanti anni di continua frequentazione in ambiti in cui avevamo comuni interessi.

Parliamo dei film di Battiato. La critica ancora li guarda con sospetto, a differenza della sua pittura. Credi che non gli abbiano perdonato l’essere polivalente e il suo mettersi in gioco continuamente?
Questione delicata. Va premesso che quello che ha di più sostenuto Franco nella sua carriera di sceneggiatore e regista è stato Enrico Ghezzi. È sua la frase “fuori dal sincrono del tempo” che ben lo riassume e fornisce al nostro libro il titolo di uno dei capitoli. Aveva intuito l’irregolarità e quindi la totale e libera originalità dell’approccio al cinema di Franco, che intendeva fregarsene di codici e linguaggi in uso. Condivido pienamente l’idea di Ghezzi, ma aggiungo che in questa disciplina Franco non aveva gli stessi strumenti ampiamente sviluppati e rodati che aveva nella musica. Semplicemente li stava imparando e affinando. Credo che se avesse fatto in tempo a realizzare Händel, il film per il quale ha impiegato anni a scrivere la sceneggiatura, ci avrebbe regalato un’opera molto più matura e convincente.

Da sinistra, Francesco Messina, Giusto Pio, Franco Battiato, Alberto Radius, Angelo Carrara nell’estate del 1983

Un altro grande capitolo della vostra collaborazione è stato quello degli “antivideo”. Cioè quel tipo di approccio al videoclip tanto in voga nella musica di consumo che voi ribaltaste fino quasi a smascherarne l’illusione. Nel libro ne parli chiaramente, ci accenni il concetto?
Ho pensato di parlarne chiaramente nel libro perché sono convinto che l’approccio totalmente diverso, quasi iconoclasta, di Franco nei confronti dei video mainstream degli anni ’80 sia stato il suo vero contributo a quella forma di espressione. Il resto, quello che ha fatto dopo, è stato tutto sommato routine. Franco era molto serio nei rapporti di lavoro, quasi aziendalista; ha sempre fatto i video perché le case discografiche lo richiedevano. Invece nei primi video c’era tutta la sua vena originale.

Altra cosa che vi accomunava erano i viaggi: ci sono delle parti del libro che sono tratte da capitoli di Ogni tanto passava una nave, dove descrivi in maniera leggera quelle che sono in effetti esperienze importanti vissute insieme. Cosa si provava a viaggiare con Franco? Eravate, come si dice nel Tao e dicono anche i Beatles in The Inner Light, già arrivati “without travelling” oppure partivate con l’idea di non tornare più?
In questo libro si raccontano due tipi di viaggi. I primi sono quelli intrapresi in gruppo o da solo. L’Egitto, il Monte Athos o il Nepal, ma anche molta Europa sono stati importanti per trovare conferme, riferimenti o scoprire persone da contattare. Gli alti sono i viaggi da fermo, ovvero l’interesse per lettura, la conoscenza, fino alla fondazione di una nostra casa editrice, L’Ottava.

Nel libro ci sono dei passaggi su aspetti di Battiato di norma poco trattati. Ad esempio il suo rapporto con il lusso, anzi con l’agio. Storie di maggiordomi, ascensori di cristallo, tanto verde, panorami incredibili. Una cosa che tutto sommato ce lo rende umano dopo tanto dire di lui come essere di un altro pianeta, tutto spiritualità…
A dire il vero ben pochi conoscono la semplicità di Franco da questo punto di vista. Nella sua casa di Milo, un piano unico senza ascensori, non c’è un solo elemento lussuoso, sfido chiunque a trovarlo; a volte, anzi, qualcuno gli diceva «perché non sistemi meglio questo o quello», ma lui aveva altri interessi per la testa. Il giardino, quello sì era ed è molto grande, ma curato a metà, tutt’altro che principesco. Amava molto una pianta di rose profumatissime. La vera intuizione è stata trovare quella casa con quel magnifico panorama. La vera ricchezza per Battiato erano la luce che illuminava quel posto e i profumi che le stagioni regalavano, quelli della sua infanzia. Per il resto una pasta o un riso al pomodoro e qualche verdura erano per lui più che abbastanza. Poi per amicizia eccedeva con qualche dolce. Ma i suoi interessi finivano lì. 

Battiato a Bologna, nel 1973, in servizio commissionato dalla Bla Bla Records. Foto Roberto Masotti/Lelli e Masotti Archivio

Battiato a un certo punto ha superato il concetto obsoleto di separazione tra musica d’avanguardia, pop e musica colta. Anche quella tra musica vecchia e nuova. Negli anni ’90 è stato quello che ha dato coraggio a una generazione di “caciaroni” a provarci, a sperimentare grazie a cose come Gommalacca. Qual era il segreto del suo rimanere “un giovane alternativo”?
Direi che Franco ha sempre cercato di spostare tutto sull’asse tra musica buona e non buona, ovvero voleva mettere al centro innanzitutto la qualità, indipendentemente dal genere. Questo spiega la sua passione per le avanguardie e contemporaneamente quella per le canzoni più classiche o popolari quando sono ben fatte, anzi soprattutto quando veicolano dei veri sentimenti. Non è un ossimoro, i due mondi in lui convivevano. Quello che chiami il suo segreto altro non era, credo, che la sua innata incontenibile curiosità. Meglio se la chiamiamo voglia di conoscere. 

Ma è vero, come dice Morgan, che non ha eredi?
Condivido. Ci sono e ci saranno sempre pochi o molti grandi musicisti, a seconda delle epoche, ma se consideriamo un compositore come un insieme di talento, sensibilità e originalità è difficile che si manifesti un erede. A meno che non si consideri come eredità una certa forma di approccio, quasi la capacità di applicazione di un metodo, ma la musicalità è questione innata e in ognuno diversa. Ognuno ha la sua nota. E quelli che si chiamano saperi impliciti prendono in ognuno strade sempre diverse.

Come sappiamo, tutti gli artisti hanno dei vizi: nel libro sembra che Battiato abbia solo virtù. Possibile che non abbia mai sgarrato? C’è qualcosa che non è stato scritto nel libro che magari nessuno deve sapere?
Hai ragione! Ci si dimentica di sottolineare alcuni aspetti e Franco non era certo un santo, aveva un suo bel carattere. Per scelta cosciente e volontaria era estremamente esigente con se stesso e questo lo portava a chiedere anche agli altri di essere e fare il meglio possibile. Quindi dolcissimo e impegnativo al tempo stesso. Che altro dire… ah, non sapeva dire di no, il che gli procurò un po’ di inconvenienti. Ma come si fa a criticare uno che è sempre stato incredibilmente generoso, in tutti i sensi? Comunque è vero, si rischia di celebrare un processo di santificazione, e non è il caso. L’uomo aveva anche i suoi aspetti più difficili, come non averli, ma niente di segreto o che non assomigliasse a qualcosa di estremamente e normalmente umano. Di certo la scelta di vivere da solo senza una compagna o dei figli, solo qualche volte ci aveva pensato, ha ridotto di molto le circostanze in cui alcuni aspetti più difficili normalmente emergono.

Probabilmente la sintesi migliore di quello che era Battiato ce la dà lui stesso: un proletario dello spirito a cui non piace comandare ed essere comandato. Nel vostro rapporto come si poneva?
Magnificamente aperto e semplice nell’amicizia, esigente negli aspetti professionali.

Avete scritto insieme un bel po’ di pezzi. Qual è stato quello in cui secondo te la vostra sinergia si è superata?
In realtà con Franco, da un punto di vista musicale, ho collaborato solamente ai suoi progetti conto terzi. È sempre stato deciso e persino irremovibile quando le scelte riguardavano i suoi progetti, totalmente aperto quando produceva per altri. 

A parte questo, come solista tu hai scritto delle cose incredibili: non parlo solo di Prati bagnati del monte analogo con Raul Lovisoni, ma soprattutto del capolavoro che è Medio Occidente, dove praticamente ti inventi la vaporwave che tutti credono venga dall’America. Battiato è sempre stato tuo produttore: cosa ricordi di quelle esperienze? E quanto di Battiato c’era nella tua musica e viceversa, soprattutto rispetto a quel suo equilibrio basculante tra Oriente e Occidente?
Il Battiato produttore è sempre stato incredibile, questo significava libertà assoluta. Aggiungeva cose che secondo lui mancavano. “L’equilibrio basculante”, bella questa formula, veniva da un’intesa molto più vasta, direi quotidiana.

Una cosa mi è sempre stata a cuore: ovvero il fatto che secondo me La vera storia di Kass Kass il piccolo scoiattolo è praticamente il tuo Pierino e il lupo, ma una versione con Bowie alla voce. Lì forse c’è quella visione della natura à la Jung di cui parla Battiato nel libro… e infatti Franco ci mette lo zampino.
Vero, ma anche qui Franco si limitò all’essenziale: creò le condizioni necessarie per realizzare l’album, che subito vinse anche un bel premio, e a scegliere le voci giuste, non poca cosa, ma in sala venne solo un giorno a salutare. Verificò la cosa fondamentale, ovvero che lo spirito della favola di Henri Thomasson fosse rispettato. Assicuratosi di questo, si fece mezzogiorno, invitò tutti a pranzo e arrivederci.

Quando hai saputo che Franco voleva ritirarsi perché non stava bene come ti sei sentito? Pensavi che il brano Torneremo ancora sarebbe stato un testamento? Molti hanno interpretato quel brano come un modo per dire che Franco sarebbe tornato sulle scene, prima o poi. E in effetti eccolo qui, in un certo senso è tornato.
È una buona, possibile interpretazione. Di certo la salute di Franco non peggiorò improvvisamente, ma la patologia di cui soffriva emerse lentamente, prima attraverso altre fragilità a vari organi che solo dopo tempo fu possibile intendere come conseguenze di quella principale; quindi, gli esiti di quegli anni furono vissuti e accettati altrettanto lentamente. In realtà, prima di ammalarsi Franco, ancora in buona salute, aveva coscientemente chiuso bottega come musicista per dedicarsi ad altro: la meditazione, la pittura, la scrittura di Händel. Aveva salutato tutti con il grande impegno profuso nell’Anthology e, musicalmente, in maniera più specifica con il brano Le nostre anime, a cui teneva moltissimo. Poi, solo il mancato prosieguo del progetto Bocelli al quale era destinato il brano lo ha portato a non rinunciare all’uscita di Torneremo ancora, registrandola lui stesso con grande forza emotiva anche se con poca voce. Ma questo non importa, quella voce tocca comunque nel profondo.

Il libro è ad ogni modo pieno di input sul modus operandi di Battiato, dallo studio di registrazione alle abitudini quotidiane: sviscerarlo qui significherebbe togliere la possibilità ai lettori di avvicinarsi all’opera con la giusta curiosità. Cosa consigli a chi si approccia alla sua lettura per meglio assorbirlo?
Di approcciarlo un po’ al giorno, quando se ne ha voglia, magari prima solo sfogliandolo – le immagini sono tante e moltissime inedite – per poi mettersi a leggere laddove si intravede qualcosa di interessante. Non è una biografia, non è organizzato secondo un procedere temporale. Credo che ognuno possa fare liberamente a modo proprio. Non ci sono istruzioni.

Un’ultima domanda: ma secondo te è vero che in un’altra vita, come dice Battiato, lui era una donna inglese?
E magari chissà quante altre o altri è stato. Stando con lui, non so perché, si percepiva che la sua era un’anima antica, che aveva già vissuto molto. Un giorno lo scopriremo.

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